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Un poeta condannato alla forca nella Parigi del 1463. Ma con una via d’uscita a disposizione

Dalla penna del prolifico Marcello Simoni l’ennesima storia medievale raccontata in chiave noir. Da non perdere anche la quinta indagine, firmata da Rosa Teruzzi, della Miss Marple del Giambellino


29/06/2020

di MAURO CASTELLI


Estroverso, fuori dalle righe, per certi versi unico. Sono giudizi che ben si addicono a Marcello Simoni, un autore che si propone alla stregua di un fiume in piena sia con le parole dette che con quelle scritte. Nel primo caso regalando non comuni soddisfazioni all’intervistatore o al presentatore di turno (semmai la fatica è quella di arginare la sua fluente loquacità, peraltro mai banale); nel secondo una macchina da guerra nello sfornare libri a ripetizione, tutti con una loro ragione di essere sia in termini di ricostruzione storica (l’approfondito lavoro di ricerca appare sempre evidente), sia nella caratterizzazione dei personaggi (che non mancano di catturare il lettore per le loro caratteristiche umane nonché per le loro intriganti diversità), sia infine nel ricamare, attorno alle sue storie fantasiose, credibili verità. 
D’altra parte non può essere che così, visto che - come lui stesso sostiene - “scrivere è il mestiere più bello del mondo”. Ferma restando una sua curiosa considerazione: “Detesto i personaggi positivi, quelli che fanno sempre la cosa giusta”. Logico quindi che il suo apprezzamento si rivolga, con le cautele narrative del caso, verso il cattivo di turno. Anche se… 
Simoni, si diceva, un uomo caratterialmente tranquillo (“Ma se non mi realizzo nello scrivere divento nervoso, persino intrattabile”) che va orgoglioso dei suoi nuovi “seguaci”. In primis di quelli che gli hanno assicurato di essere diventati lettori grazie ai suoi libri (il grande Dumas insegna, verrebbe da pensare). Una penna oltre tutto in perenne attività (“Definirei la mia scrittura più pittorica che cinematografica o visiva, in ogni caso di intrattenimento, supportata dallo zoccolo duro rappresentato dalla base storica”), il cui nuovo lavoro - Il segreto del mercante di libri - sta per arrivare sugli scaffali per i tipi della Newton Compton “con un certo ritardo rispetto ai tempi previsti per via del Coronavirus”. Si tratta di un romanzo nuovamente interpretato da Ignazio da Toledo, l’indimenticato protagonista del suo lavoro d’esordio, ovvero Il mercante dei libri maledetti
Come abbiamo già avuto modo di annotare su queste stesse colonne, ma repetita iuvant, Marcello Simoni è nato a Comacchio (in provincia di Ferrara) il 27 giugno 1975, una cittadina che lo vede tuttora vivere in una frazione a due passi dal mare (dove si diverte a coltivare un orticello e un giardino) con la moglie Giorgia (colei che, sposata dopo una lunghissima convivenza, ha seguìto i passi più importanti della sua vita). Ed è qui che, in compagnia dei suoi tre amati cani (“In questi giorni Jack, alias D’Artagnan, si è fatto male a un occhio e ha accettato con rassegnazione di farsi fare i necessari impacchi…”) trova - di ritorno dalle sue tante trasferte promozionali - le atmosfere giuste per ridare slancio alla sua creatività. 
Laureato in Lettere, Simoni ha inizialmente lavorato come “malpagato” archeologo, nonché come bibliotecario presso il Seminario arcivescovile di Ferrara (“Sin quando mi stancai di mettere timbri”); ha pubblicato diversi saggi storici, con particolare attenzione all’Abbazia di Pomposa e ai suoi affreschi medievali; si ritiene un artigiano della penna capace di lavorare su uno specifico tema per renderlo più bello e gradevole; si definisce estroverso sul lavoro, ma avaro frequentatore di salotti; si dedica alla scrittura su “base oraria impiegatizia”; confessa di avere un debole dichiarato per scrittori come Valerio Evangelisti, Jean-Christophe Grangé e Fred Vargas, ma anche uno stretto legame con le penne di Giulio Verne, Arthur Conan Doyle, Emilio Salgari ed Edgar Allan Poe. 
Che altro? Nel suo carnet autoriale figurano otto saggi, una quindicina di racconti e, soprattutto, diciotto romanzi sfornati in nove anni. Usciti sugli scaffali a partire dal 2011 quando, per i tipi della Newton Compton, venne pubblicato Il mercante dei libri maledetti, vincitore del 60° Premio Bancarella (“Fra i riconoscimenti ricevuti è stato quello che mi ha spalancato le porte della notorietà e quindi che mi risulta ancora oggi certamente il più gradito”) e rimasto per oltre un anno nella top ten dei libri più venduti. Un lavoro che, curiosamente, era stato in precedenza pubblicato a pagamento per i tipi dell’editrice Il Filo (L’enigma dei quattro angeli era il titolo originale), senza che nessuno lo degnasse di vera attenzione. E questo la dice lunga sulle strane vie da percorrere per arrivare al successo… 
Successo che da allora in poi (“Sono stato tradotto in una ventina di Paesi, con una costante presenza in Francia e Germania, a fronte di un venduto che si aggira fra il milione e mezzo e i due milioni di copie”) lo avrebbe accompagnato nella scrittura dei tre romanzi della saga Codice Millenarius, della trilogia de Il mercante di libri, ma anche de La cattedrale dei morti e L’isola dei monaci senza nome, per non parlare dei lavori della Secretum Saga nonché delle indagini dell’inquisitore Girolamo Svampa. Più altri quattro lavori ideati per così dire a tema libero, l’ultimo dei quali è stato ora pubblicato dalla Einaudi. 
Ovvero La selva degli impiccati (pagg. 390, euro 17,00), ennesima storia medievale raccontata in chiave noir e ambientata “in quell’epoca buia e di svolta che aveva segnato tante civiltà”, rapportandosi peraltro a una vicenda vera che, furbescamente, parte da quando il protagonista (“Un bravo attore, oltre che poeta di corte, sempre in bilico fra le stelle e le stalle”), ottenuta la grazia dopo essere stato condannato a morte, viene perso di vista dai suoi biografi. Tanto è vero che nessuno ha mai saputo che fine abbia fatto. In realtà, tiene a precisare Simoni, “potrebbe anche serre stato impiccato, ma onestamente non mi risulta. Così come non sono nemmeno sicuro del suo vero nome”. 
Stiamo parlando, o meglio, l’autore sta parlando di François Villon, poeta straordinario (“Ho letto, per entrare nel personaggio, tutte le sue poesie e le sue ballate”), ma anche fuorilegge e per questo destinato al capestro. Il quale per salvarsi - siamo a Parigi nell’anno del Signore 1463 - ha una sola possibilità: “aiutare gli inquirenti a catturare una banda di ladri e assassini che credeva gli fossero amici”. Ferme restando le pesanti condizioni imposte: il bando da Parigi per dieci anni e, soprattutto, l’obbligo di recarsi in Borgogna a rintracciare il capo della citata accozzaglia di fuorilegge. 
A uso e costume del futuro lettore di questa bella storia, di godibile quanto intrigante lettura, ricordiamo che François, nonostante le apparenze, inizialmente era stato educato a una vita morigerata, oltre che allo studio delle lettere, dal padre adottivo Guillaume de Villon, canonico di Saint-Benôit. Ma ben presto il giovanotto sarebbe stato irretito da una esistenza ai margini, finendo per combinarne di tutti i colori. Bravate che strada facendo avrebbero portato alla sua condanna a morte. 
Come accennato Villon, rinchiuso in un pozzo dello Chatelet, ha una sola possibilità per evitare la forca: stanare dal suo nascondiglio Nicolas Dambourg, il furfante che ha però un suo codice d’onore (“È l’unico personaggio del libro - assicura Simoni - che risulta frutto della mia fantasia”) a capo dei Coquillards (una banda di mezze tacche ritenuta ormai sciolta), che François considera alla stregua di un secondo padre. Fermo restando che la “breve vita che aveva vissuto al suo fianco era bastata a cancellare per sempre i propositi di onestà inculcatigli a suon di frustate dal citato mastro Guillaume”. E di tutti gli insegnamenti della Sorbonne era rimasto in lui soltanto l’amore per lo scrivere parole in versi. “Il ladro poeta, l’aveva soprannominato con affetto il re dei Coquillards. E ora, pensò con amarezza, quel ladro poeta era costretto a dargli la caccia”. 
A complicare il tutto una misteriosa scia di sangue, una setta di potenti individui che a loro volta danno la caccia all’ormai anziano bandito, una serie di losche malversazioni ai danni dei reduci della Guerra dei Cent’anni, lo strano comportamento del nuovo prevosto di Parigi e, infine, la discutibile giustizia agli ordini di Luigi XI. 
Sta di fatto che Villon, seguito come un’ombra da un misterioso sicario, si troverà a dover districare una complicata vicenda in cui si mescolano avidità, sete di potere e desiderio di vendetta. Oltre a dover fare i conti con l’irruenza di Joséphine Flamant, una fanciulla dai capelli di fuoco, infallibile con l’arco, divenuta brigantessa dopo aver assistito al linciaggio dello zio a causa di una lanterna. Una lanterna dentro la quale si credeva fosse imprigionato un demone... 
In buona sostanza: fra inseguimenti, catture e fughe rocambolesche, il nostro poeta dovrà cercare l’appoggio dei pochi amici che gli sono rimasti, ma soprattutto fare appello a tutta la sua ingegnosa astuzia per salvarsi la vita e fare in mondo che i suoi vecchi compari si fidino di lui per poi consegnarli alla giustizia. “E mentre lotta contro la morte, che potrebbe piovergli tra capo e collo da un momento all’altro, Villon scrive poesie meravigliose che decanta agli angoli delle strade, tentato dall’arte più che dalla vita. Le verità intanto emergono e dichiarano nuove morbose realtà politiche che dilagano producendo distruzione e paura. E solo l’eco del poeta potrà…”. Leggere per sapere. 


Voltiamo libro e regaliamo nuovamente spazio a Rosa Teruzzi, una penna leggera, gradevole quanto intrigante, che abbiamo imparato a conoscere, e ad apprezzare, ne La sposa scomparsa, La fioraia del Giambellino (scaricabile gratuitamente sino alla fine di giugno nell’ambito dell’iniziativa “Milano da leggere”), Non si uccide per amore, Ultimo tango all’Ortica e ora ne La memoria del lago (Sonzogno, pagg. 144, euro 14,00). Un romanzo breve quanto accattivante che si legge in un batter d’occhio e che, per chi non l’avesse già fatto, riporta con curiosità alla lettura delle precedenti storie. 
Fermo restando che l’ambientazione, questa volta, si sposta da Milano (città che comunque resta ovviamente in scena) sul lago di Como a fronte di una doppia motivazione: perché a Colico l’autrice ha contribuito, con il marito Paolo, a ristrutturare un vecchio casello ferroviario acquistato a un’asta giudiziaria, dove ha peraltro accasato la sua ricca collezione di gialli che nel suo piccolo appartamento sotto la Madonnina non sapeva più dove mettere (ed è appunto lì che trova respiro la sua creatività, soprattutto durante le vacanze). Poi perché, sin da piccola, era rimasta affascinata dai racconti sulla Resistenza che circolavano in famiglia. 
Così eccola ricordare: “Un fratello di mia nonna Rosa, dalla quale ho ereditato il nome, era riuscito a fuggire dal treno che lo stava trasportando in un campo di prigionia, trovando rifugio in una fattoria dove rimase nascosto per un anno e mezzo. E siccome da cosa nasce cosa, si sarebbe innamorato della figlia del fattore e l’avrebbe anche sposata”. 
Ma chi sono le protagoniste (donne ormai diventate di casa nell’immaginario di molti) delle avventure in giallo firmate da Rosa Teruzzi? Riprendiamo da quanto già annotato su queste stesse colonne: la poliziotta Vittoria, tosta e non proprio un modello di simpatia; sua madre Libera, una ex libraia, mite e riservata, che ora confeziona estrosi bouquet da sposa, ma con il pallino dell’investigazione in testa (mettere il naso in quel che non le compete è una sua prerogativa); infine nonna Iole, eccentrica insegnante di yoga, ex femminista ed eterna figlia dei fiori (lei tuttora allergica alle convenzioni, ma anche al pudore e alla biancheria intima). 
Insomma, un variegato terzetto in rappresentanza di tre generazioni che, muovendosi fuori dagli schemi, i guai sembra andare a cercarseli come la calamita attira il ferro. Non lasciatevi comunque fuorviare dalle apparenze: queste tre donne, quando si mettono a seguire una pista, non mollano l’osso succeda quel che succeda. La qual cosa le vede per certi versi imparentate con l’autrice, pronta a nascondere dietro un sorriso, dolce quanto accattivante, la sua forza di carattere. “Mi dicono che sono solare, conciliante. In effetti mi affeziono alle persone, anche se non manco di impuntarmi per le cose in cui credo”. 
Per la cronaca Rosa Teruzzi, da una decina d’anni caporedattore del programma televisivo Quarto Grado (che va in onda su Retequattro), è nata il 10 giugno 1965 a Monza ed è cresciuta con la passione per il giornalismo nel sangue (“I miei primi articoli risalgono infatti a quando avevo soltanto 18 anni”), senza comunque trascurare gli studi, che l’hanno vista laurearsi in Lettere moderne e Storia medievale con 110 e lode. 
“In effetti a scuola - come ha avuto modo di raccontarci - ero una secchiona, anche perché non volevo deludere le aspettative di papà, un uomo che si era fatto in quattro per far studiare me e le mie due sorelle. Così abbinavo alla scuola qualche lavoretto per raggranellare un po’ di soldi da utilizzare nelle emergenze quotidiane”. 
A fronte - ci mancherebbe - di significativi risultati: l’assunzione a La Notte, storico quotidiano milanese del pomeriggio, dove sarebbe diventata professionista occupandosi della pagina culturale, sino a guadagnarsi i galloni di caposervizio in cronaca. Salvo poi emigrare, quando questa testata giunse al capolinea, al settimanale Epoca, da dove sarebbe sbarcata a Mediaset, occupandosi per tredici stagioni del programma Verissimo. 
Lei che era arrivata in libreria nel 1992, dopo aver frequentato alcuni corsi di scrittura creativa, con un lavoro firmato a quattro mani con Sergio Redaelli (Laura Mantegazza, la garibaldina senza fucile). A seguire avrebbe dato alle stampe il suo primo giallo, Nulla per caso, seguito da Il segreto del giardiniere e Il prezzo della bellezza. Una terna di lavori imbastita sulla figura di Irene Milani, una cronista in forza (guarda caso) in un giornale del pomeriggio. 
Che altro? Un robusto amore per la lettura, con tanto di ringraziamenti al seguito. “Sono infatti debitrice a molti autori: da Dumas a Dostoevskij, da Stevenson a Jane Austen, per non parlare di Scerbanenco, colui che mi ha spinto sulla strada del giallo e il cui amore l’ho travasato in Libera in abbinata a quello per Gianna Anguissola (eroina della mia infanzia) e per l’avvocato e scrittore tedesco Ferdinand von Schirach”. Fermo restando l’affetto e il rispetto per Sveva Casati Modignani. Ovvero Bice Cairati, “una bravissima scrittrice che reputo alla stregua di una madrina in quanto, dopo averla conosciuta a una presentazione, nei miei confronti ha sempre dimostrato slanci di imprevista generosità”. 
Ma veniamo alla trama de La memoria del lago, un romanzo ben strutturato, “disseminato di indizi che spesso non sono indizi”, che si legge che è un piacere. State a sentire: “In una tiepida serata di fine estate, un vecchio dossier di polizia, ingiallito dal tempo, arriva sul tavolo del laboratorio di Libera”, appunto la fioraia del Giambellino. Contiene i documenti di un vecchio quanto dimenticato fatto di cronaca: il ritrovamento, nell’agosto del 1946, del corpo di una giovane donna, Sgheiz Maria Ribella, sulle rive del lago di Como. Caso che era stato archiviato come suicidio nonostante la denuncia del viceparroco della zona basata sulle confidenze di alcuni parrocchiani, che avevano anche indicato il nome di due possibili colpevoli: Alfredo Planetta e suo padre Tarcisio. Ma l’accusa nei loro confronti era stata ben presto archiviata a seguito delle testimonianze di alcuni gentiluomini della zona. 
Libera si rende conto degli evidenti svarioni giudiziari e ne resta sgomenta, anche perché quella morte la riguarda da vicino, dal momento che la vittima è la madre di Iole che a sua volta è madre di Libera e nonna di Vittoria, il trio di investigatrici al centro dei gialli di Rosa Teruzzi. Un terzetto narrativamente vincente che, in quanto tale, non si cambia. 
Come accennato i documenti ritrovati lasciano trasparire dubbi e interrogativi a gogò. Ad esempio: la figlia di quella povera ragazza era davvero dell’uomo che l’aveva appena sposata? E perché Tarcisio Planetta, il contrabbandiere, l’aveva minacciata ad alta voce nell’osteria? E chi erano quegli autorevoli personaggi che avevano garantito per lui? 
Insomma, ce n’è abbastanza perché la nostra amata fioraia abbandoni i suoi bouquet matrimoniali e si improvvisi di nuovo detective. Forse perché i suoi successi investigativi avevano rimesso tutto in discussione. Ecco perché Libera non poteva più accettare che un segreto rimanesse tale. Perché i segreti uccidono, come diceva nonno Spartaco, e quando non uccidono fanno comunque male. Così, insieme all’eccentrica Iole (cultrice, nonostante gli anni, del libero amore) e alla giovane cronista Irene, in forza al quotidiano La Città e dotata di un fiuto infallibile, Libera si tufferà nella sua quinta indagine, provando a scardinare i silenzi dei testimoni sopravvissuti. 
Sta di fatto che alla Miss Marple del Giambellino, come è stata battezzata dal alcuni critici, non mancherà certo la tenacia e l’arguzia - in un’indagine serrata tra Como, Lecco e le vie più esclusive di Milano - per far affiorare il segreto che si nasconde sotto le acque del lago. E sarà un segreto che…

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