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Un serial killer, con il pallino dei tatuaggi, in azione nei quartieri di Brighton

Dalla graffiante penna di Alison Belsham un thriller da notti insonni. E poi il nero del passato firmato da Maria Masella e un onirico amarcord di Boris Vian


02/07/2018

di Mauro Castelli


Si chiama Alison Belsham e si è proposta - lei non più giovanissima - alla ribalta internazionale con un thriller d’esordio che, per la sua originalità, ha beneficiato delle luci della ribalta, lo scorso anno, alla Fiera del libro di Francoforte. Un lavoro per palati forti, ben raccontato (si sente la mano calda della sceneggiatrice), dove incontriamo un serial killer metodico quanto spietato in azione nei quartieri di Brighton e una donna portatrice di un terribile segreto, a fronte di un gioco fuori dalle regole il cui prezzo è rappresentato dalla morte. Il tutto legato alla curiosità sull’imprevedibile comportamento di un mostro alle prese con il dilagante avanzare dei tatuaggi nella nostra società. 
“In pratica - ha tenuto a precisare l’interessata - ho voluto attingere da questa esplosiva miscela per mettere in scena un brutale assassino che si diverte a estirpare tatuaggi dai corpi delle sue vittime quando sono ancora vive”. Dando voce a personaggi credibili, ben caratterizzati e segnati da problemi all’apparenza insormontabili. “In buona sostanza ho giocato d’azzardo inventandomi un assassino che terrorizza e al tempo stesso incanta il lettore, coinvolgendolo nel profondo. Facendo in modo che la paura si insinui strisciante fra le sue lenzuola mentre sta facendo le ore piccole per rendersi conto di quale piega prenderà la vicenda”. 
Diabolica, insomma, Alison Belsham. Come spesso succede quando sono le donne, con una buona dose di perfidia, a dare voce al Male. Ma come è nata l’idea di questa storia? “Tutto è successo nel 2015 quando decisi (tenete presente che l’interessata ha due figli, Rupert e Tim, ai quali dedica questo libro) di coronare un mio vecchio sogno: quello di farmi tatuare un polpo su un braccio. Così mi recai alla London Tattoo Convention per individuare l’artista giusto. Fatta la scelta, volai a Berlino per concretizzare il progetto. E quella notte, con l’inchiostro ancora fresco che macchiava le lenzuola dell’hotel dov’ero alloggiata, rimasi sveglia a pensare che quel tatuaggio era mio, soltanto mio e che nessuno avrebbe potuto portarmelo via. Ma se qualcuno ci avesse provato?”. 
Un interrogativo, questo, che l’avrebbe ossessionata nei giorni a seguire, generando il seme di un canovaccio teso a esplorare la mente di un efferato killer. Filtrando la storia attraverso il punto di vista dell’assassino. Il che “mi ha consentito di rendere più emozionante, violento e intrigante l’impatto con il lettore”. 
Risultato? Il tatuatore (Newton Compton, pagg. 378, euro 12,00, traduzione di Beatrice Messineo), un romanzo che sin dalle prime righe graffia, scuote le coscienze e che, a quanto “mi è dato sapere, non ha riscontri nella vita reale. Semmai una lontana parentela potrebbe averla con quanto capita in Giappone, dove può succedere che un tatuaggio venga rimosso da un cadavere per essere conservato ed esposto al pubblico in un museo. Allungando in questo modo la vita artistica del tatuatore. Inoltre, ad aiutarmi nel raccontare la storia, sarebbe stata la scoperta che in un museo della città dove vivo, Edimburgo, ne sia conservato uno”. 
Sta di fatto che il nostro brutale thriller si sarebbe imposto - sia pure a fronte di qualche ingenuità stilistica e alcuni peccati veniali, ma supportato da un ritmo incalzante e da una buona dose di suspense - all’attenzione sia del pubblico che della critica, finendo nelle liste dei libri più venduti. Italia compresa. Perché i meriti della Belsham sono tanti, a partire - ad esempio - dall’abilità nel descrivere le scene dei delitti e la fase della lavorazione della pelle. In questo aiutata da esperti di settore per regalare veridicità persino ai dettagli più insignificanti. 
A tenere la scena, dopo un antefatto da brividi nel quale incontriamo il killer al lavoro, è il giovane quanto ambizioso ispettore Francis Sullivan, da poco salito di grado, alle prese con il suo primo caso importante. È successo che Marni Mullins, una tatuatrice di Brighton, abbia trovato un corpo orribilmente scuoiato. Dalle prime indagini sul cadavere risulta chiaro che non si tratta di un omicidio isolato, ma frutto del lavoro di un serial killer. Il modus operandi e la firma sono agghiaccianti: mentre la vittima era ancora in vita, l’assassino ha rimosso intere porzioni di pelle, presumibilmente tatuate. 
Questa pista porta Sullivan a credere che una come Marni, che conosce il mondo dei tatuaggi come le sue tasche, sia l’unica persona in grado di aiutarlo. Ma lei ha tante buone ragioni per non fidarsi della polizia. E così, quando riuscirà a identificare il nuovo bersaglio del killer, si troverà a un bivio: dirlo a Sullivan o mettersi da sola a caccia del “ladro di tatuaggi”... 
Detto questo, uno sguardo al futuro narrativo dell’autrice. Che si rapporterà, ci mancherebbe, con un secondo romanzo in quanto il ferro va battuto sin che è caldo. Tanto più che lei, intenzionata a migliorare la sua scrittura, non manca di rifarsi a numeri uno del calibro di Stephen King, Stieg Larsson e Michael Connelly, passando per John Irving, Elizabeth Knox, Daphne du Maurier e Charles Dickens. Quindi non solo facendo riferimento ai primi della classe della letteratura di settore, ma anche prendendo spunto da altri grandi narratori di storie. “Dai quali, nemmeno a dirlo, c’è sempre qualcosa da portarsi a casa”.

A questo punto giochiamo in casa con Maria Masella, la prolifica autrice genovese (è infatti nata sotto la Lanterna il 10 febbraio 1948) che, una volta ritiratasi dalle scene lavorative - ha insegnato per 22 anni Matematica presso il liceo Cassini della sua città - si è messa sfornare noir a ripetizione, sebbene non ami “più di tanto la narrativa di settore”. E così eccola di nuovo sugli scaffali con Vittime e delitti (pagg. 238, euro 12,90), ventunesimo noir pubblicato dalla fratelli Frilli, diciannove dei quali dedicati al commissario Antonio Mariani (un poliziotto determinato quanto rispettoso degli altri, ma allergico alla burocrazia e al potere) e gli ultimi due a una nuova coppia di investigatori:  l’ex ispettrice Teresa Maritano (“Una donna tosta quanto impulsiva”) e il commissario Marco Ardini (“Un uomo che ha sofferto molto e che per questo tende a nascondersi”). 
Due figure distanti anni luce l’una dall’altra che in passato avevano lavorato sotto lo stesso tetto (la questura di Genova), sin quando lei aveva scoperto un giro di mazzette fra colleghi e aveva deciso di denunciarli. Ma il suo diretto superiore, appunto Ardini, si era ben guardato dal difenderla. Così lei gli aveva sbattuto la porta in faccia e aveva aperto un bar sperando di lasciarsi alle spalle il suo passato. In realtà Ardini l’ha sempre apprezzata e non manca ancora di stuzzicarla per farsi dare una mano nelle indagini più complesse. 
Il perché di questa scelta (“Ma Mariani lo ritroveremo in altre indagini”, assicura) è la stessa autrice a spiegarlo: “La storia che teneva banco in Nessun ricordo muore non faceva per Mariani. E volendo che il canovaccio si dipanasse così come l’avevo immaginato mi sono dovuta inventare una nuova investigatrice, che è poi anche l’io narrante della storia, benché inizialmente di prime voci me ne fossi immaginate due. Ma non funzionava. Sta di fatto che sarebbe stata una scelta giusta, tanto è vero che questa protagonista (dotata di attributi maschili) ho deciso di rimetterla in pista per la seconda volta. E non ritengo che sia finita qui”. 
Detto questo spazio alla trama. “Teresa Maritano ha ottenuto l’affido di Paola, ha riorganizzato la sua vita e ha assunto Sara, una giovane studentessa, per aiutarla nel bar e con la bambina. Avrebbe la vita tranquilla che desidera da anni, ma ritorna a tampinarla il commissario Marco Ardini. A Borgo Incrociati, poco lontano dal bar, è stato ucciso un falegname restauratore, Remo Valsi. Teresa non vuole essere coinvolta, ancora una volta, in un'indagine su un omicidio, ma Ardini la minaccia di farle togliere l’affido di Paola se non lo aiuterà a scoprire la provenienza di un mobiletto che ha visto sul luogo del delitto”. 
Il perché è semplice. Si tratta di “un’indagine che lui non riesce ad affrontare, perché un certo mobiletto gli ha risvegliato ricordi del periodo in cui era stato imprigionato e seviziato da bambino. Gli è bastato rivederlo per perdere la lucidità e sprofondare nel buco nero del passato. No, non cerca Teresa per l’omicidio di Valsi, caso che considera già risolto, ma per qualcosa di molto più importante: il mistero della sua prigionia”. Cosa potrebbe fare la nostra barista se non aiutare Ardini a liberarsi dai suoi fantasmi per non perdere Paola? Sta di fatto che l’omicidio di Remo Valsi, che sembrava di facile soluzione, diventa all’improvviso più complesso intrecciandosi con un’altra indagine che Ardini sta portando avanti in gran segreto. 
Per la cronaca, ne abbiamo già parlato ma repetita iuvant per i suoi neo-lettori, Maria Masella si propone come una donna “dal carattere lunatico e al tempo stesso accomodante”, oltre che “ironica, curiosa, impicciona e divertente”. Lei che adora il nuoto, il mare e la lettura dei classici, con puntate sugli autori che l’hanno più intrigata in gioventù, come Beppe Fenoglio; lei tradotta in Germania per i tipi Goldmann; lei che si vanta di essere stata l’unica autrice recensita con dieci anni di anticipo rispetto alla pubblicazione del romanzo (“Successe che nel 1989 inviassi al giornalista Giorgio Boatti, che conoscevo, un giallo dal titolo Per sapere la verità. Gli piacque e ne parlò sulle pagine de Il Manifesto. Tuttavia questo lavoro sarebbe stato pubblicato, per i tipi di Clessidra, soltanto nel 1999”. 
E ancora: lei dotata di una indubbia capacità nel diversificare i generi. Partendo da sette racconti spionaggio scritti (sotto lo pseudonimo di Mary M. Riddle) per la collana Segretissimo di Mondadori, per poi approdare al fantasy, al giallo e al rosa (lavori storici, questi ultimi, pubblicati da Mondadori). Senza dimenticarci di alcune sue apprezzate incursioni al… femminile: con Corbaccio ha infatti dato alle stampe nel 2009 Belle sceme!, mentre fra il 2014 e il 2016, nella collana Youfeel della Rizzoli, sono arrivati sugli scaffali Il cliente, La preda e Il tesoro del melograno

In chiusura di rubrica un omaggio all’indimenticato Boris Vian, l’artista “sfrenato, generoso, inventivo, onirico e geniale” nato a Ville-d’Avray il 10 marzo 1920 e morto a soli 39 anni a Parigi, il 23 giugno 1959, mentre assisteva a una “contestata” prima cinematografica tratta da un suo libro. D’altra parte sapeva di essere malato di cuore, ma non si sarebbe mai fatto mancare nulla, proponendosi come ingegnere, musicista, scrittore, traduttore di Chandler, Strindberg e Nelson Algren, giornalista, sceneggiatore teatrale e imprenditore. Lui che sarebbe stato anche membro del Collège de Pataphysique (la patafisica è la corrente artistica ideata dal drammaturgo transalpino Alfred Jarry, definita come “la scienza delle soluzioni immaginarie”), nonché dirigente del reparto discografico jazzistico della Philips. 
Bambino precoce, a undici anni già componeva le sue prime canzonette (strada facendo ne avrebbe scritte almeno 150, ma c’è chi ne azzarda il doppio), suonava la tromba e si dava da fare con un complessino messo in piedi con fratelli e amici. Poi, a diciannove anni, sarebbe sbarcato nella magica Parigi degli anni Quaranta, contribuendo, con i suoi mille talenti, a renderla ancora più magica. Ad esempio dando vita a un locale notturno dove si esibirono le maggiori figure del mondo dell’arte, delle lettere e dell’esistenzialismo. 
Instancabile, dopo essersi laureato in Ingegneria cartaria si era sposato, poi risposato ed era persino riuscito a farsi pubblicare da Gallimard. Ma i suoi romanzi - più o meno seri, spesso surreali e struggenti - non incontrarono il gusto del pubblico, tanto è vero che Lo strappacuore, La schiuma dei giorni e L’autunno a Pechino (negli ultimi anni proposti dalla Marcos y Marcos assieme a Le formiche e Sputerò sulle vostre tombe) vendettero poche centinaia di copie. 
Marco Y Marcos che ha ora dato alle stampe E tutti i mostri saranno uccisi (pagg. 216, euro 17,00, traduzione di Giulia Colace rivista in redazione), una storia grottesca e dirompente, feroce e divertente, in cui noir, fantascienza ed erotismo amabilmente si intrecciano. Con il lettore subito incantato da un incipit che la dice lunga sulle sue capacità narrative: “Prendere un colpo in testa, non è niente. Venir drogati due volte di seguito nella stessa serata, non è troppo sgradevole...  Ma uscire a prendere una boccata d’aria e ritrovarsi in una camera sconosciuta con una donna, entrambi in costumi adamitici, comincia a essere un po’ troppo. Quanto a quello che mi è successo dopo…”. 
A tenere la scena di questo romanzo è uno scienziato pazzo che vuole creare una razza perfetta accoppiando i più belli. E dei brutti che ne sarà? Di certo, e qui attingiamo dalle note editoriali, “la bellezza è una cosa seria: chiedetelo a Rock. Su e giù per Los Angeles, palestra mattina e sera; staccarsi le donne di dosso a ogni passo. Cadere nelle grinfie del dottor Schutz, che cerca donatori di seme per selezionare una razza di belli. Rock riesce a liberarsi per un soffio; il tempo di un rapido scambio amoroso e raccoglie rinforzi per assaltare la sua clinica. La missione si complica, si vola sul mare, si aprono paracaduti per calarsi sull’isola per soli belli. Ma in un mondo troppo finto e perfetto il fascino irresistibile dei brutti si scatenerà”. 
Inutile sottolineare che questo lavoro si nutre di contraddizioni e di piacevoli non sensi. Con l’autore a compiacersi nel dare voce a un palestrato protagonista adorato dalle donne, ma intenzionato a rimanere vergine sino al compimento dei vent’anni. Ed appunto da questa specie di burla che la storia prende forza all’insegna dell’ironia e, in parte, della parodia. Mettendo alla berlina le ossessioni della società francese dell’epoca, condizionata appunto dal mito della bellezza. 
A beneficio dei lettori ricordiamo che E tutti i mostri saranno uccisi fa parte dei quattro libri che Vian aveva pubblicato sotto lo pseudonimo di Vernon Sullivan fingendo di esserne non l’autore, ma il traduttore. Lavori impregnati di ingredienti hard boiled, peraltro travasati, in una specie di gioco grottesco, nel polar francese. Dove donne bellissime, inseguimenti sulle strade della Città degli Angeli, poliziotti corrotti e bistecche alte un dito sui sprecano. 
Risultato? Con il primo, Sputerò sulle vostre tombe, fu incriminato per oltraggio alla morale. Il che gli valse un posto al sole nella classifica dei libri più venduti in Francia. E quindi il successo. Ma sarebbe stato con il terzo, appunto E tutti i mostri saranno uccisi, che avrebbe fatto breccia sui critici, pronti ad osannarlo come autore del suo romanzo più bello. “Forse perché è meravigliosamente vianesco nella narrazione onirica e spumeggiante; e perché l’argomento del narrare è bruciante. Cosa ne sarà di noi, prigionieri della bellezza, della perfezione, della giovinezza? La risposta di Vian lascia sperare”.

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