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Un tuffo nel passato con i protagonisti del sogno italico del 1849

A proporlo, in versione gialla, Giancarlo De Cataldo, che dà voce, in quel periodo burrascoso, a patrioti veri. Giocando a rimpiattino con la Storia e anticipando la discesa in campo della pasta alla carbonara a fini… velenosi


03/12/2019

di Lucio Malresta


Di Giancarlo De Cataldo abbiamo detto di tutto e di più. Sia per quanto riguarda la sua scrittura (raffinata e colta, intrigante e complessa, capace di mischiare dubbi, emozioni e colpi di scena a fronte di storie mai banali) sia per quanto riguarda il suo privato (un uomo che si è fatto strada nella vita - diventando una firma di peso della nostra narrativa oltre che giudice di Corte d’Assisi in quel di Roma - a “suon di cazzotti presi”). Ma una ripassatina a beneficio dei suoi nuovi lettori, che continuano a lievitare a vista d’occhio, certo non guasta. 
Intanto ricordiamo che è nato a Taranto il 7 febbraio 1956, ma che dal 1974 (“Anno in cui mi iscrissi alla facoltà di Giurisprudenza per volere di papà, visto che non mi voleva professore come lui”) vive e lavora sotto il Cupolone, dividendo il suo tempo fra magistratura e scrittura, attività, quest’ultima che lo ha portato a dare voce a una trentina di romanzi, un paio di testi teatrali e numerose sceneggiature, oltre che a collaborare con diverse testate giornalistiche. 
Un numero uno con la passione per il sigaro toscano e la pallavolo, che si professa figlio di Balzac (“Un autore che mio padre, insegnante di francese, mi obbligava a leggere quand’ero ancora un bambino”). Lui che è sposato da una vita con Tiziana (“Amare una donna per decenni ci vuole un lavoro di fino, è quasi una forma d’arte”, ironizza), dalla quale ha avuto un figlio che oggi ha 26 anni, che sa suonare diversi strumenti e fa il cantautore (“Il suo nome d’arte è Gabriele Deca”); lui che aveva debuttato nel 1989 con Nero come il cuore, per poi regalarsi altri libri a suo dire “avari di riscontri”, sin quando era sbarcato sugli scaffali, nel 2002, con il lavoro che ne avrebbe decretato il vero successo, ovvero Romanzo criminale, incentrato sulle vicende della banda romana della Magliana attiva negli anni Settanta. 
“Fu un successo oltre ogni aspettativa, tanto è vero che alla Einaudi, pur avendo deciso di pubblicarlo, avevano espresso non poche perplessità. A partire da un noto manager che si era lasciato scappare questa infelice battuta: Ma sì, che venga pure pubblicato, tanto non ne venderà una copia...”
Come volevasi dimostrare, visto che proprio quel romanzo gli valse il Premio Scerbanenco, nonché la realizzazione dell’omonimo film diretto da Michele Placido (dove lo stesso De Cataldo interpreta il magistrato che legge la sentenza, con il rammarico ancora vivo di “quella pettinatura impossibile, con i capelli laccati di lato”, cui era stato sottoposto), per non parlare dell’apprezzata serie televisiva firmata da Stefano Sollima. 
Che altro di Giancarlo De Cataldo? Che è uno dei pochissimi autori italiani ad aver vinto il Prix du Polar Européen; che è stato tradotto in diversi Paesi; che ha inanellato una serie di romanzi di successo, oltre al citato Nero come il cuore, come Nelle mani giuste, Onora il padre. Quarto comandamento, Il padre e lo straniero, La forma della paura, Trilogia criminale, I Traditori (ambientato nel Risorgimento italiano), Io sono il Libanese, In giustizia, Il combattente, Nell’ombra e nella luce (un giallo storico del 2014 ambientato nella Torino a cavallo fra il 1846 e il 1848, una città alle prese con un quotidiano impregnato di forti contrasti), L’agente del caos e Alba Nera.  
E ora, per non farsi mancare nulla, viene proposto dalla casa di Segrate per un posto al sole ne “Il giallo Mondadori”, ultima versione della storica collana che tiene banco dal lontano 1929 e che, pur incentrata su grandi scrittori del passato, riserva una sparuta rappresentanza ad alcuni autori italiani del presente. 
Come appunto Giancarlo De Cataldo, del quale è arrivato in libreria Quasi per caso (pagg. 254, euro 16,00), un lavoro che si nutre - come da note editoriali - di “un perfetto intrigo conandoyleano in una delle cornici più affascinanti, e meno note, della Storia del nostro Paese”. 
Ed è appunto a Torino, siamo nel 1849, che incontriamo il maggiore Emiliano Mercalli di Saint-Just, reduce dalla disfatta di Novara, dove gli austriaci del generale austriaco Radetzky avevano massacrato le truppe di Carlo Alberto. Il suo desiderio? Quello di sposare la fidanzata Naide, una delle prime donne-medico d’Italia. Ma non la trova. Naide, una patriota convinta, mentre lui era sul campo di battaglia era infatti corsa a Roma. E in una lettera dal “leggero profumo femminile” lo pregava di raggiungerlo nella Capitale, dove si combatteva per la libertà. E dove Mazzini stava cambiando la Storia con il miracolo progressista della Repubblica Romana a fronte di un testo “ancora oggi di mirabile fattura democratica e progressista”. 
Emiliano vorrebbe quindi raggiungerla, e l’occasione gliela offre nientemeno che Cavour, affidandogli un compito: quello di trovare il giovane Aymone, compagno di bagordi di Vittorio Emanuele II, e riportarlo a Torino, dove lo aspetta un matrimonio di facciata voluto proprio dal neo-re. Purtroppo Emiliano non fa in tempo ad arrivare in città che la situazione precipita. E mentre i francesi si preparano ad assaltare Roma, i reazionari pretendono a gran voce una condanna esemplare per il giovane venuto dal Piemonte a spargere sangue... 
Che dire: un raffinato intreccio narrativo, che si avvale di protagonisti realmente esistiti (come Carlo Pisacane, Margaret Fuller, Cristina di Belgiojoso e numerosi altri patrioti) nonché del primo reportage di guerra dell’Ottocento firmato da Stefano Lecchi. Fermo restando che sono realmente esistiti anche l’Osteria della Lepre, il Caffè Greco, l’albergo Cesari e il Caffè dei Crociferi. A conferma dell’attenzione che l’autore dedica anche alle ambientazioni. Rendendole in questo modo credibili e reali. 
Con una curiosa excusatio non petita da parte di De Giovanni, che in chiusura di libro tiene a precisare: “La pasta alla carbonara l’ho invece utilizzata a fini… velenosi in anticipo di oltre vent’anni: sarebbe stata infatti servita per la prima volta nel 1870. Spero che gli innumerevoli estimatori di questo piatto di squisita prelibatezza non me ne abbiano. In caso contrario, possiamo discuterne a cena, ovviamente davanti a un piatto della medesima”.

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