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Un serial killer imperversa a Torino e il commissario Vivacqua indaga

Torna l’intrigante protagonista uscito dalla penna di Carlo F. De Filippis. A ruota le regole del giallo interpretate da Kerry Fisher e Andreas Gruber


17/09/2018

di Mauro Castelli


Si propone come una delle voci più interessanti della nostra narrativa di settore, dov’era entrato alla chetichella tre anni fa, proposto dalla Giunti, con Le molliche del commissario, un giallo alla Agatha Christie nel quale aveva fatto debuttare un personaggio con le carte in regola per catturare e sorprendere il lettore: ovvero Salvatore Vivacqua, detto Totò, poi riproposto vincente ne Il paradosso di Napoleone e quindi - visto che non c’è due senza tre - eccolo di nuovo sugli scaffali, sempre per i tipi della Mondadori, con Uccidete il Camaleonte. Una nuova indagine del commissario Vivacqua (pagg. 358, euro 16,90). 
Un lavoro nel quale - a detta dello stesso autore, Carlo F. De Filippis - “non trovano spazio grandi cambiamenti rispetto al romanzo precedente”. A fronte di “una mancanza di novità dal doppio significato: tutti coloro che mi avevano dato una mano in passato, piuttosto che lasciarmi in un istituto, hanno continuato nella loro generosa opera di soccorso. Bravi e generosi. Forse perché con me si divertono: ascoltandomi quando invento storie che difficilmente arriverebbero a pagina tre; quando chiedo consigli che poi non seguo, e quando li seguo dico che è tutta roba mia. Oppure come quando, dopo aver finito il romanzo, due ore dopo chiedo se lo stanno leggendo per sapere come va…”. 
Come si sarà capito, l’ironia non difetta in questo autore, che vive e lavora come manager a Chieri, sulle colline torinesi;  che ama scrivere, al riparo delle mura domestiche, possibilmente di notte, quindi senza distrazioni di sorta (“La mia capacità di concentrazione è pari a quella di un pesce rosso”); che trae ispirazione dai grandi autori a stelle e strisce, come Joe Lansdale, Don Winslow, James Ellroy ed Edward Bunker, dei quali ammira la capacità di nascondere le carte per farle riapparire quando meno te lo aspetti. 
Che altro? Una penna capace di regalare canovacci di un certo peso, che si rapportano a una cura certosina per i dettagli, a partire dalle atmosfere. Dando voce a personaggi ben caratterizzati, i cui ruoli si dipanano secondo un ben studiato piano narrativo. Anche se il ruolo vincente, secondo logica, va naturalmente al suo commissario Vivacqua. Un poliziotto burbero quanto schivo, dotato di una mente acuta e di un istinto infallibile, pronto a farsi carico - ne abbiamo già parlato - anche di indizi all’apparenza di poco conto. Il tutto all’insegna di un comportamento irriverente e ironico. 
In buona sostanza - “Non vado matto per le minestrine, per i mezzi sapori” - un concentrato di difetti abbinato a una ricca dose di onestà, equilibrio morale e senso del dovere. Un poliziotto peraltro empatico, capace di arrivare al nocciolo del problema conscio del fatto che ogni assassino lascia sempre tracce involontarie sulla scena del crimine. Lui siciliano, con più cicatrici che capelli e un carattere quadrato come la sua stazza, che si è trasferito a Torino, una città che ha imparato ad amare dopo un non facile periodo di rodaggio. Lui che risulta a capo della Direzione investigativa, e che questa volta è alle prese con un serial killer autore di ben nove omicidi e che sembra averci trovato giusto. 
Certamente un caso difficile da risolvere, ma anche complesso dal punto di vista narrativo. “In effetti - tiene a precisare De Filippis - trattandosi di una gabbia seriale non mi risultava facile sorprendere il lettore più smaliziato. Conscio che la vittoria sarà sempre del protagonista, il quale sa già in partenza che non morirà Montalbano, Ricciardi, Pepe Carvalho, Marlowe o, nel mio caso, Vivacqua. Da qui la necessità di un meccanismo che sorprendesse i miei supporter. Per questo mi sono sforzato di lavorare come un enigmista, inventandomi cioè un intreccio che spero sia risultato accattivante. E se, alla fine della storia, il mio commissario avrà risolto il caso prima del lettore, ritengo di avere fatto il mio dovere”. 
Detto questo spazio alla sinossi di Uccidete il Camaleonte. Già, il camaleonte, che in greco significa Leone di terra. “Come tutti sanno è un rettile, un sauro più precisamente, piuttosto lento, capace di attendere la preda in totale immobilità per ore e ore. Non è un animale sociale, vive per i fatti suoi, anzi disdegna i propri simili con i quali spesso ingaggia lotte mortali. Sa mimetizzarsi, si adatta perfettamente all’ambiente; alcune tribù ritengono che porti in sé lo spirito maligno dei morti. Noi invece parliamo di un essere umano che uccide, per follia, per rabbia, per comunicare la propria malattia”. 
Ovviamente Camaleonte è il soprannome del killer “che tiene sotto scacco Torino durante una torrida estate; un criminale che ama spiazzare i suoi inseguitori, avvicinandoli camuffato tra la folla, prendendosi gioco di loro. E che alle vittime lascia in dono un anello nuziale. Perché lo fa? E come le seleziona? Celebra forse un rito? Un rito molto singolare in cui a ogni matrimonio segue un funerale. Ha infatti ucciso nove donne e non ha intenzione di fermarsi”. 
Per far luce sulla vicenda il questore, detto Il Doge, vuole in campo il migliore dei suoi, l’unico che abbia già catturato un serial killer: Salvatore Vivacqua, appunto, in procinto di andare in vacanza in Salento con la moglie Assunta, i figli e il cane Tommy. Invece - il contrordine è di dovere - dovrà fermarsi in città per indagare, in questo supportato dai suoi storici collaboratori: il goffo “giraffone” Santandrea e l’atletico Migliorino. 
“Sulle prime le ricerche, concentrate intorno a un ambiguo salone di bellezza, arrancano. Il mostro continua infatti a uccidere, gli investigatori non azzeccano una mossa e sfiorano l’esasperazione quando finalmente il fiuto di Vivacqua porta a un insospettabile. I giochi sembrano fatti, ma qualcosa non torna. A questo punto il commissario chiederà altre due ore di tempo. Due ore soltanto. Le ultime, per dimostrare che talvolta la verità è quella che non ti saresti mai aspettato…”.

Il secondo suggerimento per gli acquisti risulta legato alla penna dell’inglese Kerry Fisher, che attualmente vive nel Surrey con il marito Steve e i due figli, ma che a lungo - complici gli studi di italiano (e francese) all’università di Bath - ha avuto un rapporto stretto con il nostro Paese. Dopo aver viaggiato a lungo in Spagna e in Corsica, era infatti sbarcata in Toscana svolgendo diversi lavori, come l’insegnante di inglese e l’accompagnatrice turistica. Lei che, con questo suo quarto romanzo intitolato L’altra moglie (Nord, pagg. 346, euro 18,00, traduzione di Francesca Sassi), ha monopolizzato per mesi le classifiche di vendita nel Regno Unito. Giocando a rimpiattino con i lati oscuri di un matrimonio perfetto soltanto in apparenza. Nell’ambito del quale viene idealizzata una moglie che se ne è andata all’altro mondo, quando invece non si era fatta mancare i suoi bravi scheletri nell’armadio. 
La storia si apre con il matrimonio di Maggie, madre single da dieci anni, con Nico, il figlio più piccolo di una famiglia matriarcale italiana che vive a Brighton. La sua prima moglie, Caitlin, era infatti morta giovane a causa di un cancro incurabile. Anche per questo la figlia Francesca non è affatto contenta che suo padre si sposi di nuovo. Così come non lo è la madre, la perfida Anna Farinelli. La quale, invece di vedere in Maggie la donna giusta capace di aiutare il figlio a riprendersi dal grave lutto, la giudica alla stregua di un indegno rimpiazzo. Caitlin, secondo lei, era infatti più sofisticata, più bella, più intelligente, più adatta per Nico. Insomma, più tutto. E Maggie se lo sente ripetere talmente tante volte che inizia quasi a crederci. Finché non trova un fascio di lettere nascoste in soffitta (Il portagioie d’oro mi sfuggì di mano. Lo raccolsi e lo girai per controllare che non si fosse rovinato e, all’improvviso, il cuscinetto di velluto blu scivolò via, seguito da una cascata di biglietti e cartoline, tutti indirizzati a Caitlin. Quella però non era la figlia di Nico…), lettere scritte da Caitlin a un uomo che non era suo marito. 
In realtà, nonostante le sue paure, Maggie è felice di avere finalmente un uomo al suo fianco, un vero gentiluomo che la rispetta e che è disposto a prendersi cura di suo figlio Sam. I problemi iniziano però quando si rende conto che sia la figliastra sia la suocera cercano di sabotare il loro matrimonio. Unica a stare dalla sua parte la cognata Lara, che è sposata con Massimo, fratello di suo marito. Brillante professionista lui, impeccabile donna di casa lei, entrambi amorevoli genitori del figlio Sandro. Eppure, dietro l’apparenza, si celano ombre che Lara non ha il coraggio di condividere con alcuno. Almeno finché non arriva la nuova cognata. Per Lara, Maggie potrebbe infatti rappresentare la chiave di volta per evadere dalla prigione del suo matrimonio. Purtroppo, in una famiglia tenuta insieme dalle ipocrisie e dai segreti, la verità può avere un effetto devastante... 
Che dire: una storia che si dipana fra le pieghe di uno spaccato familiare allargato, dove i suoi membri non si fanno mancare nulla e dove le apparenze sembrano contare più dell’ingombrante realtà: da qui un rincorrersi di violenze domestiche, fisiche e psicologiche, generate soprattutto dalle differenze sociali. Per non parlare del ruolo giocato dai tradimenti. 
Di fatto la lettura di questo romanzo risulta piacevole, in quanto il racconto si sviluppa all’insegna di una drammatica ironia.  Con l’autrice a dare il suo meglio quando si addentra in temi spinosi come la violenza psicologica maschile e i risvolti negativi legati al fatto che la nostra protagonista si propone soltanto come una “seconda” moglie. Risvolti non sempre superabili attraverso l’arte del compromesso. 
Un’ultima annotazione: questo canovaccio, per certi versi, ricorda il capolavoro Rebecca, la prima moglie, un romanzo scritto nel 1938 da Daphne du Maurier e poi travasato sia sul grande schermo che sul palcoscenico teatrale. Ma il contesto e le variazioni narrative, nel nostro caso, risultano però distanti anni luce.

Più cruento, segnato da false piste e da intriganti sospetti, si nutre invece Fiaba di morte (Longanesi, pagg. 500, euro 22,00, traduzione di Alessandra Petrelli), terzo appuntamento legato alla trilogia incentrata sul profiler olandese Maarten S. Sneijder e firmata dall’austriaco Andreas Gruber, nato a Vienna nel 1968, città dove si è laureato in Economia. Il quale, dopo aver lavorato in una compagnia farmaceutica, ha deciso - visti i riscontri ottenuti - di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno, accasandosi con la famiglia e cinque gatti a Grillenberg, nel Sud del Paese. Per la cronaca questo autore, con i suoi racconti (approdati in chissà quante antologie) e i suoi romanzi, ha vinto due volte il Vincent Prize e il German Phantastik Prize, a fronte di diritti venduti, fra l’altro, in Francia, Germania, Turchia, Brasile, Giappone e Corea. 
Gruber, si diceva, il quale tiene a precisare, in una nota a margine, che le storie imbastite sul citato profiler non si fermeranno qui. Fermo restando il ringraziamento ai lettori e alle lettrici per avergli permesso, ancora una volta, di uccidere… in conto terzi (“Vi rendete conto di quanto valga essere in grado di ammazzare delle persone senza finire in prigione, oppure inventare personaggi fuori dalle righe senza finire in psichiatria?”). Per non parlare della sua riconoscenza nei confronti di una studentessa che ha scritto una tesi di laurea proprio sul suo Sneijder, facendolo “diventare un argomento universitario”. 
Della citata trilogia - nella quale l’autore gioca a rimpiattino con i lettori regalando sospetti e seminando false piste - Longanesi ha già pubblicato, due anni fa, Sentenza di morte, una storia intricata e ricca di colpi di scena che era stata inviata quasi per gioco a un piccolo editore, il quale l’aveva pubblicata riscuotendo un tale successo da spingere una delle più importanti case tedesche, la Goldmann, ad acquistarne i diritti. Risultato? Oltre mezzo milione di copie vendute. 
A fronte di una scrittura che secondo alcuni critici ricorda quella di Patricia Cornwell per la forte componente medico-legale e quella di Robert Harris per la psicologia e la caratterizzazione dei personaggi. Storia peraltro incentrata su una ragazza scomparsa da un anno e ritrovata, sconvolta e sotto shock, in un bosco nei dintorni di Vienna. Ma del lungo periodo trascorso chissà dove non porta al seguito tracce di violenza e non ricorda nulla. Un bel caso per Sneijder, che per arrivare al dunque può contare soltanto su un tatuaggio sulla schiena della donna con incise alcune immagini tratte dall’Inferno di Dante. 
Di tutt’altra farina risulta invece impastato Fiaba di morte, un thriller ambientato a Berna, città dove viene ritrovato il cadavere di una donna che “fluttua nel vuoto, appeso a un ponte per i capelli”. A indagare è il detective Rudolf Horowitz, il quale nota un misterioso segno sulla pelle della vittima e si rende conto che, per risolvere questo mistero, non potrà fare a meno dell’aiuto di Maarten S. Sneijder, il talentuoso profiler noto in tutta Europa. Un tipo fuori dalle righe, misantropo quanto cinico, che come metodo di studio affida ai suoi studenti cold case da risolvere. 
Secondo logica narrativa Sneijder accetta l’incarico e, una volta arrivato sul posto, si mette al lavoro affiancato nuovamente dalla giovane collega, nonché ex allieva, Sabine Nemez. “Individuando subito inquietanti somiglianze tra il metodo dell’artefice dell’omicidio a Berna e quello dello spietato serial killer Piet van Loon, da lui arrestato anni prima dopo una estenuante caccia all’uomo. Ma, procedendo nelle indagini, l’assassino sembra essere sempre un passo avanti rispetto a loro”. 
Nel frattempo “la giovane psicologa Hannah Norland arriva a Steinfels, un penitenziario psichiatrico nel nord della Germania, con il pretesto di dirigere sessioni di terapia di gruppo con i detenuti. Ma Hannah, in realtà, è interessata a un solo prigioniero, Piet van Loon, lo stesso che per Sneijder torna misteriosamente a essere una figura chiave di un gioco diabolico. Un gioco che dovrà fermare a ogni costo prima che altri innocenti possano cadere vittime di una nuova, perversa violenza”. 
Che altro? Un autore dalla finta faccia da duro, Gruber, segnata da un paio di occhiali cerchiati d’azzurro tanto per darsi un tono, che adora il cinema e che ama viaggiare con sua moglie, oltre a suonare la batteria. E in questo ambito - ironizza - “aspetto invano una chiamata dai Rolling Stones”.

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