Share |

Un uomo in fuga contro il suo destino di ebreo

Scritto nel 1935 da Ulrich Alexander Boschwitz (morto a soli 27 anni), un capolavoro che anticipa la testimonianza letteraria sull’Olocausto


23/04/2019

di Arne Lilliput


Capita spesso ai pittori di essere consacrati e osannati dopo la morte; molto meno spesso agli scrittori. Come nel caso del tedesco Ulrich Alexander Boschwitz che, nato a Berlino nel 1915, aveva perso la vita a soli 27 anni nell’affondamento della nave sulla quale viaggiava, silurata da un sottomarino che faceva capo alla Marina del suo Paese, mentre assieme a un gruppo di altri 361 esiliati (a loro volta tutti morti) faceva rientro in Europa. 
Lui che alcune settimane prima, in una lettera datata 10 agosto 1942 inviata a sua madre Martha, aveva stabilito in ogni dettaglio cosa dovesse fare dei suoi manoscritti. E in questa lettera parlava de Il viaggiatore (Rizzoli, pagg. 286, euro 19,00, traduzione di Marina Pugliano e Valentina Tortelli), un libro scritto nel 1938 e uscito in Inghilterra un anno dopo, del quale in seguito l’autore aveva provveduto alla completa rielaborazione, affidandone le prime 109 pagine a un compagno di prigionia, già in viaggio per l’Inghilterra, affinché gliele consegnasse. Un lavoro che, secondo lui, aveva migliorato di gran lunga il prodotto. 
Ulrich Alexander Boschwitz, si diceva. Figlio di un commerciante ebreo convertito al cristianesimo, che era morto sul fronte della Prima guerra mondiale, e di una donna che apparteneva a una facoltosa famiglia di Lubecca. La quale aveva ritenuto opportuno, nel 1935, fargli lasciare la Germania, in seguito all’emanazione delle leggi razziali, per accasarsi in Inghilterra. Ma anche nella Perfida Albione l’accoglienza non era stata delle migliori. In effetti, nonostante le sue origini ebraiche, venne espulso in quanto cittadino tedesco e deportato in Australia. Ed è appunto a questo ragazzo che si deve il primo racconto dell’orrore, partendo dalla Notte dei Cristalli (Kristallnacht) per poi attraversare il dolore di tutti coloro che erano stati costretti a lasciare la propria terra e le proprie radici. Ricordando che tutto era precipitato dopo che a Parigi, nel novembre 1938, presso l’ambasciata tedesca, era stato ferito gravemente, da un ebreo polacco, un esponente di spicco del Governo. Fu così che a Berlino, e in tutta la Germania, scattò la caccia antisemita. 
A raccontarci delle traversie di Boschwitz e del suo romanzo è Peter Graf, colui che - come precisa in una introduzione e in una postfazione - avrebbe chiesto ai familiari di Ulrich di poter revisionare il testo per regalare a quest’opera, “toccante e suggestiva”, la forma che meritava. La qual cosa, dopo un periodo di oblio durato ottant’anni, avrebbe fatto sì che la “prima volta” nelle librerie tedesche si trasformasse in un caso letterario internazionale, con traduzioni in una ventina di Paesi. 
Di fatto questo romanzo è incentrato su un uomo, Otto Silbermann, che nel clima incandescente del novembre 1938 vaga impaurito e senza meta da una città all’altra della Germania, rischiando di essere denunciato o arrestato. Perdendo man mano prima “i propri averi, poi la dignità e infine la ragione”. 
Ricordiamo inoltre che le prime pagine del manoscritto, “che costituisce il nucleo primario del romanzo, vennero redatte nel giro di poche settimane in Lussemburgo e, in parte, probabilmente a Bruxelles, subito dopo i progrom (le sommosse popolari verso le minoranze religiose, in particolare quelle antisemite) con cui in Germania aveva avuto inizio la persecuzione sistematica degli ebrei”.   
Ma veniamo alla sinossi. Otto Silbermann - un ricco commerciante ebreo, ben intergrato nella società tedesca, tanto da aver combattuto al fronte della Grande guerra guadagnandosi una Croce di ferro - sta negoziando con un conoscente la vendita del suo elegante appartamento di Berlino quando alla porta di casa risuona un colpo secco seguito da un ordine: “Apri, ebreo”. È il 10 novembre 1938, il giorno dopo la citata Notte dei Cristalli: i progrom organizzati dal regime nazionalsocialista sono iniziati e Silbermann, anziché aprire, sguscia fuori dalla porta di servizio, abbracciando un destino di fuggiasco. 
Inizia così il suo girovagare sui treni (diventando una specie di “emigrato nelle ferrovie del Reich”), dove trascorre, viaggiando da una città all’altra, una settimana intera, pur sapendo di essere in trappola. Ma non gli è possibile fermarsi, smettere e cercare un riparo. Esule in patria, uomo sopraffatto, emblema di tutte le anime rifiutate costrette a soccombere al meccanismo della paura, ora è nient’altro che un “insulto con due gambe”. 
Sin quando riesce ad attraversare il confine con il Belgio non avendo “le caratteristiche somatiche che, secondo la dottrina degli studiosi della razza, contraddistinguerebbero un ebreo”. 
Ma i gendarmi lo cattureranno ugualmente. Anzi, per la verità sarà lui, allo stremo delle forze, a farsi arrestare. Quindi verrà rinchiuso in un carcere e privato di ogni speranza. Inizierà così a delirare, pensando ai treni in partenza per Aquisgrana, Norimberga, Amburgo, Dresda... 
In sintesi: “Prima di ogni letteratura sull’Olocausto e prima ancora di ogni Diario, questo romanzo rappresenta una testimonianza letteraria di prima mano sull’inizio della catastrofe europea del Novecento”. Un libro da non perdere. Per riflettere, e anche per capire.

(riproduzione riservata)