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Un vecchio amore, un presente ricco di ombre e Giorgio Martinengo indaga

Uscito dalla penna di Fabrizio Borgio questo eccentrico investigatore, colto quanto disinibito, torna a fare centro per la terza volta


06/11/2017

di Massimo Mistero


Un gradito ritorno: quello dell’eclettico Fabrizio Borgio, che per i tipi della Fratelli Frilli di Genova sbarca sugli scaffali con Morte ad Asti. La nebbiosa domenica dell’investigatore Martinengo (pagg. 244, euro 12,90), un romanzo di fantasia anche se recenti fatti di cronaca potrebbero lasciar pensare il contrario. Ma niente a che vedere - tiene a precisare l’autore in una nota tanto per togliersi d’impiccio - con lo scandalo di sesso e droga scoppiato negli ambienti bene della sua città nei primi anni Duemila, che aveva trovato un parziale epicentro nel bar Ligure (“Lo storico quanto rimpianto simbolo di Asti, un locale vecchio stile, elegante anche se un po’ pomposo, che ho tirato in ballo per motivi affettivi visto che qualche volta lo avevo frequentato”). Così come l’operazione Sex & drug risulta di pura invenzione, come peraltro lo scandalo bancario che ha coinvolto la inesistente Mida Gest. 
A tenere la scena in Morte ad Asti, come da sottotitolo, è per la terza volta l’investigatore privato Giorgio Martinengo, il personaggio che aveva debuttato in Asti ceneri sepolte e che poi era stato confermato in Vino rosso sangue. Un detective anomalo quanto eccentrico, colto quanto disinibito, che non dispiace alle donne e che vive in collina, tra le Langhe e il Monferrato (come peraltro il suo creatore). Di fatto un uomo solitario, per certi versi disilluso dalla vita, portatore comunque di meritevoli risvolti umani, il quale - in questa sua terza indagine - si trova imbrigliato fra il presente e il passato (che vengono raccontati a capitoli alternati). 
Sì, perché sarà lui, appunto in una nebbiosa domenica di febbraio, a trovare il cadavere della bellissima Vittoria Squassino, un suo grande amore di gioventù diventato, strada facendo, un apprezzato manager della succursale milanese di una importante banca tedesca. Anche se…  In effetti poco tempo prima il nostro investigatore era stato ingaggiato dai vertici dell’istituto per indagare proprio su di lei, a causa di una sua relazione con Valerio Cortese, un affascinante quanto chiacchierato imprenditore nel campo delle Spa a tema enologico. Un uomo che Martinengo conosce bene dal momento che era stato suo compagno di scuola ai tempi del liceo. 
Sta di fatto che, visti i vecchi legami affettivi con Vittoria, l’indagine di Martinengo assumerà i contorni di un viaggio all’indietro nel tempo, quando sullo sfondo di una Asti benestante e gaudente (come la città lo era negli anni Novanta, “senza rendersi conto che dietro la leggerezza del vivere si era a ridosso del baratro”) affioravano le prime incrinature legate al disincanto della nuova gioventù. Il tutto a fronte di un contesto che metterà a dura prova la capacità investigativa del nostro segugio. In quanto “l’amore perduto, la crisi, il sesso, la droga e il mondo delle banche disoneste comporranno una scacchiera sulla quale si troverà a giocare - pedina dopo pedina -  una partita difficile quanto dolorosa”. 
Che dire: ancora una volta l’autore - a fronte di una “storia di sesso e droga sentita quanto complessa, dove entrano in gioco diversi fattori” - si dimostra abile nell’affondare la penna fra le pieghe dei nostri mali. Ferma restando la capacità nel tratteggiare personaggi di peso e ambientazioni che fanno parte del suo bagaglio di vita (“In ogni caso, pur avendoli vissuti quei tempi, mi sono dovuto documentare in quanto era facilissimo incorrere in errori e sviste”). Il tutto a fronte di un “noir crepuscolare dove si racconta la fine di un’epoca” che, sia pure con qualche perdonabile peccato veniale al seguito, avvince e convince. Frutto di una ispirazione, è lui stesso ad ammetterlo, legata al caso Antonveneta, con la gratificante consulenza di un amico che lavora in banca, pronto a farlo “partecipe dei trucchetti volti ad abbindolare i risparmiatori e non solo”. 
Detto questo, spazio al privato di Fabrizio Borgio. Nato “settimino” - come abbiamo già avuto modo di annotare - il 18 giugno 1968 ad Asti, dove si è diplomato perito meccanico, portandosi a casa anche una specializzazione in informatica. Città dove oggi si propone come responsabile di reparto in una catena di supermercati. “La qualcosa mi consente, visto che vado lavorare al mattino presto, di staccare alle quattordici e, una volta arrivato a casa, mettermi al computer”. Perché per lui la scrittura deve proporsi come un “un esercizio costante, giornaliero, in quanto più lo si fa e meno faticoso risulta”. 
Lui che vive con la famiglia (rallegrata da un gatto nero battezzato Oberyn, nome rubato al principe protagonista delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, un lavoro firmato dallo statunitense George R. R. Martin) a Costigliole d’Asti; lui che, attento al sociale, milita nella locale sezione della Croce Rossa Italiana come soccorritore; lui che è membro dell’Onav, organizzazione attiva dal 1955, e in quanto tale apprezzato assaggiatore di vino; lui che in passato, dopo aver trascorso quattro anni e mezzo nell’Esercito (“Volevo diventare paracadutista, ma un incidente mi costò il brevetto”), una volta congedato si era messo a collezionare mestieri: operaio, tecnico, falegname, cantiniere, giardiniere, meccanico di scena, impiegato e altro ancora. 
Dedicandosi anche - appassionato com’è di cinema e letteratura, oltre che di sport praticato a livello semiagonistico nel campo della marcia, del nuoto e delle arti marziali - allo studio della sceneggiatura con nomi di spicco del grande schermo come Mario Monicelli, Giorgio Arlorio e Suso Cecchi d’Amico. 
Lui che ancora oggi ironizza sul suo futuro (“Da grande voglio fare lo scrittore”), anche se - come ha avuto modo di raccontarci in occasione dell’uscita del suo secondo Martinengo - scrivere rappresenta una passione di vecchia data, nata quando, “da bambino timido e un po’ introverso”, faticava a relazionarsi con gli amici e pertanto cercava uno sfogo nella lettura. “La qual cosa mi avrebbe portato a scrivere storie in prima persona”. Il tutto supportato dalla lettura, un feeling (con un debole dichiarato per Pier Vittorio Tondelli, allargato ad autori della narrativa di settore come Raymond Chandler, Bruno Morchio, Giorgio Scerbanenco e Carlo Emilio Gadda) coltivato a lungo. Con fantascienza, horror, mistery, gialli e noir a rappresentare il suo pane quotidiano. 
Così nel 2006, dopo aver incassato un primo riconoscimento per un racconto breve, sarebbe arrivato in libreria con Arcane le Colline seguito l’anno successivo da La Voce di Pietra, per poi accasarsi presso la Fratelli Frilli di Genova dando alle stampe Masche e La morte mormora, lavori incentrati sulla figura di Stefano Drago, un agente speciale del Dipartimento Indagini Paranormali. Si trattava di un personaggio ben delineato e per certi versi di spessore, che tuttavia “faticava a farsi apprezzare dai lettori”. Fu così che, “ascoltando i suggerimenti del compianto Marco Frilli, mi inventai Giorgio Martinengo, accasandolo vicino a Castagnole delle Lanze, per poi rimetterlo in pista in quel di Asti”. In quanto la città, bene e spesso, sa regalare spunti narrativi vincenti. 
E per quanto riguarda il suo domani narrativo? “Sto completando un nuovo romanzo sganciato dagli ultimi cicli, che non saprei come etichettarlo: diciamo che la mia fonte di ispirazione è la teoria delle stringhe, gettonata fra i fisici e che permetterebbe l’unificazione delle forze…”. Ma non andiamo oltre, visto che ci dovremmo confrontare con un “universo poggiato su settanta dimensioni differenti” che non rientra nelle nostre corde cognitive.

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