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Un rapporto di coppia in bilico. E "Il movente è sconosciuto"

Il petrarchista e dantista Marco Santagata, collezionista di premi (come il Campiello, lo Stresa, il Comisso…), dà voce a una storia fuori dalle righe, dove un’apparente normalità domestica rischia di trasformarsi, complice una malattia, in un delirante buco nero. E al riguardo assicura che… 


11/06/2018

di Massimo Mistero


Due diversi punti di vista per raccontare una verità fumosa e per certi versi disorientante: quella di Lui, il marito, e quella di Lei, la moglie. Che si raccontano a spizzichi e bocconi giocando a rimpiattino con i fatti. E lo fanno parlando della loro vita, dei figli, del lavoro, delle malattie. All’insegna di una apparente normalità domestica. Ma quanto realmente c’è di normale in un rapporto che vive di luci e di ombre, di inquietudini sotterranee e di sospetti, un rapporto spesso contaminato dal dubbio, forse il peggiore dei nemici del vivere insieme? E quanto questo tipo di scrittura - azzardiamo con la certezza di essere smentiti dall’interessato - si rapporta al modo di rappresentare il reale nella Divina commedia di Dante, un modo che peraltro risulta imparentato con l’Ulisse di Joyce, cioè “il testo che ha dato la stura alla modernità”? 
Ecco, è appunto su questa sottile quanto complessa filigrana che si dipana la trama de Il movente è sconosciuto (Guanda, pagg. 174, euro 16,00), l’ultimo lavoro firmato da Marco Santagata, dove tutto e niente è quello che sembra, dove una strana coppia vive e convive senza sapere veramente nulla l’uno dell’altro; dove i due personaggi (lui a prima vista una brava persona, lei un’insegnante acida e frustrata) si propongono e si antepongono quasi involontariamente, senza che il lettore riesca mai a entrare per davvero nel dipanarsi del loro quotidiano. 
Complice l’abilità dell’autore - attraverso la semplicità e la scorrevolezza delle parole - di imbrigliare e, al tempo stesso, regalare spessore a quella che a prima vista appare come una non-storia. La qual cosa non deve stupire in quanto Santagata ci ha abituato a una scrittura che scivola via liscia come l’olio, spesso maliziosa nella sua semplicità, sincera e arrogante al tempo stesso. Dove peraltro sembrano affiorare, come nel caso della vicenda che stiamo proponendo, angolature del suo privato. Ad esempio il vizio del fumo (che l’interessato avrebbe dovuto accantonare strada facendo e che invece non ha fatto), la paura della malattia (contaminata, in sede di romanzo, da un errore grossolano), la data di nascita del suo protagonista (“Ma risulta soltanto casuale”), le ambientazioni collinari della sua infanzia (“Il citato paese di Monticelli, quello del quale avevo già parlato in Papà non era comunista, che in realtà si rifà alle Frabine, luogo della mia infanzia”), l’amore per i figli (Santagata ne ha addirittura quattro). 
Facendo peraltro spallucce alla zavorra della sua professione (insegna infatti Letteratura italiana presso l’Università di Pisa) e giocando maliziosamente con battute argute mentre, con indifferenza, ti viviseziona da cima a fondo attraverso quei suoi occhietti furbetti che lasciano intendere una cosa mentre, quasi certamente, ne sta pensando un’altra. Il tutto all’insegna di una intrigante bonomia, ci mancherebbe, che trova radici antiche in quella gratificante cadenza emiliana (è infatti nato a Zocca, in provincia di Modena, il 28 aprile 1947) che sembra non volerlo abbandonare nonostante i tanti anni vissuti altrove. Salvo poi rientrare nel ruolo che più gli compete non appena le circostanze lo richiedano. 
Spesso lamentandosi (“Caratterialmente mi ritengo un po’ prepotente, ma senza rendermene conto. Stando a chi mi sta vicino la mia sarebbe infatti una presenza complicata…”) di quella vita da girovago che lo ha visto e lo vede tuttora tenere banco in convegni e incontri di livello sia in Italia che all’estero (è ad esempio curatore delle opere di Dante nell’edizione Meridiani della Mondadori, nonché autore della biografia, o saggio che dir si voglia, Dante. Il romanzo della sua vita, vincitore del premio Comisso 2013), oltre a presentare i suoi libri a destra e a manca nel ruolo di “rappresentante di commercio della cultura” (la sua, ci mancherebbe). 
Libri dei quali ricordiamo - un po’ di pubblicità male non fa - il citato Papà non era comunista (Premio Bellonci per l’inedito 1996), Il copista, Il Maestro dei santi pallidi (Premio campiello 2003), L'amore in sé (Premio Stresa di narrativa 2006), Il salto degli Orlandi, Voglio una vita come la mia (finalista al premio Strega 2015), Il poeta innamorato. Su Dante, Petrarca e la poesia amorosa medievale
Santagata, si diceva, che si propone, oltre che un numero uno fra i dantisti, anche petrarchista di livello, studioso dei canti di Giacomo Leopardi, attento indagatore della poesia italiana fra l’Otto e il Novecento (leggi Pascoli e d’Annunzio). Lui che, per non farsi mancare nulla, ha imboccando ora anche la strada di Boccaccio (“Sto scrivendo un libro di ricerca e critica letteraria proprio su di lui, lavoro che dovrebbe essere pubblicato all’inizio del prossimo anno da Il Mulino”). Lui prima firma di numerose pubblicazioni scientifiche, la qual cosa gli ha fruttato diversi riconoscimenti. 
E ancora: lui pronto a sostenere un amore a largo raggio per chissà quanti scrittori (tanto per citare il rimpianto “austriaco Joseph Roth, che preferisco a Philips Roth, che a sua volta ci ha lasciato lo scorso 22 maggio. Oppure, parlando di italiani, mi intrigano l’Arbasino di Fratelli d’Italia e il Busi di Seminario della gioventù”), salvo poi ammettere di essere in quest’ultimo periodo in crisi di astinenza (“Non sto leggendo nulla”) in quanto troppo preso da impegni a destra e a manca. Lui con un debole dichiarato per le arti figurative e per l’architettura urbana (“Le città mi affascinano, più della stessa natura”). Lui infine portatore, ci mancherebbe, di una accattivante connotazione di narratore. 
Come appunto nel caso de Il movente è sconosciuto. Lavoro nel quale si concede, sia pure in maniera sfumata, alla letteratura gialla come peraltro lascia intendere sia il titolo che il colore della copertina. “In realtà non si tratta però di un vero giallo - tiene a precisare - in quanto l’assassino si conosce subito, ed è un uomo che, vittima di una diagnosi sbagliata che sembra non lasciargli scampo, sente il bisogno di tornare al paese e, in parallelo, di spegnere tutto quello che lo circonda, sino ad arrivare al delitto”. 
Di fatto una storia che risulta difficile inquadrare in un ben determinato genere, in quanto il tema centrale si rifà a uno strano quanto problematico rapporto di coppia. A fronte comunque di una vicenda “densa, increspata da brividi, sullo sfondo di un Appennino emiliano deturpato nel paesaggio e nei rapporti umani”. A far da detonatore al canovaccio, che si snoda in un ambito familiare all’apparenza come tanti, è come detto l’insorgere improvviso di una grave malattia. Della quale il Lui della storia preferisce tacere. Contribuendo ad alimentare le frustrazioni, a dare la stura a un complicato susseguirsi di fatti. A fronte di un menage dove è Lei a governare le vite della famiglia all’insegna di una apparente normalità. Anche se sarà l’insorgere della citata malattia a rimestare in maniera drammatica nelle inquietudini della loro vita, scatenando la rabbia che covava da anni e portando a un episodio di inesplicabile violenza. 
Sta di fatto che “la prova di forza tra marito e moglie si accentua, senza mostrarsi mai in modo esplicito. Perché Lei capisce di poterlo tenere definitivamente in pugno, ma nello stesso tempo teme di restare legata per sempre a un terribile segreto di Lui, del quale è complice, forse persino schiava”. In tale ambito “il lettore sente raccontare prima la versione dell’uomo - gelida, delirante e, se vogliamo, anche struggente - nella quale arriva a sentirsi, lui sempre così passivo e succube, addirittura - volendo azzardare - uno strumento del destino; poi è la volta della donna, le cui considerazioni scivolano poco a poco in un buco nero fatto di paura e di sensi di colpa”. 
Che dire: se parliamo di lettura il giudizio è largamente positivo; se parliamo di contenuti, è l’originalità a tenere banco; se parliamo di suspense, la fragilità risulta evidente in abbinata ad alcune incertezze contestuali; se parliamo del finale, potremmo definirlo ingegnoso; infine se parliamo di spessore narrativo, beh, la zampata del marpione risulta evidente. In quanto il canovaccio, a guardar bene, induce alla riflessione sul contorto dipanarsi di latenti quanto graffianti problematiche familiari. Che non sono mai quelle che ti potresti aspettare.

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