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Un uragano, un noto scrittore ucciso e un collezionista di libri antichi a caccia dell’assassino

John Grisham torna a giocare col mistery facendo nuovamente centro. Consigli per gli acquisti anche per Paolacci & Ronco e la debuttante Alessia Tripaldi


14/09/2020

di Mauro Castelli


Nell’Olimpo dei più grandi e più venduti narratori contemporanei il suo posto al sole John Grisham se l’è conquistato da tempo.  Regalando ai lettori di mezzo mondo (è stato tradotto in quarantaquattro lingue a fronte di un commercializzato, si ipotizza, di 300 milioni di copie) storie intriganti e a pronta presa che lo hanno fatto diventare ricco, molto ricco. Quasi mai sbagliando un colpo, tanto da collezionare 34 bestseller, oltre a un saggio, una antologia di racconti e sette romanzi per ragazzi. Ma firmando anche due sceneggiature, proponendosi come produttore di quattro pellicole, divertendosi a fare l’attore (in Mickey) nonché il doppiatore non accreditato per la Tv in A Painted House
Forte di un aspetto da raffinato gentiluomo - alto, elegante, maliziosi occhi azzurri - assicura di essere un grande appassionato di football americano (è tifoso dei Pittsburgh Steelers), tanto da proporsi come presidente della squadra dei Panthers in segno di riconoscimento per la pubblicazione de Il professionista (un lavoro, per la cronaca, ambientato a Parma). 
Lui che viene considerato come il numero uno nel campo dei legal thriller (“Il mondo legale e politico Usa - ha tenuto a precisare - è terreno fertile per i miei libri, in quanto il profitto a ogni costo corrompe tutto. Eserciti di lobbisti hanno infatti per sola missione far passare leggi favorevoli a chi li paga”), ma che questa volta si è però divertito a tornare a giocare con il mistery dopo il felice esordio con Il caso Fitzgerald. Dando voce a L’ultima storia (pagg. 262, euro 22.00, traduzione di Luca Fusari e Sara Prencipe), forte di una appassionante trama. Anche in questo caso proposta da Mondadori, il suo editore italiano di riferimento. 
Una storia che, a guardar bene, punta sul sicuro: ovvero sulla semplicità della narrazione e al tempo tesso della vicenda, con un morto ammazzato e un amico che vuole vederci chiaro all’ombra di un catastrofico uragano. Insomma, niente di nuovo sotto al sole. Eppure è proprio giocando con questi pochi elementi (ma con indifferenza, potete giurarci, la storia si allargherà) che l’abilità dello scrittore di razza viene fuori. Trascinando il lettore in una intrigante avventura. 
Tutto succede in piena estate nell’isola di Camino Island, “il buen retiro degli scrittori”, dove sta per abbattersi Leo, un uragano di proporzioni allarmanti che aveva preso vita nelle acque agitate dell’Atlantico orientale, circa 300 chilometri a ovest delle isole di Capo Verde, per poi abbattersi sui Caraibi. Dove avrebbe causato, anticipiamo, 35 vittime e danni per cinque miliardi di dollari. 
Al suo arrivo il governatore della Florida aveva ordinato a tutti gli abitanti l’immediata evacuazione dell’isola. La maggior parte delle persone era così fuggita sulla terraferma, ma Bruce Cable - noto libraio (il suo locale Santa Rosa è un punto di ritrovo per le intelligenze locali) nonché collezionista di libri antichi, oltre che animatore della vita culturale locale - aveva deciso di rimanere. Anche perché, come si scoprirà, c’era un grave motivo a spingerlo in tal senso. 
Ma veniamo al presente. Come previsto l’uragano devasta ogni cosa, abbattendo alberi e danneggiando gravemente abitazioni, alberghi, negozi. E purtroppo ci sono anche delle vittime. Tra queste Nelson Kerr, un noto scrittore di thriller amico di Bruce. Ma la furia della tempesta non sembra essere stata la causa della sua morte. I numerosi colpi alla testa farebbero pensare a ben altro. In buona sostanza, chi può aver voluto Nelson morto, una persona a prima vista benvoluta da tutti? 
La polizia locale non è solita occuparsi di omicidi, meno che mai in un momento di emergenza come questo, e Bruce decide di iniziare una sua personale indagine. Ponendosi un interrogativo: potrebbe la morte dell’amico essere legata in qualche modo ai suoi romanzi, e soprattutto all’ultimo, ancora inedito e custodito nel suo computer? In buona sostanza quello che Bruce scoprirà sarà molto più sconvolgente dei colpi di scena delle storie di Nelson Kerr... 
Il giudizio? Una trama credibile, condotta con mano ferma, supportata dalla capacità di dare voce a personaggi ben caratterizzati. E poi la bravura nel creare tensione, e aspettative, all’insegna della semplicità. Doti che non sono da tutti. 
Per la cronaca, John Grisham - repetita iuvant - è nato a Jonesboro, in Arkansas, l’8 febbraio 1955, secondo di cinque fratelli, da una modesta famiglia del Sud: il padre, per tirare avanti, lavorava infatti nei campi di cotone nonché come operaio edile. Una famiglia che, dopo diversi trasferimenti, si sarebbe accasata nella piccola città di Southaven, nel Mississippi, dove il giovanotto si sarebbe laureato in legge nel 1981. La qual cosa lo avrebbe portato a esercitare la professione di avvocato per quasi un decennio. Abbinando peraltro l’attività forense a quella politica dalla parte dei democratici, che lo vide eletto per due mandati alla Camera dei rappresentanti del Mississippi. 
Tuttavia, sono parole sue, “non fu un’esperienza esaltante, tanto che non lasciai traccia del mio passaggio se non nelle impronte digitali al Campidoglio di Jackson. In quanto buona parte del tempo la trascorrevo attorno alle macchinette del caffè o alle fontanelle dell’acqua per ascoltare gli aneddoti e i divertenti racconti dei colleghi che provenivano da ogni angolo dello Stato, abituati a inventarsi di tutto”.  
Ricordiamo inoltre che John Grisham, sulla scia emulativa di Mark Twain e John Steinbeck (“È stata mia madre ad avviarmi alla lettura”), aveva debuttato nel 1989 con A Time to Kill, Il momento di uccidere nella versione italiana, forte di una tiratura di appena cinquemila copie dopo che questo romanzo era stato rifiutato da diversi editori. Di fatto, ironizza, “mi resi subito conto che scrivere libri era molto più semplice che pubblicarli e soprattutto venderli”. Editori pronti peraltro a ricredersi quando, due stagioni dopo, pubblicò Il socio, un lavoro che si propose negli States come il settimo romanzo più venduto di quell’anno. E da allora in poi non si sarebbe più fermato. 


Gradevole, per contro, anche la scrittura di Paolacci & Ronco, alias Antonio Paolacci (nato a Maratea, nel basso Cilento, nel 1974) e Paola Ronco (torinese, classe 1976), autori che vivono a Genova e sono compagni di vita. Due penne con all’attivo diversi lavori e che con Nuvole barocche, vincitore lo scorso anno del premio NebbiaGialla e del premio Giallo al centro, nonché finalista del Fedeli, avevano inaugurato la serie a quattro mani dedicata al vicequestore aggiunto Paolo Nigra (torinese di quarant’anni e passa trapiantato a Genova, un bell’uomo omosessuale che  ha dovuto combattere molte battaglie vincendole tutte), il quale torna ora sugli scaffali nella sua seconda indagine intitolata Il punto di vista di Dio (Piemme, pagg. 348, euro 17,90). 
Un lavoro che - tengono a precisare in una nota gli interessati, che a loro dire non possono fare a meno delle tematiche sociali - prende spunto dalla più grande confisca di beni avvenuta nel Nord Italia, risalente al 2009. Confisca di 115 unità immobiliari (96 a Genova e di queste 69 concentrate nel centro storico della città) resa definitiva il 26 febbraio 2014. Il processo di riassegnazione, tuttora in corso, è risultato però lungo e complesso. Anche perché molti edifici risultano in condizioni precarie e diversi altri continuano a essere utilizzati dai vecchi proprietari per le loro attività illegali. 
Sta di fatto che “abbiamo deciso di trasfigurare questa incredibile realtà in forma letteraria, cambiando nomi e cognomi, sia perché scriviamo romanzi e non inchieste, sia perché, in casi come questo, romanzare permette di raccontare modi di agire e di pensare che vanno oltre la singola realtà territoriale. Così come ci teniamo a sottolineare che la chiesetta di San Fredegiso, dove abbiamo ambientato l’omicidio, non esiste nella realtà. Parimenti non esiste il bar Hassan Bidar, al contrario di quello di Chico, al quale rinnoviamo il nostro ringraziamento per averci concesso di citarlo”. 
Ma di cosa si nutre questa intrigante storia? Di un omicidio in una chiesa studiato nei minimi dettagli; di una pletora di testimoni tutti appassionati di gialli e tutti con un movente; di una indagine che conduce il lettore nel cuore di Genova, appassionandolo come nei migliori gialli classici, “senza mai perdere di vista la vita vera, i conflitti e le tensioni sociali, i drammi personali che toccano da vicino ognuno di noi”. 
Detto questo spazio alla trama. “È una domenica mattina qualunque, in una piccola chiesa del centro storico di Genova. Mentre i fedeli, quasi tutti ultrasettantenni, si dispongono su due file per la comunione, il professor Sergio Bruzzone si fa largo e guadagna il primo posto con malagrazia; pochi minuti dopo aver preso l'ostia, l’uomo si accascia a terra ed esala il suo ultimo respiro. I segni sono quelli di un avvelenamento e il panico coglie subito tutti i presenti”. 
Appena arrivato sul posto, il vicequestore aggiunto Paolo Nigra capisce che il caso gli darà del filo da torcere. La vittima faceva infatti parte di un gruppo di lettori appassionati di polizieschi (è il caso della professoressa Scaturchio, della dottoressa Salati, della coppia di farmacisti Parodi, del maresciallo dei carabinieri Scialoja, dello scrittore - si fa per dire - Malpighi), con i quali aveva antichi legami di amicizia. E il delitto si presenta talmente macchinoso da far pensare a un omicidio ispirato a un classico giallo d’altri tempi. Ogni sospettato (ma nel mirino degli inquirenti finiranno anche l’ancora giovane vedova di Bruzzone, Carmen Cabrera, cilena da oltre vent’anni residente in Italia, e don Gabriele Mola) ha una propria teoria, volta ad accusare gli altri appartenenti al gruppo; in buona sostanza ognuno di loro potrebbe essere un assassino. L’amicizia, a guardar bene, non è che un groviglio di contraddizioni. 
Insomma, un bel guazzabuglio, che si complicherà ulteriormente “quando i media cominceranno a ipotizzare che qualcuno possa avvelenare le ostie per colpire i fedeli. Mentre il coming out del suo compagno Rocco - ormai diventato un attore popolarissimo - si fa sempre più complicato, Nigra dovrà cercare la verità, affiancato dalla sua bizzarra squadra, scavando nei segreti e nelle menzogne di tranquilli pensionati, tra insidie, pregiudizi e avventate forzature mediatiche”. 
In chiusura di questo consigliato romanzo brevi note sugli autori. Antonio Paolacci, scrittore ed editor dal 2007, oltre che insegnante di scrittura creativa, ha pubblicato Flemma, Salto d’ottava, Accelerazione di gravità, Tanatosi, Piano americano nonché racconti e articoli in antologie collettive e riviste. Ha inoltre condotto alcuni studi di psicoanalisi del cinema considerati in ambito accademico i più approfonditi sull’argomento. Oltre a essere stato direttore editoriale del marchio Perdisa Pop dal 2011 al 2014, è l’ideatore del “Progetto Santiago”, uno studio editoriale italiano interamente gestito da un gruppo di scrittori, artisti e professionisti indipendenti. Infine, dal mese di aprile del 2016, è responsabile editoriale della Velier. 
E per quanto riguarda l’incontro, narrativamente parlando, con Paola Ronco, a sua volta scrittrice con diverse pubblicazioni alle spalle? Come spesso succede è avvenuto in maniera casuale, tanto più che, “pur condividendo la vita e il lavoro, i nostri gusti divergono in fatto di film, serie televisive e libri”. 
Così scopriamo che Paola è “da sempre un’amante del giallo puro e del genere noir, con qualche sbandamento per il fantasy e il distopico: da Agatha Christie, letta e riletta, al meraviglioso Adamsberg di Fred Vargas, da Elizabeth George ad Anne Perry, fino agli incubi di Valerio Evangelisti”. A sua volta Antonio, proveniente da una formazione legata alla letteratura nordamericana, è un accanito lettore di autori postmoderni, pur risultando attratto dal thriller, con “un debole dichiarato per Sthephen King fin dall’adolescenza”. 
Ma fortunatamente ci sono alcune tematiche sulle quali i nostri due autori convergono. Ad esempio, parlando di letteratura di genere, c’è “apprezzamento comune per Arthur Conan Doyle, l’amore per i maestri Fruttero e Lucentini e l’attenzione vigile verso Carlo Lucarelli e Massimo Carlotto. Fermo restando l’interesse per il thriller nordico, a cominciare da Henning Mankell e dalla coppia Maj Sjöwall- Per Wahlöö, gli inventori di Martin Beck”. 
E questo è quanto, anzi no. Merita infatti riprendere alcune considerazioni dei due autori sulla strada che li ha visti arrivare a fare comunella narrativa. “Ci siamo incontrati prima di tutto attraverso i nostri romanzi, scoprendo che in qualche modo le nostre scritture si somigliavano. Non tanto per lo stile, quanto per il senso estetico, l’umorismo e la tensione etica. In realtà la decisione di incrociare le penne è arrivata all’improvviso, come una soluzione quasi ovvia, ma che fino ad allora ci era sfuggita. E si è trattato di una buona idea, visto che viaggiando in simbiosi siamo stati in grado di sfruttare i nostri punti forti e di correggere, almeno in parte, i nostri difetti. Non che sia facile, intendiamoci. Ma fatta l’abitudine tutto diventa relativamente più semplice…”. 


Concludiamo con una debuttante (in realtà la sua prima volta era risultata legata al racconto La Danza, pubblicato nell’antologia Roma a mano armata edita da Novecento Editore), ovvero Alessia Tripaldi, sociologa e cofondatrice con il regista teatrale Federico Bomba di “Sineglossa Creative Ground”, collettivo artistico marchigiano che oggi si propone come una delle più interessanti e solide realtà nel campo delle sperimentazioni sul contemporaneo e sul ruolo che questo può avere nel mondo delle imprese. 
Tripaldi che nella scrittura di questo suo primo romanzo, Gli scomparsi (Rizzoli, pagg. 398, euro 19,00), ha potuto beneficiare dell’esperienza maturata nel campo delle sceneggiature cinematografiche avendo lavorato per diverse case di produzione. Risultato? Un thriller psicologico segnato da una travolgente tensione narrativa, tensione che toglie il respiro e che si propone come “un viaggio - in bilico fra luci e ombre - al termine della ragione, dove si nasconde l’altra faccia di ognuno di noi”. 
In questo romanzo l’autrice si è inventata un personaggio, Marco Lombroso, discendente del famoso scienziato veronese Cesare, ovvero il controverso criminologo ottocentesco di cui ancora oggi si parla, in scena sullo sfondo di una storia di bambini scomparsi, che vengono rapiti e poi sembrano sparire nel nulla. 
In buona sostanza, “con il personaggio di Marco - tiene a precisare l’autrice - volevo riaprire il discorso sulla cattiva fama di quel lontano parente di Marco. Un fenomeno in negativo soprattutto italiano, perché invece all’estero si studia con interesse la sua opera che aveva, seppure con i limiti dell’epoca positivista, dato la stura all’antropologia criminale”. Regalando peraltro al lettore un continuo senso di angoscia, tirando in ballo gli scarni ricordi di un bambino rapito, che ricostruisce a sprazzi l’incubo della sua vita trascorsa al buio e a fronte delle vessazioni di un padre rapitore. In altre parole un fanatico che voleva salvarlo dal “Male del mondo”. 
Il tutto supportato da un incipit che non manca di lasciare il segno: il ritrovamento di un cadavere mutilato e dalla faccia sfigurata nascosto sotto un tumulo di sterpaglie. In parallelo due turisti si imbattono in un ragazzo scalzo e magro che dice di chiamarsi Leone. Il quale assicura che il corpo ritrovato è quello di suo padre, con il quale ha sempre vissuto nei boschi, e che lui ha seppellito dopo la sua morte. Ma quale terribile segreto si nasconde tra le montagne impenetrabili del Centro Italia? 
La risposta spetta a Lucia Pacinotti, commissario di Ps in una cittadina d’Abruzzo, che - trovandosi nei guai - finisce per trovare il coraggio di bussare alla porta del suo vecchio compagno di università, Marco Lombroso, con il quale seguiva corsi di criminologia. Uno studente di prim’ordine che aveva elaborato una griglia di dodici “archetipi criminali”, con figure come l’Angelo custode, l’Orfano o l’Innocente, grazie alla quale riusciva a tracciare il profilo dell’assassino. Senza mai sbagliare. Marco però aveva lasciato l’università, all’improvviso, in quanto segnato dal suo ingombrante cognome. 
Nonostante la frattura improvvisa che li aveva separati anni prima, Marco è però l’unico che può aiutarla a dipanare il mistero del “ragazzo dei boschi”. Lucia sa bene che si tratta di una decisione azzardata, che il vecchio amico non ha alcun titolo per lavorare all’indagine, ma se ne assume il rischio. Ciò che invece il commissario non sa è che bussando a quella porta costringerà Marco a riaprire anche il vecchio baule ereditato dal suo trisavolo. 
Appunto Cesare, il medico, antropologo, accademico, filosofo e giurista italiano, da taluni studiosi definito come padre della moderna criminologia. Un esponente del positivismo che era stato uno dei pionieri degli studi sulla criminalità e il cui lavoro era stato fortemente influenzato dalla fisiognomica, dal darwinismo sociale e dalla frenologia. Spesso associando genio e follia. 
Sta di fatto che saranno proprio loro, Marco e Lucia, a scoprire, “fra le pagine del vecchio Atlante dei criminali, nei pattern che collegano i crimini più efferati della Storia, il filo conduttore per arrivare alla verità. Ma per trovarla sarà necessario addentrarsi non solo nei boschi della zona, ma anche in quelli più intricati dell’ossessione per il male”. E in tale contesto la paura del buio, la sensazione della perdita di tutto (un dolore così profondo che forse nemmeno la liberazione riuscirà a guarire) finiranno per risvegliare nel lettore antichi spaventi…

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