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Un passato che ritorna, una eredità inaspettata, un amore che nasce

Dalla penna di Letizia Diamantakos, nom de plume di una coppia milanese, un romanzo d’esordio tenero e al tempo stesso affascinante


22/06/2020

di VALENTINA ZIRPOLI


Subito un interrogativo: chi è Letizia Diamantakos, il cui cognome richiama atmosfere greche, come quelle che peraltro tengono banco in Amore fra le righe (Cairo, pagg. 254, euro 16,00)? Poco si sa, se non che sotto questo nom de plume si nasconde una coppia esordiente, marito e moglie, che vive e lavora a Milano. Di certo, come spesso succede quando si ricorre a uno pseudonimo, a tenere banco è un ormai consolidato giochetto editoriale, volto a far galoppare la curiosità più dei critici che, per la verità, dei lettori. Giochetto che, oltre a cercare di stuzzicare l’immaginazione, in alcuni casi finisce per diventare una specie di intrattenimento da salotto per gli intellettuali che hanno evidentemente tempo da perdere. 
Da qui il tentativo di arrivare alla scoperta del “colpevole” o dei “colpevoli” più per vedere l’effetto che fa che per altro. In quanto se il romanzo, come nel nostro caso si propone di buona qualità (la trama risulta piacevolmente intrigante, la scrittura di garbato impatto, la vicenda imbastita su un mistero), poco importa scavare fra gli scarsi indizi disseminati per strada dagli interessati e dall’editore. Semmai basta gustarsi i contenuti, per poi rendersi conto se anche in seguito la qualità del prodotto potrebbe essere assicurata in una nuova storia. 
Per la verità in diversi casi è capitato che i veri autori siano stati stanati nel giro di poco tempo; in altri si è andati invece per le lunghe, come successo per Elena Ferrante, che il settimanale Time aveva addirittura inserito, nel 2016, fra le cento personalità più influenti al mondo. Un’autrice che, furbizia nella furbizia, è stata etichettata come nata a Napoli nel 1943 e poi con tanti bla-bla-bla al seguito. E in molti - negli ultimi anni - si sono sbilanciati, assicurando di averne scoperta la vera identità. 
In primis - ne abbiano già parlato - il dantista e petrarchista Marco Santagata, peraltro vincitore di un Supercampiello e finalista al Premio Strega 2015, che dalle colonne del Corriere della Sera assicurava di aver individuato l’autrice nella storica Marcella Marmo dell’Università di Napoli. Complici alcuni “particolari topografici, certe incongruenze rintracciate nei romanzi, alcune sottigliezze linguistiche e taluni soprannomi di strutture universitarie tipici del gergo dei normalisti. Indizi che si rifacevano a una delle due protagoniste dei libri - cioè Elena, la scrittrice, detta Lenù - e a una città, non Napoli, bensì Pisa”. Città dove questa storica ha appunto insegnato alla Normale. Teoria certamente suggestiva, supportata da riferimenti plausibili, ma sbagliata. 
Così come sbagliate, fra le altre eventualità formulate sulla vera identità della Ferrante, c’è stata quella legata alla penna di Anita Raja, traduttrice e saggista partenopea: ipotesi peraltro rafforzata nel 2016 in seguito alla pubblicazione di un articolo sul Sole 24 Ore, ripreso dalle principali testate internazionali, che faceva riferimento alle transazioni finanziarie della sua casa editrice, la e|o. Fra le altre teorie anche quelle che puntavano su Domenico Starnone, marito della stessa Raja, su Goffredo Fofi e sugli editori Sandro Ferri e Sandra Ozzola. Ma la verità-verità, ancora oggi, resta ancora un mistero. 
Detto questo, scusandoci per la lunga digressione, veniamo al dunque. Il prologo della storia Amore fra le righe risulta legato all’autunno del 1944, quando incontriamo un uomo alle prese con un mezzo diluvio (una rarità per la Grecia) mentre si aggira furtivo con “un tesoro sotto la giacca”. Cercando di non farsi prendere (Mi prenderanno, mi faranno pagare le colpe di tutta la Germania, rimugina). Sin quando arriva a un casolare dove si trova ad aver a che fare con il disprezzo di una donna greca, che come tutti i suoi connazionali non ha mai amato più di tanto i tedeschi, ma anche con un più accomodante uomo italiano. Al quale confida: “Devi aiutarmi. Ho una cosa per te…”. 
A questo punto il lettore si troverà catapultato nella primavera del 2019 - sia pure con flashback sui tempi andati in quanto lo richiede la storia - quando una donna di nome Teresa si trova a far di conto su una eredità importante: una tenuta con uliveto su un’isola greca. Eppure, il giorno in cui riceve quella splendida notizia si rivela per lei uno dei peggiori mai vissuti. Nel giro di poche ore, la sua vita di soddisfatta moglie borghese infatti si ribalta. E lei si ritrova su un traghetto, destinazione Cefalonia, senza saper parlare il greco e senza saper nulla del Paese. Soltanto vaghi ricordi dell’infanzia e della grande casa dello zio Ferdinando. 
Ad esempio “non ha memoria dell’enorme e splendida biblioteca, piena di libri di autori classici (un ambiente salvifico che era stato creato e custodito dallo zio con una cura della quale lei non si sente degna). Inoltre non si aspetta di incontrare non uno, ma due uomini capaci di turbarla: l’affascinante vicino di casa Vassilis e il ruvido giardiniere Stavros. Così non immagina che la chiave per ricominciare a vivere, oltre all’amore, siano proprio i libri, apparentemente ostici: pagine piene di saggezza, ma anche di scoperte grazie a misteriosi bigliettini che trova qua e là, citazioni che sembrano parlare proprio a lei e di lei... E che la condurranno alla scoperta di un mistero (per non farsi mancare nulla gli autori giocheranno anche sulla stramba figura di Gerlando Falzone, detective, investigatore e spia) le cui radici affondano nei tempi cupi della guerra”. 
Scoperta che lascia aperta la strada a diversi dubbi: dove voleva andare a parare lo zio Ferdinando con quel suo diario talmente noioso da farla addormentare, ma fra le cui pagine aveva mimetizzato alcune sconcertanti rivelazioni? Si riteneva davvero, Teresa, l’erede del complice di un ladro, e per di più nazista? In che modo la vita, l’amore e la stessa eredità dello zio erano legati all’invasione nazista di Cefalonia? E lei, che non si è mai presa cura nemmeno di se stessa, riuscirà a gestire un passato che ritorna, un amore che nasce e una famiglia assai meno lontana di quanto possa pensare? 
Di fatto è su queste delicate corde, sia pure a fronte di qualche piccolo peccato veniale narrativo, che si sviluppa la nostra storia. Tenera, appassionante e al tempo stesso capace di miscelare al meglio “l’incanto di un’ambientazione sfolgorante e un inno al potere immortale delle parole”. Senza peraltro trascurare anche qualche… appiglio ecologico.

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