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Un serial killer fra le strade di Roma fa strage di donne: seviziandole, stuprandole e uccidendole. È “l’Avvoltoio”

A raccontarcene il perché e il percome, con l’ironia che gli è congeniale, è uno dei due autori (l’altro è Antonio Del Greco, attuale direttore operativo della Italpol), il quale non manca di ricordare anche la loro entrata in scena come personaggi di questo inquietante thriller


23/11/2020

di MASSIMO LUGLI


Un serial killer getta il panico nelle strade di Roma. Una dopo l’altra, diverse donne vengono assassinate a mani nude dopo essere state brutalmente seviziate e stuprate. La polizia, all’inizio, nicchia: nega che l’assassino sia sempre lo stesso, parla di analogie, di emulazione, di casi molto simili ma non necessariamente connessi e, alla fine, è costretta ad ammettere una realtà terrificante. 
La stampa ci si butta a pesce e conia, per l’omicida, un nomignolo inquietante: l’Avvoltoio. La politica coglie l’occasione per rinfocolare le polemiche sulla sicurezza nella Città Eterna, il ministro dell’Interno, sotto pressione, incalza il prefetto, il prefetto minaccia il questore, il questore assilla la squadra mobile e, alla fine, tutto ricade sulle spalle della dirigente della sezione omicidi, Angela Blasi. Sì, proprio lei. L’ex ispettrice del caso del Canaro della Magliana, promossa funzionario, la poliziotta single, insicura e un po’ nevrotica che aveva indagato sul giallo di via Poma si ritrova alle prese col caso più difficile della sua carriera… Finale, ovviamente, non “spoilerabile” (ma chi ha inventato questa parola?) ma, sicuramente, imprevedibile che il lettore scoprirà solo nelle ultimissime pagine del romanzo. 
Fin qui, la trama del quinto romanzo scritto a quattro mani con Antonio Del Greco, l’ex funzionario di polizia protagonista delle inchieste (vere) più clamorose degli ultimi quarant’anni e con cui ho avviato una proficua e divertentissima avventura letteraria. Prima Città a mano armata, poi Il Canaro della Magliana e, a seguire, Quelli cattivi, Il giallo di via Poma e, infine, quest’ultimo libro Inferno capitale (Newton Compton, pagg. 348, euro 9,90) programmato perlo scorso marzo, rinviato a causa del lockdown e uscito alla fine di ottobre alla vigilia delle nuove restrizioni che hanno falcidiato presentazioni, firmacopie e incontri con i lettori: quanto di più divertente e gratificante ci sia nella vita di ogni autore. 
I romanzi scritti da me e Antonio sono sempre un cocktail di realtà e di fantasia. L’enorme esperienza di Del Greco permette di ricostruire, con esattezza, il meccanismo di un’inchiesta di polizia investigativa: le intuizioni, le false piste, i sopralluoghi, le testimonianze, le illusioni, le contraddizioni, i colpi di fortuna e le delusioni dell’ultimo minuto, quando la soluzione sembra a portata di mano e invece bisogna ricominciare tutto da capo. 
In questo romanzo, però, è la fantasia a farla da padrone. La cronaca nera capitolina ricorda un solo serial killer, Maurizio Giugliano, il “Lupo dell’agro pontino” che, però, non creò allarme nella capitale per il semplice fatto che la gran parte dei suoi omicidi furono scoperti solo quando era già in carcere. Tutta la vicenda dell’Avvoltoio è inventata anche se l’inchiesta giudiziaria ricorda molto quella che portò all’arresto di “Joe Codino”, uno stupratore seriale che agiva nella zona di Montesacro. 
Joe Codino, però, non ha mai ucciso nessuno e tra l’altro, in seguito, fu coinvolto in una seconda indagine da cui uscì completamente scagionato. Largo, quindi, all’immaginazione con personaggi collaudati come Tommaso Elleni, funzionario di polizia dalle geniali intuizioni e dalla turbolenta vita sentimentale (alter ego non troppo nascosto di Antonio Del Greco), la neo funzionaria Angela Blasi con i suoi eterni dubbi e le sue emozioni trattenute a stento dietro una corazza di professionalità, lo scanzonato e intraprendente cronista di Repubblica Marco Scalesi (inutile sottolineare le analogie con il sottoscritto), il roccioso e manesco ispettore Mastrolindo e un piccolo esercito di comprimari che parlano, pensano, agisco esattamente come i poliziotti e i giornalisti veri, turpiloquio, sgambetti, sgarbi e furberie compresi. 
L’impianto, se è consentito a un autore essere recensore di se stesso, è quello del classico thriller mozzafiato, costruito con l’intento (mi auguro riuscito) di tenere il lettore in tensione fin dalle prime righe e sorprenderlo in chiusura con una soluzione del tutto inaspettata. La qualità e lo spessore del romanzo li giudicheranno i lettori. Per me e Antonio quello che conta, come al solito, è avercela messa tutta e esserci divertiti da matti. 
La nostra collaborazione letteraria è fatta di trovate, incontri, ripensamenti, spunti che arrivano all’improvviso, scrittura, correzioni, altre correzioni. Io ci metto le parole, lui l’esperienza e la fantasia da ragazzino di 68 anni ancora capace di sognare e di entusiasmarsi. Come me, del resto. Dai primi riscontri positivi che arrivano da vendite e recensioni possiamo pensare di aver fatto centro. E soprattutto di aver ribadito che, per godersi un buon thriller, tosto e realistico, non c’è necessariamente bisogno di leggere solo autori americani o scandinavi. Molti scrittori italiani non sono da meno. Come, modestia a parte, noi due.

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