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Un tranquillo weekend con delitto. E il cronista Steno Molteni indaga

Fra le pieghe di una doppia verità con il convincente Franco Vanni. Prove d’autore anche per Francesca Ramacciotti, Fabrizio Silei e Robyn Harding


15/04/2019

di Mauro Castelli


Franco Vanni. Una voce credibile, e per certi versi innovativa, del giallo italiano, capace di inventarsi un linguaggio che fa presa, senza se e senza ma, sul lettore. Una penna che sfrutta a dovere la sua caratura giornalistica (lavora infatti per la Repubblica, quotidiano che lo ha già visto seguire centinaia di casi di cronaca, mentre da una manciata di giorni si dà da fare per le pagine sportive). 
Una mano calda capace di dare vita a un protagonista fuori dalle righe (Steno Molteni, “un tipo fortunato”), giocando su raffinate angolature psicologiche. Tratteggiandolo come si conviene attraverso le sue passioni e le sue debolezze; gratificandolo di una storia con una modella di colore; assicurandogli l’apporto di due adeguate “spalle”, il portiere dell’albergo dove abita e il meccanico che si prende cura della “sua” favolosa auto; rendendolo infine verosimile per via di una professione, guarda caso quella dell’autore, che spesso regala molto e ruba altrettanto alla vita. 
Vanni, si diceva. Nato a Milano il 7 aprile 1982, città dove ha studiato (liceo classico Tito Livio, un anno di disegno industriale, una laurea breve in Scienze politiche), dove lavora (proponendosi anche come docente al master in Giornalismo dell’Università Cattolica nonché all’Accademia del giallo) e dove ovviamente vive con la moglie Veronica e il figlio Giorgio di appena due anni; lui avvezzo ai sacrifici (“Già a 19 anni facevo il barista, oltre a scrivere dei pezzulli sui locali notturni per una testata che si chiamava City Milano), ma anche con un po’ di meritata fortuna al seguito: “Grazie alla frequenza di un master in giornalismo - sono diventato professionista nel 2008 - avrei infatti beneficiato di due stage a la Repubblica, con successiva assunzione. E con i tempi che corrono…”.  
Che altro? Una grande passione per il disegno (“Capita che dai miei lavori nascano i personaggi delle mie storie”) e per la pesca (“Con tre amici curo il blog anonimacucchiaino.it). Passioni allargate a un po’ di bici, al tennis e alla musica (“Da ragazzo suonavo il basso in una band”); un carattere accomodante (“Non mi arrabbio spesso, e mai con le donne”); un debole dichiarato per la lettura (“A partire da Giorgio Scerbanenco e Dino Buzzati, i miei idoli, sino ad arrivare ad Alessandro Robecchi e Christian Frascella”). 
E per quanto riguarda la scrittura? Il suo debutto sugli scaffali risale a quattro anni fa, quando diede alle stampe Il clima ideale, premiato alla trentesima edizione del Festival du Premier Roman de Chambéry come miglior esordiente italiano. A seguire, due anni dopo, avrebbe pubblicato il saggio d’inchiesta Banche impopolari, scritto a quattro mani con Andrea Greco, per poi inventarsi il giornalista-investigatore Steno Molteni ne Il caso Kellan. Personaggio ora rimesso in pista ne La regola del lupo (Sperling & Kupfer, pagg. 286, euro 17,00). “Un titolo che è peraltro farina del mio sacco, in quanto la parola lupo racchiude una doppia connotazione, positiva e negativa, alle stregua di due personaggi del mio racconto, la vittima e il maresciallo che si occupa del caso”. 
Tornando al dunque, chi è Steno Molteni? Un giovanotto di ventisette anni che un po’ se la tira, visto che viaggia a bordo di una Maserati Ghibli del 1970 che un amico gli ha temporaneamente affidato dal momento che si è trasferito a Singapore. Un tipo alla moda che non disdegna delle alzatine di gomito in abbinata a qualche scappatella. Magari tradendo la regola che si era imposto: quella di non frequentare colleghe giornaliste, poliziotte e avvocatesse. Ma siccome le regole sono fatte per essere bypassate, eccolo frequentare anche Marta, la bionda penalista di Varese con studio sotto la Madonnina. 
E per quanto riguarda la trama de La regola del lupo, ambientato fra Milano e il Lago di Como e imbastito su due diverse verità destinate a incontrarsi? Si tratta di un canovaccio ben orchestrato che non disdegna la semplicità e, quando serve, le immagini forti. Un esempio? Il corpo di Filippo corti era accasciato sul gommoncino, riverso a pancia sotto. Le gambe ingombravano quasi per intero il canotto. Le braccia pendevano in acqua, oltre il tubolare di prua. La testa, china e rivolta in giù, era sfondata sulla nuca. Il sangue impregnava i capelli, colava lungo il collo, ricopriva come una pellicola la tempia e parte della guancia che i due carabinieri potevano vedere da dove si trovavano. Il liquido rosso, già scuro e in parte rappreso, sporcava anche il fondo del tender. E in mezzo a quel fluido denso era posata una rivoltella Colt Python
Tutto succede all’alba, quando due colpi di pistola rompono il silenzio e la quiete della zona. E subito dopo un uomo viene trovato morto, riverso sul tender della sua barca a vela al largo di Pescallo, nel comune di Bellagio. Ma chi è stato e perché a uccidere il ricco imprenditore Filippo Corti, detto Il Filippino? Di motivi ce ne sarebbero tanti. In effetti Corti - un faccendiere della Milano da bere degli anni Novanta - è stato, a detta di tutti quelli che lo hanno conosciuto, “un grandissimo figlio di puttana”. Uno che la fortuna se l’è costruita da solo, senza guardare in faccia a nessuno. Ma da qui ad arrivare all’omicidio e alla successiva verità di strada ce ne passa. 
A prendersi carico, giornalisticamente parlando, dell’omicidio è il citato Steno Molteni, che lavora per il settimanale di cronaca nera La Notte (facile il richiamo all’omonimo quotidiano del pomeriggio che aveva tenuto banco a Milano per diversi decenni), il quale vive nella stanza 301 dell’Albergo Villa Garibaldi, dove la sera, per arrotondare, si dà da fare (guarda caso) come barista. E appunto partendo da qui, venuto a conoscenza del fattaccio, raggiunge al lago (un luogo dove ha peraltro trascorso l’infanzia) la bella Sabine, fotografa di origini eritree che non disdegna le sue attenzioni, per ricavarne un buon servizio. 
Il novero dei sospettati, secondo logica narrativa, è ristretto alle tre persone (due uomini e una donna) che si trovavano in barca con la vittima. Tutti individui uniti da forti legami, tanto è vero che erano stati invitati a festeggiare il quarantesimo compleanno del Filippino. Ma al tempo stesso tutti e tre - si tratta dell’avvocato Marco Michelini, del ricco amico d’infanzia Andrea Castiglioni e della sua ex Priscilla Odescalchi - risultano portatori di qualche motivo di risentimento nei suoi confronti. 
Gli interrogatori ufficiali e i sopralluoghi sulla barca invece sono portati avanti da Salvatore Cinà, maresciallo dei carabinieri di Bellagio, un silenzioso quanto umorale tutore dell’ordine prossimo alla pensione, in abbinata a un Pubblico ministero con un debole per la bottiglia, ma decisamente acuto e intuitivo. Tuttavia non sarà facile imboccare la strada giusta di una indagine che si nutre di ambiguità e false piste. 
Tanto più, e questo va a merito dell’autore, che Vanni gioca a rimpiattino con il lettore (a tenere banco è la variegata personalità dei tre sospettati, oltre che i loro rapporti con la vittima) puntando, sia pure alla lontana, sul sottogenere poliziesco noto come “i misteri della camera chiusa”. Gialli nei quale l’indagine si svolge intorno a un delitto compiuto in luoghi isolati e in circostanze apparentemente impossibili. A fronte di un misterioso fatto di sangue imbastito sul come e il perché prima ancora del chi
In sintesi: un lavoro che si nutre di ambizioni e di cinismo, di false amicizie e di rapporti scorretti, a fronte di una intrigante miscellanea portata avanti all’insegna dell’invidia e dei risentimenti, delle rivalità e del gioco delle parti. Mali pericolosi che, purtroppo, fanno parte del nostro quotidiano. E anche per questo intrigano facendo rapida presa sul lettore. 
E per quanto riguarda il domani narrativo di Franco Vanni? “Visto che poco tempo fa, abbandonata la cronaca, mi sono messo a seguire lo sport per il mio giornale - e ci vuole un certo periodo di adattamento per entrarne nei meccanismi -  ho deciso di prendermi un anno sabbatico o anche qualcosa di più. Non dimenticandomi, tuttavia, dei complimenti che mi sono stati fatti da chi ha recensito i miei libri. In primis per aver saputo dare voce a personaggi veri, che potresti incontrare per strada, a fronte di una scrittura di (piacevole) intrattenimento. Perché quando alla sera chiunque si mette a leggere un libro ha bisogno di distrarsi, non di tornare a immergersi nelle rogne della giornata…”. 


Voltiamo libro per proporre un’autrice, Francesca Ramacciotti, capace di regalare emozioni agli amanti dei thriller storici. Lei livornese di nascita e con la malattia della scrittura incorporata, ferma restando una predilezione iniziale per le sceneggiature, i testi teatrali e i racconti. Una penna che sbarca per la seconda volta in libreria con un romanzo: dopo aver infatti dato alle stampe Un angelo nel pallone, eccola concedere il bis con I custodi della pergamena del diavolo (Newton Compton, pagg. 330, euro 12,00). Un lavoro che si porta al seguito un sentito ringraziamento per coloro che le hanno insegnato tutto quello che sa, ovvero i “maestri” Carlo A. Martigli (e il suo eccezionale semenzaio di scrittura), Sebastiano Mondadori (scuola Barnabooth) nonché Giulio Mozzi (Bottega di Narrazione). 
E per quanto riguarda la trama? Si tratta di un accattivante lavoro imbastito su due piani narrativi che si nutrono di storia e fantasia (ma il frutto della ricerca di una adeguata documentazione risulta evidente, come nel caso della costruzione della Torre di Pisa e del suo architetto), santi e meretrici, medioevo e protagonisti di quel periodo. 
Il primo dei quali si rifà all’anno Domini 1174 quando - mentre l’architetto Deotisalvi iniziava appunto a costruire quella che sarebbe diventata la Torre pendente, biglietto da visita di Pisa nel mondo intero - venne rubato l’oro che anticamente rivestiva l’antico arco di trionfo della città: la porta Aurea. Un furto che aveva viaggiato in parallelo a una serie di strani omicidi, sui quali era stato chiamato a indagare il giovane perito legale Lanfranco, pupillo dello stesso Deotisalvi. 
Il secondo si rifà invece ai giorni nostri, dove incontriamo Yasser Martani, autore di saggi storici, che si dice convinto, grazie a una serie di ricerche portatrici di buoni frutti, che il ladro che sottrasse l’oro fosse un notabile di Pisa e che quell’immensa fortuna sia ancora nascosta in città.  Sta di fatto che, assieme a Emma, la sua giovane assistente, si lancia in una specie di caccia al tesoro a ritroso nel tempo, scavando proprio nel periodo in cui Lanfranco era alle prese con il misterioso assassino. 
Ma qualcosa lega i delitti e gli intrighi del passato al presente. Qualcosa di enigmatico che potrebbe essere nascosto tra le pagine di un antico diario, ora nelle mani di Emma. E ben presto, quella che sembrava un’innocua indagine storica, si trasformerà in un’avventura molto pericolosa… 
Riassumendo: un canovaccio di piacevole leggibilità, ambientazioni di livello, personaggi che lasciano il segno anche nel caso di fuggevoli presenze. Insomma, una sufficienza piena quanto meritata.


Altra penna capace di affascinare e divertire è quella del cinquantaduenne fiorentino Fabrizio Silei, la cui attenzione è risultata legata per diversi anni - nonostante un diploma conseguito all’Istituto d’arte e a una laurea in Scienze politiche - alle tematiche dell’identità e della memoria. Il quale, in gioventù, si era prestato a raccogliere le testimonianze di chi aveva vissuto la Prima guerra mondiale e i lager nazifascisti, oltre ad attingere, dalle memorie del mondo agricolo, storie e leggende della tradizione toscana. 
Un pacchetto di curiosità ed esperienze che ha fatto confluire nel suo romanzo d’esordio, Trappola per volpi (Giunti, pagg. 416, euro 16,00), incentrato su due protagonisti fuori dalle righe: un inedito detective contadino di nome Pietro Bensi (“Per questa figura mi sono ispirato a mio nonno Martino, come peraltro si intuisce dalla dedica, capace di conservare - come il mio personaggio - una sua umanità in un’epoca disumana”) e il vicecommissario Vitaliano Draghi. 
Fermo restando un attento lavoro di ricerca e di interviste ai superstiti per ricostruire la strage di Pratale, sulla quale, tiene a precisare l’autore, “ho scritto anche il romanzo storico Prima che venga il giorno”. Assicurando che non era stato facile, per un giovane ricercatore come lui, conquistare la fiducia di quegli uomini, già avanti negli anni, nonostante una lettera di referenze del Comune. “Sin quando a un signore particolarmente diffidente, il quale mi domandava Te di chi tu sei?, gli risposi che ero il nipote di Silei, quello che l’ammazzò i’ toro. E fu quella la chiave vincente che avrei utilizzato in seguito per entrare nelle case e guadagnarmi la fiducia degli intervistati”. 
Per la cronaca, ricorda in una sua nota Fabrizio Silei, nonostante “un braccio impedito per un fortuito ferimento in guerra, mio nonno trattava i tori come cagnolini, senza alcuna paura. Purtroppo il 21 ottobre 1949 uno di questi bestioni si rigirò malamente, lui non fu abbastanza svelto da schivarlo e si trovò incornato nel tronco di un olivo…”. E queste curiose, oltre che drammatiche, angolature ”le ho travasate nel mio protagonista, arricchendole con quanto mi raccontava nonna su altro contadino, il Barbetti, una specie di Leonardo da Vinci nel suo piccolo, che con il legno e con le mani era in grado di costruire di tutto, dalle biciclette ai mobili, dai carri agli ingranaggi, dalle macchine alle madonne intagliate”.   
Abbiamo parlato di un esordio. In realtà si tratta di una verità che vale soltanto per la narrativa di settore. In realtà Silei ha già dimostrato di avere una mano calda nello scrivere sia saggi che piacevoli libri rivolti a bambini e ragazzi. Libri che sono stati tradotti in diciotto Paesi e hanno incassato numerosi riconoscimenti, come il prestigioso Premio Andersen 2014 con questa motivazione: “Per essere la voce più alta e interessante della narrativa italiana per l’infanzia degli ultimi anni”. Qualche titolo? Se il diavolo porta il cappello, Un pitone nel pallone, Bernardo e l’angelo nero, La doppia vita del signor Rosemberg, Mio nonno è una bestia!, L’autobus di Rosa supportato dalle illustrazioni di Maurizio A.C. Quarello e Il bambino di vetro, che il regista Samuele Rossi sta travasando sul grande schermo. 
Silei che ora, mettendo a frutto queste esperienze, ha saputo regalare spessore e adeguate atmosfere a una bella storia interpretata da una inedita quanto curiosa coppia di detective, fra le più sorprendenti e originali del giallo italiano. 
Ma veniamo alla trama, ambientata in una “Firenze fascista dal sapore popolare”, dove incontriamo il nostro primo protagonista: un ometto dagli “occhi chiari, baffetti neri, borsalino e soprabito, come un poliziotto del cinema”. Ma questo, santo cielo, sembra un ragazzino appena uscito dall'università! pensa il tranviere Ettore Becchi scrutando il vicecommissario Vitaliano Draghi, appena giunto in riva all’Arno per verificare quanto era successo. È l’alba del 3 luglio 1936 e, in una città ancora avvolta nella nebbia, vicino a un vespasiano, il tranviere aveva scoperto qualcosa di inquietante: una donna distesa nell'erba, dall’elegante vestito macchiato di sangue. 
Vitaliano è preoccupato, anche perché è orfano dei suoi superiori e, soprattutto, questo è il suo primo vero caso. Oltre tutto ancora non sa quanto sia importante e delicato. “La vittima, infatti, è la giovane moglie del senator Bistacchi, vicinissimo al Duce. Vitaliano, che un giorno sì e un giorno no si pente di aver mollato la letteratura per la criminologia, capisce di aver bisogno di rinforzi. Ma non basta un aiuto qualsiasi, serve una mente prodigiosa: quella di Pietro Bensi, il contadino della fattoria nel Chianti in cui è cresciuto”. 
Un agricoltore che ha letto tutti i libri della biblioteca del conte, suo datore di lavoro, e si diletta a costruire complicati marchingegni, con la passione per gli enigmi e per le trappole. “Perché se vuoi catturare una volpe devi pensare come una volpe”. Ma ci vuole davvero coraggio per portare un tipo così - neanche tanto segretamente antifascista (semmai dello stampo smaccato e autentico che tiene banco nei quartieri di San Frediano e le Cure) - per le strade e i palazzi di una Firenze dove anche i muri hanno orecchie...


Incentrato sulle tematiche familiari è invece il thriller psicologico Il party (Nord, pagg. 336, euro 18,00, traduzione di Claudine Turla), un lavoro a incastri, così ben congegnato da non lasciare spazio nel lettore a dubbi di sorta; un romamzo che segna peraltro il debutto sui nostri scaffali della collaudata scrittrice canadese Robyn Harding, una mano calda di settore che ha lavorato anche come sceneggiatrice e produttrice cinematografica indipendente. E che oggi troviamo accasata a Vancouver con il marito, i due figli e il cane Ozzie, un batuffolo voluto dai ragazzi del quale “non si sono però mai presi cura”. 
Lo storia è di quelle che, a prima vista, non dicono molto. In realtà tutto parte da un incontro fra giovani amiche: doveva essere una festa e invece tutto sarebbe andato storto. In effetti sarà quella la punta dell’iceberg di un coagulo di segreti pericolosi, un abisso di ombre e di rimpianti che finirà per avvolgere pericolosamente un’intera famiglia. Sino a trasformare una vita da sogno in un incubo dal quale risulta difficile, se non impossibile, svegliarsi. Il tutto supportato da un canovaccio ben orchestrato, sia dal punto di vista del contesto che dei personaggi, un canovaccio che finirà per regalare un inaspettato quanto graffiante colpo di scena finale. 
La trama. Kim e Jeff Sanders sono due persone fortunate. Hanno da poco restaurato un magnifico appartamento in un ricco sobborgo di San Francisco e la figlia, Hannah, frequenta con profitto un’esclusiva scuola privata ed è considerata da tutti una bravissima ragazza. Non a caso, per il suo sedicesimo compleanno, invece delle solite feste ha voluto, e ottenuto, un semplice pigiama party a base di pizza, torta e film con quattro amiche: niente quindi ragazzi, niente birra, niente preoccupazioni. Anche per questo sua madre va a dormire tranquilla. 
Ma all’alba, quando si sveglia, la donna trova Hannah davanti al suo letto con le mani sporche di sangue: Ronni, una delle ragazzine, ha infatti sbattuto la testa contro un tavolino di vetro e adesso rischia di perdere un occhio. Purtroppo lei non aveva sentito nulla in quanto, per assicurarsi un sonno profondo, oltre a mettersi i tappi nelle orecchie, aveva rosicchiato mezza pasticca di sonnifero nonostante i due bicchieri di vino bevuti dopo cena. L’aveva fatto un sacco di volte e non era mai successo niente. Kim aveva sempre avuto il sonno leggero, e negli ultimi tempi dormire bene era diventato per lei un’esigenza. Tra gli ormoni che le scombussolavano l’umore e le tensioni del suo matrimonio, non poteva proprio farcela senza una bella dormita... 
E siccome i guai non arrivano mai da soli, una volta portata all’ospedale si viene a sapere dai medici che Ronni era risultata positiva all’alcol e alla droga. In un attimo, l’immagine che Kim aveva di sua figlia va in pezzi. E mentre Hannah si chiude in un ostinato silenzio, Kim e Jeff si trovano costretti a difendersi dalle accuse della madre della ragazzina, alla disperata ricerca di un colpevole, e a porsi una domanda di cui, visto come sono andate le cose, non sono più sicuri di sapere la risposta: quanto conoscono per davvero la loro adorata figlia? 
A poco a poco, l’intera famiglia sarà costretta ad affrontare - come già detto - un abisso senza fine, in grado di trasformare una vita da sogno in un incubo. A fronte di una storia di amicizia e lealtà, segreti e tradimenti, che corre veloce lasciandosi al seguito un inaspettato segno nell’immaginario del lettore.

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