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Un vecchio diario, un segreto sconcertante, una pericolosa setta: e Cotton Malone indaga

Torna sugli scaffali, per la dodicesima volta, l’azzeccato personaggio uscito dalla penna di Steve Berry.  A seguire le conferme di Fiona Barton e di Bruno Morchio


06/11/2017

di Mauro Castelli


L’apertura di questa rubrica si porta spesso al seguito qualche dubbio sulla scelta dell’autore da “raccontare” in prima battuta: puntare su un emergente, su un caso editoriale, su una penna collaudata, su un autore italiano o uno straniero? La platea - da quando gli editori fanno business per la gran parte proprio con la narrativa di settore - è variegata ed estremamente vasta. Ma questa settimana la decisione non è risultata difficile, anche per via - lo ammettiamo - delle nostre personali inclinazioni, che ci hanno suggerito di puntare sullo statunitense Steve Berry, quasi una leggenda nel saper raccontare con oltre 17 milioni di copie vendute in 51 Paesi. 
Un successo legato, in particolare, a un suo intrigante personaggio, Cotton Malone (alias Harold Earl Malone), un ex agente operativo del Dipartimento americano di Giustizia che, nonostante abbia deciso di lasciarsi il passato alle spalle, viene ugualmente coinvolto - visto che il richiamo dell’avventura ancora lo perseguita - in alcuni casi scottanti dal suo ex responsabile operativo. Abbandonando in questo modo, sia pure momentaneamente, la gestione di una libreria antiquaria in quel di Copenaghen, città dove si è trasferito in seguito al divorzio dalla moglie. Ferma restando la presenza di un figlio - una annotazione di colore che non guasta - che non manca, ogni tanto, di finire nei guai. 
Sta di fatto che Malone è tornato sui nostri scaffali ne La chiave dell’inferno (Nord, pagg. 480, euro 18,60, traduzione di Alessandro Storti), un corposo romanzo che si legge che è un piacere, intriso com’è di storia e di piacevole inventiva, di una trama ben strutturata, di una lunga platea di personaggi adeguatamente tratteggiati, più o meno impegnativi a seconda del contesto. 
Berry, si diceva, che dopo essersi laureato presso la Walter F. George School of Law (Mercer University) ha esercitato per venticinque anni la professione di avvocato nella contea di Camden, in Georgia, prima di imboccare la strada della narrativa a tempo pieno, alternandola con lezioni di scrittura in giro per il mondo, ma soprattutto dando sfogo alla sua passione per il golf e spassandosela - visto che i quattrini non gli mancano - con la moglie Elizabeth (la quale lo segue e lo sprona con  i suoi continui incoraggiamenti nella sua attività di scrittore. Regalandogli, se necessario, anche “qualche calcio nel fondoschiena”). 
Di fatto una bella soddisfazione essersi accasato nel novero dei migliori scrittori, soprattutto se si pensa che il suo primo lavoro - lo aveva iniziato a scrivere nel 1990 quando aveva 35 anni - era rimasto in salamoia per una vita in quanto rifiutato la bellezza di 85 volte dalle case editrici. Così la sua prima apparizione sugli scaffali risale al 2003 con lo storico thriller The Amber Room (La stanza segreta dello zar nella versione italiana edita da Tre60), bissato nel 2004 da La profezia dei Romanov e seguito nel 2005 da Il terzo segreto, entrambi pubblicati dalla Nord, che da allora in poi sarebbe diventato il suo editore italiano di riferimento. L’ultima cospirazione risale invece al 2006 ed è il thriller nel quale ha fatto la sua prima comparsa Cotton Malone (per poi essere riproposto, a cadenza annuale, altre undici volte), thriller che avrebbe scalato le classifiche dei bestseller stilate dal New York Times, da USA Today, da Publishers Weekly e da BookSense
Ricordiamo infine, a beneficio degli amanti di questo azzeccato personaggio, che Berry ha scritto anche altre quattro storie brevi (proposte soltanto in formato eBook) legate alle vicende - alla stregua di prequel - di alcune figure secondarie della serie, ovvero L’esercito fantasma, Il sigillo dei traditori, Il sepolcro segreto e Le chiavi del potere
Ma veniamo al dunque, ovvero a La chiave dell’inferno, un lavoro imbastito su due diversi piani temporali, la cui prima ambientazione trova spazio in quel di Washington nel 1865. Ed è in questa città, in un edificio in fiamme dove tutto il personale è stato evacuato, che un uomo - incurante del pericolo e ignorando i preziosi manufatti conservati nelle teche - entra nell’ufficio del direttore per impossessarsi di un diario e di una chiave. Perché da questi semplici oggetti potrebbe dipendere il futuro degli Stati Uniti... 
Cambio di immagine e di stagione e approdiamo al presente: ovvero in Tennessee (quando ai funerali di un senatore una donna si avvicina all’ex presidente Danny Daniels per rivelargli uno sconcertante segreto) e in Arkansas (dove incontriamo Malone alle prese con una pericolosa setta). 
Per maggiore chiarezza ricordiamo che l’edificio in fiamme a Washington era quello del neonato Smithsonian Institution, luogo nazionale deputato alla cultura. Una istituzione - e qui non siamo più nel mondo della fantasia - che vede oggi Steve Berry sedere al tavolo del Consiglio delle Smithsonian Libraries (ce ne sono ventuno negli Stati Uniti più una a Panama), librerie che rappresentano il vigoroso cuore intellettuale (gratuito) del Paese, il cui mantenimento risulta peraltro decisamente oneroso: ben 17 milioni di dollari solo per lo scorso anno fiscale. 
Ma qual è, in questa nuova avventura, il compito offerto dallo Smithsonian a Malone e da lui accettato? “Quello di seguire le indicazioni di una mappa del tesoro rinvenuta negli archivi del museo. Ma, non appena il nostro uomo trova una vecchia cassa con sopra degli strani simboli, viene colpito a tradimento alla testa e imprigionato. Quale mistero si cela in quella cassa? Chi lo sta proteggendo? Per scoprirlo Malone dovrà mettersi sulle tracce di un antico ordine segreto, un ordine nato all’epoca della guerra civile e che da oltre un secolo si muove nell’ombra, determinando il destino della nazione. Ciò che Malone non si aspetta, però, è di leggere nell’elenco dei membri fondatori un nome troppo insolito per essere una coincidenza: Cotton”. Il tutto (“I suoi romanzi non si leggono, si vivono”, ha scritto di lui James Rollins) a fronte di un tesoro nascosto tra le montagne, un segreto bruciato tra le fiamme della guerra, una minaccia che incombe su tutti noi.

Voltiamo libro con la giornalista inglese Fiona Barton che, dopo il successo ottenuto con La vedova, torna sugli scaffali italiani con Il bambino (Einaudi, pagg. 418, euro 19,50, traduzione di Carla Palmieri), un romanzo nato, a suo dire, fra “incitamenti e pezzuole sulla fronte” da parte dei suoi bravissimi editor, oltre che supportato dall’incoraggiamento dei familiari, a partire dal marito Gary e i figli Tom e Lucy con i quali vive nel Sud della Francia, dopo essere vissuta a lungo a Londra. Città dove si occupava di cronaca nera per il Daily Mail, il Telegraph e il Mail on Sunday
Lei che si era guadagnata lo scorso anno, appunto con La vedova, le luci della ribalta alla bella età di 59 primavere. Un libro tradotto in 32 Paesi e i cui diritti sono stati acquisiti per il piccolo schermo. Insomma, un caso editoriale sul quale lei stessa minimizza (“Si è trattato soltanto di una enorme fortuna”), ma che in realtà rappresenta un esempio di consumata abilità nel giocare su un mare di graffianti momenti emotivi in abbinata a una tensione montante. 
Un thriller psicologico peraltro nato dal caso, come ha avuto modo di raccontare lei stessa e come abbiamo già riportato su queste stesse colonne: “Successe che partecipassi, spinta da un’amica, a un concorso letterario per un racconto. Lo scrissi mentre mi trovavo in Sri Lanka per fare volontariato con mio marito, dopo che avevamo lasciato il lavoro. Insomma, partecipai e finii fra i cinque finalisti. A quel punto bisognava allungare il brodo e ricavarne un romanzo. E lo feci mentre mi trovavo in Birmania per organizzare una scuola di giornalismo. Ma non vinsi e il lavoro finì in un cassetto. In realtà non mi arresi, cercai un agente su Google ed ebbi la fortuna di imbattermi in Madeleine Milburn (a tutt’oggi la mia fantastica mentore), che lo propose a diverse case editrici: in due si dissero interessate e da lì sarebbe partito un inaspettato effetto domino”. 
Veniamo ora al dunque, ovvero a Il bambino, il secondo lavoro della Barton dove rimette in pista la giornalista Kate Waters alle prese con un nuovo mistero vissuto all’insegna di una considerazione: “Il problema è che con il tempo i segreti cominciano a vivere di vita propria”. In altre parole a tenere la scena è un caso di cronaca che si sposa con un cold case e viene raccontato all’insegna di un interrogativo: può un segreto restare sepolto nelle maglie del tempo per poi appassire sino a morire? 
Cosa succede è presto detto: nel corso dei lavori di abbattimento di un vecchio edificio in quel di Londra vengono ritrovati i resti di un neonato: difficile, se non impossibile, identificarlo. Il mistero di questo bambino “tocca il cuore della gente e di Kate Waters”, la brillante giornalista del Daily Post sempre in cerca di storie buone da raccontare. E questa è una storia che sembra fatta apposta per lei. Ecco perché inizia a fare domande e a scavare a ritroso nel tempo. E man mano che indaga, “scopre collegamenti con un vecchio episodio di cronaca nera: la scomparsa di Alice, una neonata, dall’ospedale in cui sua madre Angela l’aveva appena partorita. Ma Emma, inquieta ghost writer dal rapporto burrascoso proprio con la madre, è persuasa che non sia cosí”. 
A questo punto, “con la grinta e l’umana partecipazione che la rendono una giornalista speciale, Kate Waters ricompone la storia del bambino e con essa una dolorosa vicenda di ossessioni e tradimenti, penetrando nel passato di due donne che speravano di essersi lasciate tutto alle spalle”. Appunto Angela, alle prese con il ricordo della cosa peggiore che le sia capitata nella vita, ed Emma, a sua volta terrorizzata dal fatto che il suo segreto possa venire svelato. 
Il giudizio? Un tema forte, peraltro ben raccontato, che si addentra nel rapporto non sempre idilliaco che lega madri e figlie; una trama per certi versi brutale portata avanti con una indubbia abilità narrativa, quella stessa che riesce a tenere il lettore con il fiato sospeso, oltre che a spiazzarlo deviandone - quasi senza darlo a vedere - le conclusioni delle quali via via si è fatto carico.  

In chiusura di rubrica spazio a una fra le più interessanti penne del nostro attuale panorama narrativo, quella di Bruno Morchio, che si era guadagnato i primi galloni della notorietà grazie ai tipi della Fratelli Frilli. E allo scomparso Marco Frilli, il fondatore della casa editrice genovese specializzata in noir, ha voluto dedicare il suo ultimo libro: ovvero Un piede in due scarpe (Rizzoli, pagg. 290, euro 18,00), una garbata storia tinta di nero (nata dalla discussione intorno a una tavola imbandita con gli amici Michele Rossi, Stefano Izzo e Stefano Tettamanti), imbastita su una nuova coppia di investigatori, il commissario Diego Ingravallo e lo psicologo Paolo Luzi. 
Il perché di questa dedica è semplice: “Fu a lui che mi rivolsi per avere un giudizio sui primi tre capitoli di un mio nuovo romanzo (Bacci Pagano. Una storia da carruggi) che stavo scrivendo dopo le bacchettate subite in precedenza”. Il giudizio? Positivo e incoraggiante. Sta di fatto che, una volta completata la stesura, quel noir arrivò sugli scaffali confortato da un inaspettato successo (mille copie iniziali e diverse ristampe al seguito). Successivamente Bacci Pagano - “un detective ironico e disilluso, inquieto e malinconico, che ama Mozart, il buon vino, la buona tavola e le belle donne; che viaggia su una Vespa color amaranto; che sta sempre dalla parte dei perdenti perché figlio di un operaio comunista - avrebbe tenuto banco in altre undici storie. Storie che, in abbinata ad altre, si sarebbero guadagnate diversi riconoscimenti, come il Premio Azzeccagarbugli al romanzo poliziesco con Rossoamaro; l’inserimento fra i finalisti del Bancarella con Il profumo delle bugie (un lavoro che non appartiene al genere noir, in quanto racconta le vicende di una famiglia alto-borghese che nel giro di due settimane, a ridosso del Natale, vive la propria tragicomica consunzione); il successo nel Premio Lomellina in Giallo con Lo spaventapasseri; la finale del Scerbanenco con Fragili verità (l’indagine di Bacci Pagano dove l’autore ha forse più ha attinto dal suo lavoro di psicologo). 
Per la cronaca Bruno Morchio è nato a Genova il 6 agosto 1954, città dove vive con la moglie e i tre figli e dove esercita la professione di psicologo e di psicoterapeuta. Lui che si era laureato in Lettere moderne per poi iscriversi a Psicologia in quel di Padova. Terminati gli studi, si sarebbe dato da fare come psicologo in un consultorio familiare pubblico, ma con un occhio già rivolto alla narrativa. Tanto che nel 1999 avrebbe scritto il suo primo romanzo, Maccaia, proposto senza successo a diversi editori. Ma senza perdersi comunque d’animo. E avrebbe fatto bene. Come peraltro sottolineato dal suo debutto in casa Frilli, con la quale avrebbe pubblicato anche il citato Maccaia e il suo secondo romanzo, La crêuza degli ulivi. 
Che altro? Ad esempio la pubblicazione de Il testamento del Greco, una spy story in cui compare un nuovo personaggio, Alessandro Kostas, figlio di un ex agente dei Servizi segreti (detto appunto il Greco), primo capitolo di una nuova serie. E anche in questo caso Morchio evidenzia la sua abilità nell’indagare fra le pieghe dell’animo umano, all’insegna delle ombre e dei segreti, nonché a fronte di una lettura a pronta presa. 
Detto questo alcune note su Un piede in due scarpe, dove Morchio torna con un paio di nuovi personaggi seriale per raccontare una faccia diversa della sua Genova. In questo caso raccontata nell’inverno del 1992 dove, “mentre le celebrazioni per i cinquecento anni dalla scoperta dell’America ridisegnano il fronte del porto, l’omicidio del giovane Luca sconvolge le vite di un gruppo di inseparabili amici, svelando passioni e segreti custoditi da anni. Quando i sospetti ricadono su Teresa, la sognatrice dai capelli rossi che ama i romanzi, il caso sembra ormai chiuso, ma a rovesciare la verità di comodo ci penserà una coppia d’eccezione: Diego Ingravallo, un commissario di polizia dall'ingombrante cognome letterario, e lo psicologo Paolo Luzi, a cui un tragico passato ha conferito il dono - o la maledizione - di riconoscere le bugie di chi mente sapendo di mentire”. 
Cosa succederà è presto detto: “dagli studi di potenti avvocati ai salotti della Genova bene fino ai malinconici quartieri della città operaia, i due investigatori sprofonderanno in un abisso di paure e ossessioni. Tra i caruggi assediati dalla buriana, il grande freddo è quello che invade i cuori fino a incrinare ogni certezza, salvo una: mai sottovalutare le conseguenze dell’amore”.

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