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Un omicidio, una donna in crisi, un marito assente: a chi puoi credere se non ti fidi nemmeno di te stessa?

Dopo il successo ottenuto con La coppia perfetta B.A. Paris concede un bis vincente. Gli altri suggerimenti? Per Andrea Maggi ed Edgar Noske  


16/10/2017

di Mauro Castelli


Una signora di mezza età, madre di cinque figlie (e non deve essere stata una passeggiata rapportarsi con famiglia e lavoro), nata e cresciuta in Inghilterra, sin quando accettò a Parigi (dove attualmente vive con il marito e l’abbondante prole) un lavoro in una grande banca attiva negli investimenti. Poi la svolta, con la decisione di dedicarsi all’insegnamento e alla narrativa. La qual cosa l’avrebbe portata a fondare una scuola di lingue e, in parallelo, a iniziare a scrivere il suo primo romanzo, La coppia perfetta (storia legata a due coniugi dalla vita apparentemente invidiabile, ma che hanno sin troppo da nascondere). Un thriller diventato un caso editoriale con diritti venduti in 35 Paesi a fronte, e non è da tutti, di un milione e mezzo di copie vendute.
Ma qual è la ricetta vincente di B.A. Paris? In buona sostanza la capacità di giocare a rimpiattino sui sotterfugi e le insidie che si possono nascondere dietro le mura domestiche, scandagliandone i pericoli e le inaspettate sorprese. Se poi, a rinforzare la suspense, ci si mettono lampi di follia e mancanza di memoria, il gioco è fatto. A fronte di un assunto che calza a pennello alla nostra protagonista: a chi puoi credere se non ti fidi più nemmeno di te stessa?
Per farla breve, a tenere la scena del suo secondo thriller psicologico - La moglie imperfetta (Nord, pagg. 394, euro 16,90, traduzione di Olivia Crosio) - è Cass Anderson, una donna alle prese con i primi segnali di un decadimento mentale che la preoccupano, e non poco. Perché la demenza senile aveva colpito la madre diversi anni prima, e spesso questa malattia risulta ereditaria. Così eccola vivere un vero e proprio incubo: le basta una banale dimenticanza per lasciarsi prendere dal panico, per pensare di essere arrivata sulla china del non ritorno. L’unico che potrebbe tranquillizzarla è suo marito Matthews, un uomo distaccato e assente che, al contrario, sembra quasi dare per scontato il progredire della malattia.        
Ma il peggio, per Cass, deve ancora arrivare. In una sera di pioggia, mentre torna a casa, nota un’auto ferma sul ciglio della strada. All’interno una donna, forse bisognosa di aiuto. Ma lei non si ferma ad aiutarla. Salvo scoprire dai telegiornali, la mattina seguente, che quella donna era stata assassinata esattamente dove lei l’aveva incrociata. Così ai sensi di colpa si aggiunge anche l’angoscia di aver visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere.
E siccome i problemi sono come le ciliege, uno tira l’altro, ecco che la donna si trova anche far di conto con una serie di telefonate mute. Si tratta forse di una velata minaccia per quello che potrebbe avere visto? E perché quando è in casa ha spesso la sensazione di essere osservata? Cass è terrorizzata perché non ricorda alcun dettaglio significativo riguardo a quella sera. Così come, stressata, non si ricorda nemmeno più come funziona la lavatrice, se ha preso o no le sue pillole, se uno dei coltelli in cucina avesse una strana macchia sulla lama, come di sangue… Insomma, complici questi deragliamenti della memoria, Cass si sente precipitare sempre più nel baratro della malattia. Sin quando un pomeriggio, nel garage di casa, fa una scoperta che cambierà tutto…
Il giudizio? La moglie imperfetta è un lavoro impregnato di inquietudine, dal ritmo ben orchestrato, che si fa leggere che è un piacere. Giocato com’è su una tensione montante, abilmente intrecciata a una furbesca semplicità narrativa.

Voltiamo libro, proponendo il terzo romanzo uscito dalla penna di Andrea Maggi, assurto agli onori della cronaca, lui che insegna Lettere a Pordenone, come professore di italiano e latino de Il Collegio, il docu-reality in onda su Rai2. Un autore che ha deciso di voltare pagina, ambientando nel presente il suo Niente tranne il nome (Garzanti, pagg. 246, euro 16,90), dopo aver dato voce al passato in Morte all’Acropoli. Le indagini di Apollofane (un lavoro in scena ad Atene nel quarto secolo avanti Cristo e infarcito di personaggi della mitologia che sembrano reali, contaminati da affari illeciti, vendette e omicidi) e a Il sigillo di Polidoro (la cui trama si rifà alla guerra fra le città ribelli della Grecia e il regno di Macedonia, oltre che a una implorante fanciulla…).
Sta di fatto che, nel suo terzo approdo sugli scaffali, Maggi ha dato voce a un thriller incentrato sul “perdono degli innocenti come una preziosa merce di scambio”; un thriller la cui storia si dipana fra i segreti della provincia e le tante angolature che fanno capo al mondo della scuola. In altre parole il suo campo di battaglia preferito in abbinata a quello della scrittura, che già alle elementari lo aveva visto realizzare una sceneggiatura con l’intenzione di scritturare il padre nel ruolo di comparsa, assegnando peraltro i ruoli principali ai compagni di classe e al fratello.
Ma veniamo alla trama di Niente tranne il nome, che vede in scena un professore - Fulvio Romoli - segnato da un divorzio, il quale cerca di superare il trauma del tradimento subìto aggrappandosi al suo lavoro di insegnante, alla passione per la pittura ma anche a qualche bicchiere di troppo. Non bastasse la serenità del suo ambiente scolastico viene improvvisamente messa a dura prova da un fattaccio. Mentre Fulvio cerca di aiutare alunni problematici come Chiara De Felice, una sedicenne complicata oltre che pluribocciata per via delle troppe assenze (con la quale stringe una specie di patto: se lei frequenterà di più la scuola lui chiuderà un occhio sul suo rendimento) e l’amica Veronica (vittima di bullismo), l’istituto Galileo Galilei è scosso dalla morte violenta di un bidello, Mauro Rosso, annegato in una roggia a seguito di una aggressione.
Ma c’è qualcosa che non quadra in questo caso, dal momento che l’abitazione della vittima è stata messa a soqquadro e gli unici oggetti mancanti sono il cellulare e il computer, oltre a una foto di classe scattata durante l’anno scolastico 1997-98. Nemmeno a dirlo il delitto coinvolge Fulvio in prima persona, in quanto è stato lui l’ultimo ad averlo visto vivo, al bar, la sera prima. Ed è stato lui a carpirne le ultime, enigmatiche parole. D’altra parte con il bidello condivideva diverse cose: dal piacere di un bicchiere di troppo alla condizione di divorziato, con tutti i negativi risvolti che una simile situazione comporta.
Incaricato delle indagini è il commissario D’Avanzo, il quale inizia a scandagliare le frequentazioni della vittima ai tempi della scuola, frequentazioni peraltro continuate nel tempo come spesso succede nei paesi di periferia. Risultato? Sono in molti a far parte della lista dei sospettati: dallo stesso Romoli alla ex moglie della vittima, aspirante attrice avida di… alimenti; da Viviana, la mamma di Chiara sorpresa a litigare con la futura vittima, all’insegnante di musica Giampaolo, per non parlare del fratello gemello Fioravante, con il quale Mauro era ai ferri corti per l’eredità della casa dei genitori. Tutti indiziati che, guarda caso, erano stati compagni di classe della vittima e che avevano, per un verso o per l’altro, un movente e una opportunità.   
In tale bailamme di fatti, gli interrogatori finiranno per regalare un inaspettato quanto sorprendente ritratto del bidello e del suo ambiente. A fronte di un altro interrogativo: e se a rubare la foto fosse stato qualcun altro con lo scopo di sviare le indagini? Non a caso uno dei sospettati si trasformerà a sua volta in vittima, il che ribalterà il quadro indiziario. In ogni caso sarà Fulvio - il quale scopre, cercando di discolparsi, di possedere un inaspettato intuito investigativo - a smascherare la rete di segreti e ricatti nei quali affonda la spiegazione del delitto.
Che dire: a fronte di una scrittura piacevolmente intrigante, la storia si dipana su un canovaccio ben strutturato, che finisce regolarmente per portare fuori strada le deduzioni del lettore. Un canovaccio supportato da personaggi ben tratteggiati, che lasciano il segno, oltre che disseminato di tematiche di stretta attualità: come i risvolti amari dei divorzi, il bullismo, i difficili rapporti che si possono instaurare fra le persone e via di questo passo.

L’ultimo consiglio per gli acquisti risulta legato a un romanzo storico del 1998, ora ripreso nella collana “Gialli tedeschi” della Emons. Stiamo parlando de Il bastardo di Berg (pagg. 348, euro 12,50, traduzione di Anna Carbone), un lavoro ambientato otto secoli fa da Edgar Noske, nato nel 1957 e morto nel 2013, che rappresenta il primo di quella trilogia che ne avrebbe decretato il successo sia in Germania che all’estero.
Di fatto un personaggio fuori dalle righe, Noske, che - dopo gli studi di Italianistica, Storia e Filosofia - aveva fatto il tassista, l’infermiere nonché il venditore di trattori in Algeria e Tunisia prima di dedicarsi alla narrativa. Lui che aveva ambientato i suoi libri, in prima battuta, in quel di Colonia: libri che gli avrebbero regalato notorietà, anche se il vero successo sarebbe risultato legato alla citata trilogia dedicata a importanti figure del passato, della quale Il bastardo di Berg - una brillante storia imbastita sul crinale che separa il delitto dalla spiritualità - rappresenta il primo volume.
Trilogia che risulta completata da Il caso Ildegarda (famosa badessa e venerata veggente che, alle prese con la scoperta nel 1177 dello scheletro di uno sconosciuto nei pressi dell’Abbazia di Rupertsberg, avrebbe svelato segreti dolori incalzata dal suo giovane segretario) e da Lohengrins Grabgesang, un lavoro ancora inedito in Italia.
Detto questo spazio alla sinossi del romanzo che stiamo proponendo e che tiene banco nel 1225 nella Contea di Berg. Dove incontriamo un giovane mugnaio, Martin, la cui vita viene improvvisamente ribaltata quando nel suo podere irrompe l’arcivescovo di Colonia nonché conte di Berg, Engelbert, l’uomo più potente a nord delle Alpi. Il quale vuole condurlo al castello e farne (chissà perché) il suo scudiero. Ma quel nuovo mondo, a prima vista invitante quanto appagante, cela insidie impreviste: mentre infatti impara a tirare di spada e a chiamare per nome le costellazioni grazie al suo monaco istitutore Eberhard, Martin, nascosto dietro un arazzo, scopre per caso un coagulo di congiure e tradimenti ai danni del suo protettore.
Nel frattempo a Roma, sulle sponde del Tevere, il monaco Fausto traduce dall’aramaico una lettera dell’evangelista Luca e s’imbatte in un passo sconvolgente per le sorti della Chiesa. A custodire il misterioso segreto sarà l’ambizioso cardinale Ugolino, maestro di intrighi e di oscure trame ai danni dell’ingenuo papa Onorio III. Il quale Ugolino decide di agire. Ma riuscirà il suo prezzolato sicario, lo spietato Adriano, sulla base di indizi risalenti a milleduecento anni prima, a rintracciare lo sconosciuto che potrebbe scatenare un terremoto nella successione papale? Basti dire che proprio Ugolino avrebbe raggiunto i suoi obiettivi quando, morto Onorio, il conclave lo avrebbe eletto al trono di Pietro con il nome di Gregorio IX, raggiungendo un’orrida notorietà con l’introduzione dell’Inquisizione ecclesiastica. Inquisizione che sarebbe costata la vita a migliaia di persone, bene e spesso purtroppo innocenti.
Che dire: una storia che si nutre dei foschi misteri degli anni andati, che si addentra in una ben orchestrata avventura legata a personaggi veri quanto ben tratteggiati (sia nel bene che nel male), a una ambientazione che intriga, a una successione di eventi credibili capaci di regalare spessore a un passato vivo quanto ben orchestrato. Tanto che il lettore finirà per esserne catturato.

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