Share |

Un tuffo nello spazio con Calli Chase, investigatrice specializzata in cybercriminalità

Svolta a sorpresa di Patricia Cornwell, orfana di Kay Scarpetta. A seguire un giallo milanese di Paola Varalli e un mistero del passato con Gabriele Dadati


09/03/2020

di Mauro Castelli


Di Patricia Cornwell, autrice da oltre cento milioni di copie tradotte in 36 lingue e pubblicate in 120 e passa Paesi, abbiamo sempre detto un gran bene. Salvo quando ha cercato di mettere in panchina la sua seducente anatomopatologa Kay Scarpetta, che sinora ha tenuto la scena in ben 24 puntate. In effetti era risultato facile affezionarsi a questa volubile e intrigante donna, ispirata alla coroner di origini italiane Marcella Fierro, che aveva debuttato nel 1990 in Postmortem. Un lavoro, scritto dall’autrice quando era ancora analista informatico presso l’Istituto di medicina legale di Richmond, che fece incetta di ben cinque premi prestigiosi. 
Kay, si diceva, una bella quanto prosperosa quarantenne, bionda e con occhi azzurri, nata a Miami da una famiglia proveniente da Verona e che era rimasta orfana di padre, colpito da una leucemia linfatica, quando aveva soltanto dodici anni. Una figura entrata nell’immaginario collettivo, e quindi scomoda da lasciare in panchina. Come peraltro confermato - a nostro giudizio - dai risultati ottenuti con i tre romanzi interpretati da Judy Hammer e Andy Brazil, nonché dai due con protagonista Win Garano. 
D’altra parte, si sa, quando il lettore si affeziona a un personaggio ha difficoltà ad accettarne un altro. Come peraltro successe al nostro decano della narrativa gialla, Loriano Macchiavelli, che a un certo punto, stanco di ricamare storie intorno al suo osannato sergente Sarti Antonio, decise di defungerlo, salvo trovarsi costretto a farlo tornare dal regno dei morti a furor di popolo e con un escamotage peraltro mai chiarito. 
Sta di fatto che ancora una volta Patricia Cornwell (all’anagrafe Patricia Carroll Daniels, nata a Miami il 9 giugno 1956 e discendente, a suo dire, da Harriet Beecher Stowe, l’autrice de La capanna dello zio Tom) ci riprova. Cambiando peraltro di sana pianta il suo parterre narrativo in Quantum (pagg. 316, euro 22,00, traduzione di Sara Crimi e Laura Tasso), un lavoro pubblicato in Italia, come tutti gli altri firmati da questa numero uno, dalla Mondadori. In altre parole dando voce a un romanzo, capostipite - c’è da ritenere - di una nuova serie thriller, dove “cybercriminali, forze governative e una straordinaria eroina si danno la caccia nel disperato tentativo di impedire - o favorire - un drammatico sabotaggio”. 
Ma di cosa si nutre questa storia? Alla vigilia di una missione spaziale top secret (un lancio ufficialmente volto al rifornimento della Stazione spaziale internazionale dove sta per essere installato il cosiddetto Lear, Lettore di atmosfera dell’orbita terrestre bassa. Ma non tutti ne sarebbe soddisfatti se si sapesse la verità), il capitano Calli Chase - che ha una gemella identica di nome Came, tanto che per distinguerla il suo mentore deve sfiorarle un polpastrello segnato da una piccola cicatrice - si rende conto che nei tunnel sotterranei del centro di ricerca della Nasa qualcosa non va. 
“Pilota e ingegnere aerospaziale nonché investigatrice specializzata in cybercriminalità, Calli sa bene che una tempesta incombente, unita a un guasto nei sistemi di sicurezza, può fornire la copertura perfetta per un sabotaggio, con conseguenze fatali. Ma il pericolo è persino peggiore: tracce di sangue secco nei sotterranei, un badge di sicurezza mancante, uno strano suicidio fanno convergere i sospetti sulla gemella Carme, scomparsa in missione da giorni. Nel disperato tentativo di evitare la catastrofe e riabilitare l’immagine della sorella (così uguale a lei, ma anche così diversa), il capitano Chase (donna meticolosa e razionale) dovrà mettere in campo tutte le sue conoscenze e affrontare un passato familiare doloroso”. 
Mentre il tempo sta per scadere, Calli si renderà conto che fallire significa mettere la parola fine non solo a un importante programma spaziale, ma anche alla sicurezza di un’intera nazione. 
Che dire: risulta chiaro l’intento dell’autrice di voltare pagina, strizzando l’occhio a una nuova fetta di lettori attraverso una diversa ambientazione e a personaggi nuovi di zecca, ma l’impressione è che l’esperimento, che avrà quasi certamente un seguito visto che il finale è stato lasciato aperto, si porto al seguito qualche peccato di zelo. Ferma restando, ci mancherebbe, la brillantezza della scrittura, una garanzia che in ogni caso non si perde per strada da un giorno all’altro. 
In altre parole la Cornwell - facendo ricorso alla sua collaudata malizia narrativa - riesce a regalare, quasi senza darlo a vedere, briciole di perplessità nel rapporto fra le due gemelle, cresciute in una base della Nasa e abituate ai segreti, dei quali non possono parlare né fra loro né con i genitori. Insomma, il mistero ancora una volta è servito. 


Per i tipi della Fratelli Frilli è arrivato invece in libreria il secondo noir scritto da Paola Varalli, nata negli anni Cinquanta a Somma Lombardo (in provincia di Varese) ma che, da quando aveva due anni, abita a Milano (che considera a pieno titolo la sua città). E sotto la Madonnina ha studiato, laureandosi nel 1976 in Architettura, professione che esercita - dopo aver lavorato come grafica - nel settore degli allestimenti per fiere e mostre. 
Che altro? Una autrice che - ne abbiano già parlato - ama il suo lavoro, ma anche praticare la vela, passeggiare nei boschi e rilassarsi con i giochi più stimolanti della Settimana Enignistica mentre, per contro, odia le cozze e i nervetti, la trippa e gli intercalari ossessivi. Altre sue passioni? Quelle per i cavalli, l’orto, il cioccolato e i tanti amici. 
Come peraltro si deduce dalla lunghissima serie di ringraziamenti a margine del suo secondo libro, L’antiquario del Garegnano (Fratelli Frilli, pagg. 238, euro 14,90), dove rimette in pista, per la loro seconda indagine, le investigatrici per caso Mirella Bonetti e Anita Valli, le due squinzie che abitano in via Gallarate a Milano, in un vecchio capannone riconvertito in due appartamenti indipendenti, ma con alcuni locali in comune. Entrambe single, fra i trenta e i quarant’anni, sono professionalmente realizzate. Mirella è architetto, socia di un piccolo ma ben avviato studio a conduzione familiare, mentre Anita è contitolare di un negozio che si occupa di restauro e compravendita di mobili antichi. 
Insomma, una strana coppia - gran bellona la prima, una fissata per l’orto in cortile la seconda - che non ha mancato di guadagnarsi le simpatie dei lettori. E che, come spesso succede in campo narrativo, in parte si rifanno al privato dell’autrice. 
Per la cronaca Paola Varalli aveva iniziato a scrivere “soltanto per se stessa”, sin quando nel 2005, avendo beneficiato dell’apporto di un paio di corsi di scrittura creativa, si era dedicata al suo primo romanzo, Incroci obbligati, che pur aggiudicandosi il concorso “Delitto d’autore” era rimasto inedito. Sin quando, poco più di due anni fa, venne pubblicato dalla Frilli con positivi riscontri, guadagnandosi un posto fra i finalisti del Garfagnana in Giallo. A seguire - ferma restando la spassosa raccolta di diari di viaggio e trekking In giro (edita dall’editrice Lulu) e La trilogia milanese pubblicata da Oakmond Publishing - altri riconoscimenti se li sarebbe portati a casa con alcuni racconti dall’intrigante taglio. 
Premesso che la nostra autrice si propone alla stregua di una lettrice onnivora - le cui preferenze risultano allargate a una vasta platea di intrigante penne: da quelle di Simenon e Carofiglio ad Amado e Izzo, da Camilleri e Marquez a Bartezzaghi e Mankell, da Baricco ed Hemingway, da Agatha Christie e Vargas a Grossi - veniamo ora a briciole della trama relativa a L’antiquario del Garegnano. Un giallo tutto milanese che si sviluppa all’interno del mondo dell’arte e dell’antiquariato, imbastito su due indagini parallele portate avanti dalle nostre due impiccione in gonnella e da un tenebroso poliziotto. 
La storia si sviluppa nell’ottobre 2006 e inizia con l’abbandono, da parte di un distinto uomo in completo blu, di un’agendina nera su una panchina della stazione Certosa. Anita Valli, che attende il treno al binario opposto, lo nota: è calvo e sembra guardare verso di lei, come se la conoscesse, quasi a inviarle una muta richiesta di aiuto visto che qualcuno sembra stargli alle costole. Spinta da una specie di forza magnetica Anita decide di recuperare l’agenda, che - secondo logica narrativa - si porterà al seguito non solo un mistero, ma anche un omicidio e una faccenda di quadri poco chiara. 
Sta di fatto che, aiutate dal comune amico Marchino Gabbianelli - grande esperto di spettrofometri (e non stiano a spiegare a cosa servano, a questo ci pensa l’autrice) - Anita e Mirella si metteranno a indagare, circondate, come al solito, da personaggi strani, quanto meno singolari. Così, tra una cenetta e un aperitivo, tra i numerosi bianchini e le pietanze che una ama cucinare e l’altra degustare, le due amiche si spingeranno fuori città, sul vecchio furgone con cui Anita trasporta i mobili per il suo laboratorio di restauro, alla ricerca di indizi e, soprattutto, di guai. E il bel vicequestore Giorgio Santini? Beh, al solito gli faranno vedere i sorci verdi. Per fortuna che il suo aplomb è duro da scalfire.

Il terzo e ultimo suggerimento per gli acquisti risulta legato alla brillante penna del piacentino Gabriele Dadati, classe 1982, che per i tipi della Baldini+Castoldi ha dato alle stampe Nella pietra e nel sangue (pagg. 290, euro 19,00), un romanzo che, come tiene a precisare l’autore, “non esisterebbe se un giorno, nel 2013, l’amico Luca Fiorentini non avesse condiviso con me alcune ricerche che andava compiendo sugli antichi commenti danteschi. E a lui, sempre disponibile a confortarmi mentre a mia volta studiavo, è dedicato questo libro”, dove viene trattato il mistero della morte di Pier delle Vigne, “che nemmeno Dante aveva saputo risolvere”. 
Autore di diversi romanzi, Dadati (sposato con Laura) si propone capace di adattarsi alle situazioni, portatore com’è - a suo dire - di una “razionalità consapevole”. Ma anche un uomo che non si dà mai per vinto, che ogni anno che passa apprezza sempre di più i classici. Lui che aveva iniziato a scrivere cosucce verso i quindici anni, in questo invogliato inconsciamente dalla madre, insegnante di scuola media. “In effetti, quand’ero piccolo, avendo paura del buio, mamma per farmi addormentare mi leggeva pagine e pagine di libri”. 
E ancora: lui insegnate di scrittura, nonché “gran chiacchierone e maniaco della rete; lui che nel 2006 si era fatto notare pubblicando l’antologia di racconti Sorvegliato dai fantasmi, premio Dante Graziosi e finalista come Libro dell’anno per Fahrenheit di Radio 3 Rai. Quindi, tre anni dopo, sarebbe stata la volta de Il libro nero del mondo, seguito da Piccolo testamento, “un virtuosismo letterario in cui la storia si sviluppa nell’arco di una afosa notte di fine giugno, durante la quale un giovane scrittore si muove insonne tra le quattro mura del suo appartamento”. Ricordiamo infine che due anni fa, per la Baldini+Castoldi, è uscito il romanzo L’ultima notte di Antonio Canova, finalista al Premio Comisso. 
Che altro? Una collaborazione con il quotidiano piacentino La Libertà, la direzione della rivista Ore piccole e la presenza fra gli autori di Booksweb.tv, la televisione dei libri ideata da Alessandra Casella. Parimenti merita di essere ricordato che nel 2009 aveva rappresentato l’Italia nel progetto “Scritture Giovani” del Festivaletteratura di Mantova sulla nuova narrativa europea. 
Ma veniamo alla sinossi di Nella pietra e nel sangue, ambientato a Pisa nella primavera del 1249. Dove incontriamo “un uomo che cammina per le strade della città condotto per mano da un ragazzino. È infatti cieco. E quando capisce di essere di fronte alla chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno inizia a correre a testa bassa e se la fracassa contro la facciata, sotto lo sguardo atterrito del suo piccolo accompagnatore. Muore così, in maniera atroce, Pier delle Vigne, che fino a poche settimane prima era stato l’uomo più potente della corte di Federico II. Ma l’imperatore aveva scoperto il suo tradimento, l’aveva spogliato di ogni ricchezza e l’aveva condannato”. 
Un salto in avanti nel tempo e siamo nella Roma dei nostri giorni. Qui Dario Arata, giovane dantista, è deciso a far luce su questa misteriosa vicenda. Ponendosi alcuni legittimi interrogativi: perché Pier delle Vigne tradì il suo signore? E soprattutto: se una volta accecato fu lasciato libero, perché si uccise? Forse perché voleva scappare da qualcosa di ancora peggiore, anche se è difficile immaginare da cosa?”. Sta di fatto che Dario prova a far luce sul mistero, partendo “dagli antichi commenti al XIII Canto dell'Inferno, dove Pier delle Vigne sconta la sua pena tra i suicidi. Inizia così un viaggio attraverso i secoli, con la sensazione che ci sia un segreto spaventoso da svelare”. 
Risultato? Un romanzo storico che si dipana fra le pieghe del giallo letterario, in cui passato e presente si intrecciano sino all’inaspettato finale. Ma, se vogliamo, “è anche una scanzonata storia d’amore dei nostri tempi. Quella tra Dario e Lucia, che sanno restare vicini anche di fronte agli orrori della storia”. In sintesi: un canovaccio che cattura, intriga e si legge che è un piacere. Fermo restando un peccato veniale: quello di eccedere in capoversi troppo lunghi, che rallentano il ritmo della lettura e finiscono per affaticare chi non è più giovanissimo. In ogni caso, bene, bravo, sette più.

(riproduzione riservata)