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Un'ultima sfida per la Specialista, eroina affascinante e feroce

Dall’autrice di Twilight, Stephenie Meyer, una storia nera segnata dall’amore. Spunti di lettura anche per Clara Reeve, Marvin Menini e un’antologia Tea fuori dalle righe


20/03/2017

di Mauro Castelli


Con la saga di Twilight (un ciclo di romanzi fantasy, condito di sentimenti e di avventure, che vede protagonista Isabella Swan, detta Bella, un’adolescente che si trasferisce da Phoenix a Forks, nello Stato di Washington, dove si innamora di un vampiro chiamato Edward Cullen) ha spopolato a livello internazionale con 150 milioni di copie vendute; con il suo primo romanzo, orfano dei personaggi della citata saga - ovvero L’ospite, imperniato sulla figura di Wanda, un’anima inserita all’interno del corpo di Melanie dagli alieni che mirano a possedere la razza umana in modo da cessarne l’indole ostile e bellicosa -, aveva monopolizzato le classifiche dei bestseller a stelle e strisce; e ora, con The Chemist. La specialista (Rizzoli, pagg. 538, euro 20,00, traduzione di Rosa Prencipe ed Elisa Finocchiaro), Stephenie Meyer ha ottenuto ulteriori riconoscimenti, sia da parte della critica che del pubblico, dando voce a una eroina affascinante quanto feroce, che «trascina il lettore in un vortice ad alto tasso adrenalinico».
Di fatto un romanzo potente, segnato dagli orrori e dagli incubi di una storia che percorre un rischioso sentiero condito di «crimini, fughe, giochi e doppi giochi, in bilico tra passioni e ragioni assolute». Riuscendo come pochi altri, ha avuto modo di annotare il Time, a tenere «accesa la curiosità del lettore, senza mai concedere un calo di tensione, semmai centellinando le informazioni. E in questo l’autrice è semplicemente magistrale». Lei che riserva un ringraziamento - udite udite - a chi le ha «permesso di uccidere, torturare e controllare i suoi personaggi nei modi migliori e più realistici».
Lei che ha saputo regalare tratti vincenti a una protagonista di spessore, forte sia delle sue debolezze che della sua cattiveria. Riassumendone peraltro i contorni in una graffiante osservazione: «Faccio paura a persone che non temono neppure la morte. Sono in grado di togliere loro tutto ciò di cui vanno orgogliose, di spingerle a tradire tutto ciò che ritengono sacro. Io sono l’orrore che vedono nei loro incubi». Come dire che ce n’è a sufficienza anche per i palati più forti.
Detto questo, spazio alla sinossi. A tenere la scena è una donna senza nome, o forse in realtà di nomi ne ha sin troppi, visto che lavorava, per conto del Governo degli Stati Uniti, in un’agenzia così segreta che non aveva neanche una sigla identificativa. Sicuramente una numero uno nel suo campo, ma adesso che è venuta a sapere qualcosa che non avrebbe dovuto, i suoi ex capi la vogliono morta. E subito. Per questo è costretta a vivere in maniera iper organizzata (ma senza tutta quella ragnatela di “attenzioni” di vita non ne avrebbe una), a muoversi con cautela, a non correre rischi, ad attivare tutti i possibili dispositivi di sicurezza prima di andare a dormire.
In altre parole «non può restare a lungo nello stesso posto, né mantenere la medesima identità per troppo tempo. Per di più l’unica persona di cui si fidava è stata uccisa. Così, quando le viene offerta la possibilità di mettersi in salvo in cambio di un ultimo lavoro, lei accetta, ma nel momento in cui si prepara ad affrontare la sfida più dura, si innamora di un uomo. E sarà una passione che condizionerà le sue possibilità di sopravvivenza. Così, mentre tutto si complica, la Specialista sarà costretta a mettere in pratica il suo talento come mai aveva fatto prima. E in un mondo in cui i rapporti di fiducia mutano di continuo, dovrà muoversi con ingegno e astuzia per proteggere se stessa e l’uomo che ama».
Insomma, un thriller che cattura e intriga, che non lascia spazio alla noia, che si dipana sull’orlo di un baratro senza fine. Un romanzo graffiante, ben costruito, contraddistinto da incastri logici e a volte fuorvianti. Come si conviene a una penna che sa far viaggiare l’intreccio a cento all’ora. Facendo sì venire il batticuore, ma con la certezza che il volante sia nelle mani giuste. Quelle di una penna capace di gestire a piacimento la situazione.
Per la cronaca, Stephenie Meyer è nata ad Hartford, nel Connecticut, il 24 dicembre 1973 in una famiglia composta da tre sorelle e tre fratelli, che si sarebbe trasferita, quando lei aveva appena quattro anni, a Phoenix, in Arizona, dove tuttora abita con il marito Christian (conosciuto in Svizzera), i loro tre figli Gabe, Seth ed Eli («Tutti così pazienti e comprensivi - ha avuto modo di annotare - verso la mia scrittura frenetica e insonne»), nonché il non proprio geniale pastore tedesco Pocket, un «tontolone» che a ogni cenno di pericolo corre a nascondersi fra le sue gambe.
Stephenie, di religione mormone, ha frequentato la Brigham Young University di Provo, nello Utah, ottenendo una laurea in Letteratura inglese, ma con la passione per la scrittura a tenere banco sin da giovane. Per poi arrivare sugli scaffali con Twilight grazie a un’idea che le era venuta in sogno la notte del 2 giugno 2003, in seguito sviluppata anche negli altri libri che appartengono alla saga (New Moon, Eclipse e Breaking Dawn).
Che altro? Una carriera folgorante, una robusta attenzione al sociale (come quando ha contribuito alle spese di una amica affetta da cancro al seno), ma anche un occhio di riguardo per la sua immagine pubblica. Così, all’insegna di un vezzo molto americano, ha partecipato con un cameo al film Twilight nella scena in cui Bella è al tavolo del locale con Charlie, per poi concedere un bis nella prima parte di Breaking Dawn (dedicata all’ultimo episodio della saga), interpretando una delle invitate al matrimonio dei due protagonisti.

A seguire un tuffo nel passato con l’inglese Clara Reeve, secondo il New York Times «grande innovatrice del romanzo gotico». Nata nel 1729 a Ipswich, città dove sarebbe vissuta e morta nel 1807, è l’autrice della chicca Il vecchio barone inglese (Superbeat, pagg. 160, euro 13,00), la cui traduzione, firmata da Sergio Marconi, «è condotta sull’edizione curata da James Trainer per la collana Oxford English Novel del 1967, che a sua volta si basava sull’edizione del 1787: la seconda in assoluto dopo quella del 1777, ma la prima contraddistinta dal titolo con il quale il romanzo è noto oggi, appunto The Old English Baron». Un classico ambientato nell’Inghilterra di Enrico VI (che sembra aver avuto notevole influenza nella stesura di Frankenstein da parte di Mary Shelley), dove il lettore incontra sir Philip Harclay, un nobile cavaliere intenzionato a veder chiaro sul perché il suo caro amico lord Lovel - durante il lungo periodo di permanenza all’estero - non avesse più risposto alle sue lettere. Scoprendo ciò che non avrebbe voluto scoprire: l’amico era infatti stato ucciso in battaglia una quindicina di anni prima, la moglie incinta si era lasciata morire dal dolore, mentre il suo castello era stato ereditato da un cugino che a sua volta lo aveva venduto al cognato, il barone Fitz-Owen. Il quale aveva deciso di dare stabile ospitalità al promettente ragazzo di un contadino, regalandogli un’adeguata istruzione e trattandolo alla pari dei suoi figli. Ma di mezzo ci si era messa l’invidia del parentado. Così il suo benefattore, resosi conto di questo ingiustificato comportamento, aveva proposto al giovane Edmund di dimostrare il suo valore dormendo per tre notti in un’ala abbandonata del castello, dismessa da anni e infestata dai fantasmi. Il giovane aveva accettato la sfida, finendo per imbattersi in un terribile segreto che aveva a che fare con le sue stesse origini... Che dire: per chi ama questo tipo di narrativa, un romanzo da non perdere, raffinato e intellettualmente ricco. Che si propone alla stregua di un intrigante viaggio in un mondo ricco di angolature fantastiche e coinvolgenti. All’insegna, e questo ha il suo peso, di una scrittura raffinata quanto di facile accesso.

Voltiamo libro. Senza particolari acuti e con qualche ingenuità di troppo (accettabili per un quasi-debuttante partito dalla pubblicazione in self publishing di una raccolta di racconti), ma in ogni caso di gradevole lettura, è il noir Poker con la morte (Fratelli Frilli, pagg. 246, euro 11,90) scritto da Marvin Menini, specialista in Ortopedia e chirurgia della mano. Lui che è nato a Genova il 18 febbraio 1971, che ha un figlio di nove anni, che ha giocato a pallanuoto per una vita, che assicura di non cavarsela male in cucina e di avere una grande passione per la narrativa di settore in abbinata a quella per il poker. Da qui l’idea di imbastire il romanzo che stiamo proponendo rifacendosi a un gioco che sta prendendo piede, il Texas Hold’em, sul quale, in appendice, troviamo un piccolo glossario esplicativo. Si tratta - se le informazioni in nostro possesso sono corrette - di una delle più diffuse specialità a carte comunitarie dove sedute al tavolo possono stare dalle due alle dieci persone, con la possibilità teorica di arrivare sino a 22. A differenza di quanto previsto dal poker tradizionale, i giocatori ricevono solamente due carte a testa: esse, assieme alle cinque carte comuni (community cards) - suddivise in Flop (le prime tre), Turn (la quarta) e River (la quinta) - scoperte dal mazziere durante le varie fasi di gioco, formeranno il punto di ogni giocatore. Ma questo poco importa per una corretta lettura della nostra storia, che si avvale - e di questo ne va dato atto all’autore - di un intrigante quanto geniale incipit: «La leggenda narra che il due agosto del 1876, nel salone Nuttal & Mann’s di Deadwood, Wild Bill Hickok venisse freddato con un colpo di revolver alla schiena. Pare tenesse fra le dita una coppia di assi e otto. Da allora, tutti nel mondo del poker la chiamano la mano del morto. Pare (inoltre) che quella notte diluviasse, che la morte sia scivolata alle sue spalle subdola e inaspettata. Anche adesso sta diluviando e pure io sarò morto tra qualche secondo…». Ovviamente la vicenda narrata da Menini risulta ambientata ai nostri giorni in quel di Genova, dove incontriamo un giornalista, Matteo De Foresta, alle prese con un matrimonio in crisi (non a caso la moglie Barbara, a un certo punto, se ne andrà insieme alla figlia). Per farla breve, Matteo decide di aiutare Evgeni, un amico scassinatore cui deve la vita, per scoprire chi ha ucciso suo cugino (forse con un veleno che non lascia tracce). Le indagini lo porteranno a un misterioso giocatore di poker online, Osiride, ma anche a doversi confrontare con l’omicidio dello stesso Evgeni, fatto fuori con un colpo di pistola alla nuca. Grazie all’aiuto di Attilio, a sua volta appassionato di poker (oltre che paralizzato e costretto a muoversi su una carrozzina), Matteo riuscirà a infiltrarsi nelle partite clandestine che si svolgono a casa di Rodolfo Mutti, un infido avvocato peraltro sospettato dei delitti. In questo contesto - per regalare ulteriori spunti di lettura - troverà spazio anche la crisi del giornale dove De Foresta lavora, dove sta rimanendo orfano del caporedattore Serse (per lui una specie di padre) e dove si prenderà una mezza sbandata per l’avvenente direttrice pro-tempore Clara Manzini. Insomma, i guai il nostro giornalista sembra andarseli a cercare. Fortuna vuole che, «in una strada lastricata di fregature a novanta gradi», a toglierlo dai pasticci sia il suo amico vicequestore Guido Rocchetti.

L’ultimo suggerimento per gli acquisti si rifà a una antologia del tutto particolare: quella legata a cinque racconti di autori di peso che hanno aderito alla richiesta di dare voce a una tematica fuori dal coro. In altre parole a raccontare cosa facevano i loro collaudati investigatori quand’erano ancora bambini, e cosa li abbia spinti a seguire il difficile mondo delle indagini. Risultato? Ritratto dell’investigatore da piccolo (Tea, pagg. 236, euro 15,00), dove incontriamo Greta e Marlon, Micuzzi, Gilardi, Melis e Bordelli “prima che tutto cominciasse”, immaginati cioè dai loro genitori. Ovvero Arosio & Maimone con Autarchia, Massimo Cassani (che ha anche curato questa raccolta) con Il libraio, Elda Lanza con Mi chiamo Massimo, Hans Tuzzi con Il fico egoista e Marco Vichi con Il segreto di Ermelinda. Tutte penne delle quali abbiamo già ampiamente parlato. Ma in questo caso si tratta di storie originali che anticipano il futuro dei loro protagonisti - commissari, detective, avvocati e ispettori - ovvero gli investigatori di… carta preferiti dai lettori, dei quali hanno imparato ad amare le loro stranezze, i loro tic, le loro virtù e anche i loro difetti.

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