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Un sublime viaggio nell’arte sacra, fra serafini e cherubini, troni e domiziani, arcangeli e angeli…

Ma nell’estro creativo dei grandi artisti troviamo anche cantori e musicanti, sinfonie divine per offrire agli uomini il riflesso dell’armonia del cosmo


24/01/2020

di Donatella Gallione Molinari

Perfetta e incorruttibile, lontana dalle miserie terrene, la divinità può dimorare solo in un universo metafisico, impalpabile come l’aria, insondabile come il firmamento; per questo viene spontaneo cercarla in alto, nella volta celeste.  Ma il cielo, più si guarda e più appare lontano, un luogo irraggiungibile dalla terra; così ben presto, nella maggior parte delle religioni, compare una figura che fa da tramite tra questi due mondi: l’Angelo che significa messaggero, nunzio, servitore; per questo deve essere veloce, allora ecco comparire nella sua iconografia le ali, un mezzo ideale perché l’Angelo possa spostarsi velocemente tra cielo e terra e viceversa. 
Troviamo già benefiche creature alate nelle antiche religioni dell’area mesopotamica-babilonese, in quelle dell’estremo oriente come buddismo, bramanesimo, taoismo e confucianesimo ed anche nello sciamanesimo delle civiltà americane. 
La nostra religione introduce, dal IV secolo, diverse varianti iconografiche degli Angeli tra cui quelli cantori e musicanti, riprodotti in arte come esseri delicati con ali e aureola, che eseguono sinfonie divine per offrire agli uomini il riflesso dell’armonia del cosmo. Sempre nell’alto medioevo vengono stabilite le gerarchie angeliche suddivise, a seconda della loro importanza, in: Serafini, Cherubini, Troni, Dominazioni, Virtù, Potestà Principati, Arcangeli e Angeli. Contestata nel XV secolo dagli Umanisti questa rigida suddivisione si è persa nel tempo per cui, ad esempio i Serafini (rappresentati di color rosso e con 6 ali) e i Cherubini (rappresentati con 4 ali di colore azzurro cosparse di occhi) spesso si confondono. 
Ritornando agli angeli musicanti una rappresentazione particolarmente affascinante dei cori angelici si trova nel santuario di Saronno.


"Coro degli Angeli": Gaudenzo Ferrari, 1536. Affresco sulla cupola del Santuario SS. Vergine dei Miracoli a Saronno (particolare)

Alzando gli occhi verso la cupola si ha l’impressione di prender parte ad un allegro girotondo di Angeli dalle vesti fluttuanti e coloratissime, in uno spazio così popolato di figure, che non esistono zone vuote. 
Il pittore, abile suonatore di lira da braccio, rappresenta 56 strumenti musicali, a fiato, a corde, a percussioni, alcuni di essi frutto della sua fantasia. Ci sono, tra gli altri, arpe, organi, liuti, viole, trombe, ghironde, siringhe di Pan, pive, mandole, violini, salteri e molti altri, alcuni di origine orientale (giga, ribeca). 
Gli Angeli sono uno diverso dall’altro, con fisionomie ben precise, hanno pose differenti, movimenti armoniosi e misurati di grande naturalezza ed eleganza insieme. Le espressioni dei visi, dai contorni morbidi, sono fresche, spontanee e tenerissime. 
I tessuti preziosi delle vesti hanno colori cangianti: verdi, azzurri, rossi, ocra e oro e le tonalità di base sono ricche di lumeggiature. 
Quella di Gaudenzio Ferrari è una pittura dai colori smaglianti che l’artista impreziosisce con tocchi in foglia oro o pastiglia sulle aureole, sui bordi delle vesti e su alcuni strumenti musicali. 
È una pittura che si ispira a Perugino e Raffaello, al naturalismo di Leonardo, ma caratterizzata da un segno più incisivo. Il suo Paradiso è una gioia per gli occhi e per l’anima, un festoso vorticare di ali e di vesti pieno di leggerezza. 
Nell’iconografia cristiana ci sono anche gli Angeli ribelli a Dio, comandati da Satana, nemici dell’uomo e del creato, scacciati dal Paradiso e precipitati nell’Inferno a causa della loro superbia e infedeltà. 
Troviamo anche Angeli soldato come l’Arcangelo Michele; munito di corazza e mantello militari tiene fra le mani una spada. Fa parte dell’armata celeste contro Satana e i suoi Angeli ribelli. Alla fine del mondo l’Arcangelo Michele farà squillare la tromba del giudizio, per questo spesso ha in mano una bilancia per pesare le anime (retaggio di derivazione islamica a sua volta derivato dalla mitologia egizia e persiana).


"L'Arcangelo Michele schiaccia Satana": Guido Reni, 1630/35. Santa Maria della Concezione, Chiesa dei Cappuccini a Roma, cm. 293 x 202, olio su seta

Capolavoro del Barocco ed emblema della Controriforma questo quadro, dalla perfetta ed equilibrata composizione diagonale, ci mostra l’Arcangelo Michele, che occupa gran parte della superficie, in tutta la sua bellezza angelica, ma anche in tutta la sua temibile potenza, mentre schiaccia Satana sotto i suoi piedi e, sereno ed autorevole, coniuga in egual misura bellezza estetica e qualità morali. 
Imponente e monumentale, avvolto da uno svolazzante mantello rosso vivo, simbolo di forza e vitalità, tiene tra le mani una pesante catena e una lunga spada; è un giovane biondo e angelico dai lineamenti perfetti, ma il suo corpo, elegante ed armonioso, è muscoloso e forte come si addice ad un guerriero. 
Satana, dall’aspetto sinistro e sgradevole, con le ali verdi da drago e la testa schiacciata sotto i piedi dell’Arcangelo, è sul ciglio di una voragine pietrosa e fiammeggiante e contrasta con la radiosa bellezza dell’Arcangelo Michele che, sicuro e determinato, si staglia su un cielo gonfio di nuvole. 
I colori del dipinto ricco di velature, sono sfumati e particolarmente morbidi, anche grazie al supporto in seta. 
Sovente la figura dell’Angelo è presente anche durante la fuga in Egitto.


"Riposo durante la fuga in Egitto": Caravaggio (Michelangelo Merisi), 1595/96. Olio su tela, cm.135,5 x 166,5 - galleria Doria Panphilj a Roma

In questo bellissimo dipinto l’Angelo è l’asse centrale della composizione. La sua bellezza ricorda una statua classica e se non avesse le ali (stranamente grigie), non avrebbe nessuna sacralità. 
Ripreso di spalle col viso leggermente rivolto verso di noi, è coperto solo in parte da un leggero panneggio di lino bianco (all’inizio era nudo) e ricorda la posa delle tre grazie. 
Per favorire il riposo del bimbo suona il violino che però ha una corda rotta, a simboleggiare la precarietà della vita umana. 
San Giuseppe regge lo spartito che gli esperti hanno identificato in un brano musicale del cantico dei cantici inneggiante alla bellezza della Vergine. 
Con le sue ali l’Angelo segna una linea di mezzeria tra divino e terreno; infatti a sinistra, sotto i piedi di San Giuseppe il terreno è sassoso a destra invece, intorno a Maria e Gesù, c’è una terra verdeggiante. È quindi evidente la rappresentazione di un percorso di salvazione cristiana che partendo da sinistra procede dall’animale, all’umano verso l’angelico per giungere al divino. 
Le figure dell’Angelo, della Vergine e del bambino sono illuminate da luce piena e solare che proviene da una fonte non ben identificabile, san Giuseppe invece rimane nell’ombra. 
Caravaggio è famoso per umanizzare anche gli episodi più sacri, e pure in questo dipinto la Vergine più che una creatura divina sembra una madre amorosa che, stanca dopo il lungo viaggio, si addormenta stringendo tra le braccia il suo bambino con grande naturalezza e spontaneità. 
Nelle opere d’arte comunque, l’argomento più trattato e più amato, con la presenza di un Angelo, è certamente l’Annunciazione.
Nell’arte cristiana la più antica immagine dell’Annunciazione si trova sulla volta di un cubicolo della catacomba di Priscilla a Roma (prima metà IIIsec.). L’Arcangelo Gabriele ha sembianze maschili ed è senza ali perché i primi cristiani volevano differenziarlo dalle vittorie alate pagane.


"Annunciazione tra i Santi Ansano e Massima": Simone Martini, 1333. Tempera e oro su tavola, cm. 305 x 265. Uffizi a Firenze

In questo raffinatissimo dipinto l’Arcangelo Gabriele è avvolto da una luce dorata, quasi abbagliante, indossa una veste sacerdotale, mentre in testa porta un diadema con nastri e mirto o alloro indice di regalità che richiama il gusto cortese dell’arte tardogotica. Altrettanto dorato è lo sfondo senza profondità che dà alla composizione un’atmosfera astratta ed irreale. 
L’Arcangelo sicuro e tranquillo, a sinistra della composizione, è appena atterrato perché ha il mantello ancora svolazzante e gonfio d’aria e le ali aperte che mostrano la loro raffinata stesura pittorica. 
In ginocchio, davanti a Maria, porge un ramo di ulivo, simbolo di pace, anziché il giglio, simbolo di purezza perché, essendo il giglio simbolo di Firenze era inviso ai senesi (l’artista era senese); con l’altra mano indica la colomba dello Spirito Santo, circondata da Cherubini. 
La Vergine, dai colori scuri, molto terreni, è elegante ed aggraziata, è seduta in trono come una regina e all’apparizione abbagliante dell’Angelo si ritrae turbata e scontrosa, ruotando il busto da un lato e la testa dall’altro, cosa che conferisce dinamismo alla sua esile figura. 
L’ espressione è corrucciata e timorosa tanto che con una mano si chiude il mantello quasi in segno di difesa. 
Si avverte in questo dipinto un’atmosfera principesca, quasi profana, elegantissima e raffinata, che ricorda i codici miniati d’oltralpe, tipica della scuola senese dell’epoca.


"Annunciazione": Beato Angelico, 1440/50. Affresco, cm. 230 x 321, corridoio nord convento di S. Marco a Firenze

Se nell’Annunciazione di Simone Martini prevalgono eleganza, raffinatezza e un clima principesco e profano, in questa Annunciazione di Beato Angelico regna un’atmosfera silente e mistica. 
La scena, priva di superfluo gusto decorativo, essenziale e pacata, trasmette grande armonia e intensa spiritualità. 
La luce soffusa e chiarissima giunge da sinistra e investe le figure, rappresentate con una cromia tenue e delicata. 
Gli abiti sono molto sobri; unico tocco sontuoso sono le bellissime ali variopinte dell’Arcangelo che è senza mantello e vestito di una semplice veste rosa coi bordi dorati che nella liturgia significa gioia. Con umiltà si genuflette davanti a Maria e intreccia le mani al petto in segno di rispetto. 
Le due figure hanno espressioni tranquille e serene cosa che fa supporre sottomissione e accettazione del volere divino da parte di Maria. 
L’orto recintato e pieno di fiori è l’hortus conclusus che rimanda sia alla bellezza del Paradiso, che alla verginità di Maria, mentre i cipressi, oltre la staccionata, vogliono ricordare la morte di Cristo. 
Sicuramente è una delle Annunciazioni più toccanti e poetiche della storia dell’arte dove in un silenzio irreale si respirano purezza, e salda religiosità che rispecchiano la personalità di Guido di Pietro, meglio conosciuto come Beato Angelico, frate domenicano apprezzato per la sua grande umiltà e la sua sincera devozione.


"Annunciazione di Recanati": Lorenzo Lotto. 1534 circa. Olio su tela, cm. 166 x 114, Museo civico a Recanati





























Ecco un Arcangelo Gabriele davvero singolare: in questo caso posto a destra della composizione, ha un aspetto massiccio, le gambe divaricate per meglio appoggiarsi a terra ed i capelli ancora svolazzanti a causa del volo. Molto corposo fa dimenticare le sue caratteristiche divine, tanto che questa creatura tradizionalmente fatta di luce, getta un’ombra ben visibile sul pavimento, come qualsiasi essere umano. Con una mano regge un giglio mentre con l’altra indica il Padre Eterno che compare, pieno di vitalità, avvolto da una nuvola. 
Nella stanza modesta e in penombra compaiono diversi oggetti di uso quotidiano descritti con minuzia mentre dietro all’Angelo c’è una loggia aperta sul giardino (hortus conclusus) da cui entra una grande luce. 
La Madonna ha l’aspetto di una ragazza molto semplice e si gira, sorpresa e turbata, verso l’osservatore, sollevando le mani e, così facendo, volge le spalle a Dio e al Messaggero celeste e infossa la testa tra le spalle in un atteggiamento intimorito. 
Curioso è il dettaglio del gatto (simbolo del male) che, alla presenza dell’Angelo, fugge spaventato, inarcando la schiena e sollevando il pelo. 
Introverso e scontroso Lorenzo Lotto, veneziano di nascita, ebbe una vita errabonda e produsse opere originali di grande modernità.


"Annunciazione": Arturo Martini, 1933. Scultura in pietra di Finale,- cm 275, museo del Novecento a Milano

Ora voglio descrivere una particolarissima Annunciazione di Arturo Martini, eseguita in un’epoca più vicina a noi, essendo del 1933. Quest’opera, veramente monumentale per le dimensioni, (cm. 275) è costituita da un unico blocco compatto di scabra pietra di Finale che si innalza verso l’alto come una colonna. 
La Vergine, ispirata a una figura pompeiana alza le braccia, sollevando il velo sopra la testa come volesse proteggersi da qualcosa che arriva dall’alto e la spaventa, infatti è letteralmente investita dall’Angelo che precipita su di lei a testa in giù, toccandole il ventre con una mano. 
È un’opera nuova ed originale dove Maria e l’Angelo che, tradizionalmente, dialogano ad una certa distanza, qui sono saldamente uniti tra loro. 
C’è ancora un’opera che mi preme prendere in considerazione: è di Osvaldo Licini un raffinato artista marchigiano, inquieto e curioso che la realizza tra il 1950/52.


"Angelo ribelle su fondo giallo" di Osvaldo Licini, 1950/52. Olio su masonite. cm.92,5x114,5, Museo del Novecento a Milano

 Anche Licini si cimenta con gli Angeli. I suoi sono Angeli ribelli, senza ali, con la coda da demone e segni enigmatici sul corpo. Creature senza spessore sul punto di varcare un confine misterioso, sono ombre immateriali e leggere, pronte a dissolversi come se la scomparsa del sacro dalla nostra esistenza avesse annullato il motivo stesso della loro esistenza. 
Nella cultura contemporanea, prettamente laica, gli Angeli sono ormai scomparsi definitivamente dalle opere d’arte. Grazie alla scienza e alla tecnologia, il cielo è ormai a portata di mano, l’uomo non ha più bisogno di intermediari. L’arcano legame che teneva unito il terreno al trascendente si è spezzato e il nostro sguardo ha perso il gusto del sogno e del mistero.

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