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Un tuffo nel passato con le intriganti storie al femminile firmate dall’inglese Dorothy Whipple e dall’americana Alison Lurie

Proseguendo nel filone portato avanti negli ultimi anni, la casa editrice Astoria ha riproposto due romanzi imbastiti su scelte non volute, sul ruolo della formazione, ma anche su sogni difficili da realizzare, contrasti familiari, rapporti tesi ma stretti fra sorelle


18/11/2019

di Valentina Zirpoli


La casa editrice Astoria, un marchio che fa capo alla Ugo Guanda, ha abituato i suoi lettori a proposte di intrigante lettura, attingendo dal passato remoto di autrici che hanno lasciato il segno nella narrativa mondiale. Come nel caso dell’inglese Dorothy Whipple, figlia di un architetto e specializzata in narrativa popolare e libri per bambini, nata il 26 febbraio 1893 a Blackburn, nel Lancashire, città dove si sarebbe sposata e avrebbe vissuto sino alla sua dipartita, datata 14 settembre 1966. 
Una penna, la sua, capace di interpretare come pochi altri la classe media della prima metà del Novecento, con un occhio particolarmente attento alle disuguaglianze, sia economiche che di genere, puntando il mirino su donne che le assomigliavano: ovvero intelligenti, con un senso spiccato per la giustizia, ma fondamentalmente dedite alle relazioni familiari. 
Narrativamente parlando questa autrice godette di una robusta popolarità nel periodo compreso fra le due Grandi guerre. Per poi subire un certo appannamento, sin quando due dei suoi romanzi - rispettivamente nel 1945 e nel 1946 - assursero agli onori del grande schermo. E a completarne la “riabilitazione” ci avrebbe pensato, nel 2000, la casa editrice Persephone Books riportando sugli scaffali sei dei suoi lavori. 
Per farla breve, di questa scrittrice Astoria ha ora pubblicato Le sorelle Field (pagg. 448, euro 20,00, traduzione di Simona Garavelli), un libro edito per la prima volta nel 1943 come They Were Sisters
Ma chi sono queste sorelle? Tre donne diversissime tra loro, che non si erano scelte, ma che si sarebbero sempre amate e aiutate nonostante tutto. Tre donne alle prese con altrettanti matrimoni e, ovviamente, tre diversi destini: Charlotte sposa Geoffrey, che la distrugge; Vera sposa Brian, che viene distrutto, e Lucy, la maggiore, sposa William, con il quale conduce un’esistenza serena. In questo modo - viene da pensare - l’autrice si era premurata di non scontentare nessuno. 
Più in particolare Charlotte, descritta decenni prima che il termine diventasse di moda come una femmina che “amava troppo” (e chi vuole intendere intenda), si porta all’altare un rozzo venditore incline all’alcol, che presto si trasformerà in un dittatore domestico. Il suo sadismo verso la moglie e i figli viene però evocato senza mai mostrare alcuna violenza fisica, ma non per questo appare meno devastante. 
A sua volta Vera, una giovane di rara bellezza, diventa egocentrica ed egoista, un tipo alla Rossella O’Hara di Via col vento, il romanzo firmato da Margaret Mitchell: si sposa e avrà dei figli, ma sempre sentendosi superiore e libera di fare ciò che vuole. Alla fine il marito si stuferà e così arriverà la separazione. A quel punto lei sprofonderà nell’isolamento sociale, come a quei tempi succedeva a molte divorziate. 
E Lucy? Sebbene frustrata nelle sue ambizioni professionali, senza figli, incapace di salvare Charlotte da Geoffrey e Vera da se stessa, è ricompensata da una vita serena in compagnia di un marito rispettoso e amichevole nonché dall’aiuto che saprà dare ai nipoti. 
“Ambientato negli anni Trenta, questo romanzo evidenzia quanto il destino delle donne, chiuse nel loro piccolo mondo familiare, dipendesse dal tipo di matrimonio che facevano, o meglio da colui che sceglievano o dal quale erano state scelte. E soprattutto l’autrice tiene a far emergere come a quei tempi le donne come Charlotte risultassero completamente impotenti di fronte a uomini violenti”. Una tematica, quest’ultima, peraltro di stretta attualità. 
In buona sostanza: una storia ben raccontata, che attinge con garbata prepotenza nel sociale. Mettendo a nudo vite diversificate di donne che, complici o soltanto vittime, si trovano a fronteggiare non poche traversie familiari. 


Più recente - risale infatti al 1984 - il romanzo Casuali incontri fra estranei (pagg. 318, euro 18,00, traduzione di Bettina Cristiani), frutto dell’inventiva di “una delle scrittrici più capaci e divertenti a stelle e strisce”: ovvero l’accademica americana Alison Lurie, nata a Chicago il 3 settembre 1926, che proprio con il libro che stiamo proponendo (già pubblicato in Italia da Feltrinelli  lo stesso anno dell’uscita americana sotto il titolo di Cuori in trasferta) aveva vinto il premio Pulitzer, oltre a essere nominato al National Book Award. 
Per la cronaca Lurie, che si era laureata presso il Radcliffe College di Cambridge a soli 21 anni, ha insegnato Letteratura per l’infanzia per quattro decenni presso la Cornell University di New York, non prima di aver sudato sette camice, e quattro romanzi, per riuscire a ottenere un posto di insegnante, a suo dire “il meno prestigioso immaginabile” perché a quei tempi “per le donne andava così”. 
Autrice attiva sia nella narrativa per adulti che in quella per ragazzi, si sarebbe sposata nel 1948 con il critico e a sua volta saggista Jonathan Peale Bishop, dal quale avrebbe avuto tre figli. Separatasi dal marito si sarebbe risposata nel 1975 con il romanziere Edward Hower. 
Nel suo carnet vanno annoverati undici romanzi, due antologie, cinque libri per l’infanzia e quattro saggi, lavori che strada facendo si sarebbero guadagnati gli apprezzamenti di numeri uno del calibro di Christopher Isherwood, Gore Vidal, John Fowles, Penelope Lively nonché quelli di diversi critici. 
Ma veniamo alla sinossi di Casuali incontri fra estranei, un lavoro di formazione condotto sull’onda di continue contrapposizioni (Stati Uniti-Inghilterra, famiglia-non famiglia, conformismo-eccentricità, lavoro-quotidianità, insicurezza-sicurezza), in altre parole una specie di specchio delle contraddizioni vissute dalla generazione della stessa Lurie. 
A tenere la scena due accademici americani: Virginia Miner detta Vinnie, una docente universitaria - guarda caso - di Letteratura per l’infanzia di 54 anni, una donna minuta e scialba (il tipo di persona di cui non ci si accorge) con all’attivo diversi libri, e Fred Turner, giovane ricercatore della stessa università. Entrambi hanno la possibilità di trascorrere un anno sabbatico in Inghilterra. Una ghiotta occasione, visto che i due docenti si sentono più inglesi che americani e, appunto per questo, sognano di poter dimenticare per un po’ il loro Paese di appartenenza. 
Vinnie, si diceva. Una donna sola con un matrimonio fallito alle spalle, portatrice di importanti successi professionali, ma rassegnata all’indipendenza e alla solitudine, che sogna tuttavia un’avventura a Londra. Possibilmente, essendo un tipetto snob, con un genio artistico o perlomeno con un brillante critico letterario. Chi invece, caduta la sua riluttanza, la farà davvero sognare sarà un ingegnere dell’Oklahoma, che si occupa di rifiuti e che le è seduto a fianco sull’aereo che la porta nella City. Si chiama Chuck Mumpson ed è un tipo rozzo, molto americano, che si veste più come Bronco Billy che non come Lord Byron. 
Anche il giovane collega di Vinnie, il bellissimo Fred, è avvilito per il recente abbandono della moglie, una fotografa anticonformista. Lui che in cerca di avventure per dimenticare si troverà a invaghirsi di un’attrice inglese ancora più stravagante della consorte che l’ha lasciato da poco. 
Insomma, una trama semplice e all’apparenza senza pretese, ma la bravura dell’autrice sta nel pennellare situazioni e stati d’animo con la forza di un miniaturista d’altri tempi. Dipingendo con bonaria ironia i difetti in essere nell’una e nell’altra sponda dell’Atlantico attraverso una satira di costume divertente e acuta. Capace di intrigare chi ama sognare di vite un po’ bohémienne e anche chi più semplicemente sa apprezzare un buon libro. 
Che dire: dopo un inizio per la verità un po’ faticoso, nel senso che l’autrice cerca una scappatoia narrativa che risulti credibile (ad esempio a viaggiare con lei è il suo cane, invisibile agli altri. Si chiama Fido e rappresenta, se vogliamo, il suo demone familiare), la storia si incanalerà sul sentiero di una piacevole quanto accattivante lettura.

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