Share |

Un venerdì freddo e nebbioso nella vita di Francesco Petrarca

Dalla mano calda di Marco Santagata una intrigante riproposta, con una lunga nota e “alcuni lievi interventi” al seguito, de Il copista, alias Il salto degli Orlandi. Un racconto lungo che piacevolmente incanta…


11/05/2020

di Valentina Zirpoli


Torna sugli scaffali (ancora una volta, verrebbe da dire, vista una sua “doppia” recente incursione in libreria su Boccaccio) Marco Santagata, scrittore, critico letterario, docente universitario e chi più ne ha più ne metta. Una penna delicata e al tempo stesso intrigante, capace di rendere semplici - cosa decisamente rara fra i professoroni - anche tematiche complesse. E torna riproponendo “con pochi lievi interventi” e una lunga nota - sotto il titolo Il copista. Un venerdì di Francesco Petrarca (Guanda, pagg. 140, euro 16,00) - Il salto degli Orlandi, pubblicato da Sellerio nel 2007 e che a sua volta riprendeva, con sostanziose varianti, il testo della prima edizione, edito nel 2000 sempre dalla casa editrice palermitana.   
Per la cronaca ricordiamo che Il salto degli Orlandi conteneva tre racconti legati ad altrettante rivisitazioni letterarie. Nell’ultima delle quali l’autore raccontava di Francesco Petrarca, della sua inquietante personalità divisa tra il desiderio di una vita raccolta e solitaria, dedita agli studi e alla riflessione, e l’ambizione mondana, la sete di gloria, l’ansia di vivere sempre nuove esperienze. Con il pallino ancora in testa per… l’altra metà del cielo. 
Ovviamente la musica di fondo non cambia - trattandosi di un lavoro riproposto - ne Il copista, che comunque beneficia di alcuni sapienti aggiustamenti. Sta di fatto che in questo racconto lungo o romanzo breve che dir si voglia incontriamo Petrarca mentre si sveglia in mutandoni di lana, in un freddo e nebbioso venerdì - è il 13 ottobre del 1368 -, afflitto da dolori allo stomaco (soffre infatti di ulcera). Acciacchi dovuti all’età per il cantore di Laura - intento a scrivere una canzone destinata a confluire nel libro delle Rime - che lo rendono ancor più accidioso e di cattivo umore. 
Non a caso la composizione cui sta lavorando si trasforma ben presto nella personale e tormentata via crucis di un uomo invecchiato e logorato dalle perdite della sua vita: la morte del figlio Giovanni e del nipotino Francesco, portati via dalla peste (come prima era successo alla stessa Laura), e poi la fuga del giovane copista Giovanni Malpaghini. 
Perdite che lo lasciano sempre più solo nella casa di Padova, con l’unica compagnia della serva Francescona che, “beata lei, non pativa né il caldo né il freddo perché in quella schifosa città c’era nata”. Semmai a tenere banco c’è il suo bilioso carattere, confortato - ma non più di tanto - dai ricordi. A volte dolci, molto più spesso dolorosi. Come nel caso del citato Francesco, chiamato da tutti Franceschino, ma per lui soltanto Ceschino. Quel nipotino che aveva tanto amato e che se n’era andato troppo presto e troppo in fretta. 
E così - nonostante tutto - scrive, compone. E a mano a mano che i versi prendono forma, Petrarca si rivela una persona inquieta e contraddittoria, che ha perduto la fede fino a essere incapace di credere alla sopravvivenza dell’anima. Che si lascia andare ai singhiozzi, anche se in passato non era certo stato facile alle lacrime. Ma ora, con l’età, gli basta “un nonnulla per commuoversi”. 
Che dire: con una narrazione malinconica e a tratti impietosa, Marco Santagata trasforma in romanzo la fantasia di una giornata del poeta, che ritrae - proponendocene un’immagine dai robusti risvolti umani -  mentre compone un’opera da cui “traluce un’immagine di distacco e serenità”. Questo benché risulti - lo ripetiamo - assediato dai ricordi, esasperato da una sensualità malsana, roso da un dolore egocentrico per le perdite dei suoi affetti più cari: “in un contrasto che spiega l’ambiguo che filtra e dona inquieta modernità alla sua opera”. 
Ricordiamo infine la genesi di questo lavoro, ben raccontata nella citata nota dallo stesso autore. Il quale ricorda come, nel caldo mese di luglio del 1999, sulla veranda del residence che lo ospitava in quel di Marettimo (la più bella delle isole Egadi, di fronte a Trapani), gli venne da immaginare come “freddo e nebbioso fosse stato quel venerdì di ottobre in cui Francesco Petrarca - teste una postilla autografa sul codice degli abbozzi - completò la scrittura della canzone Standomi un giorno solo alla finestra”.  Complice quello splendido mare in bonaccia che gli stava di fronte e quella grande chiazza di alghe morte che galleggiava sulle acque (“Un galleggiare tra sogni e ricordi”). 
Ma quale impulso aveva fatto decidere il nostro Santagata a dare voce a questo insolito lavoro nel quale Francesco Petrarca è il protagonista assoluto, ma anche i comprimari (dal figlio Giovanni al copista Malpaghini) sono (quasi) tutti personaggi storici? 
“Onestamente non saprei spiegarlo. Una cosa però avevo ben chiara in mente, e cioè che il racconto avrebbe seguito passo passo il farsi della canzone sotto la penna del suo autore. Di quella canzone - la 323 dei Rerum vulgarium fragmenta, nota come canzone delle visioni - che nel 1992 sulla rivista svizzera Cenobio e tre anni dopo su quella francese Chroniques italiannes avevo pubblicato una lettura. Nella quale, con molta più prudenza rispetto al racconto, sostenevo la tesi che in fase di abbozzo la morte di Laura fosse presentata come definitiva, senza speranza di rinascita, ma che subito dopo Petrarca si fosse pentito e l’avesse trasformata nella morte di una santa cristiana sicura della vita eterna. E da allora la suggestione di un Petrarca anziano, che non credeva alla sopravvivenza dell’anima, mi era rimasta dentro…”.

(riproduzione riservata)