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Un virus chiamato burocrazia

Fa più vittime di qualsiasi altra malattia infettiva, bloccando, davanti a uno sportello, cittadini e aziende per quasi 30 giorni all’anno


04/12/2017

di Damiano Pignalosa


Spesso si puntano i riflettori sull’enorme mole di tasse che sono costretti a pagare i cittadini italiani. Una pressione fiscale che tende ad aumentare sempre di più, non riuscendo a restituire gli sforzi effettuati in beni e servizi utili alla collettività. Un altro aspetto, che poche volte è stato preso in considerazione, è quello relativo ai tempi della burocrazia italiana che fa impazzire i contribuenti e fa perdere moltissimo tempo alle imprese che, pur di rientrare nei canoni imposti dalla legge, sono costrette ad affrontare delle pratiche che utilizzano metodi paragonabili al mesozoico.
Sono ben 238 le ore che ogni anno le nostre aziende devono impiegare per affrontare gli oneri legati a moduli, pratiche e ricorsi. Si tratta di quasi 30 giorni lavorativi passati tra le scartoffie del fisco, con costi e tempistiche di lavoro rubate all’attività quotidiana, e destinate a fronteggiare l’immensa rete di contraddizioni e lentezza offerta dallo stato per potersi destreggiare nei cunicoli tortuosi che portano all’agenzia delle entrate.
Da un’analisi effettuata da Confindustria sul peso degli oneri amministrativi sul fatturato in un confronto internazionale con i principali competitors europei, si può amaramente notare come in Italia (lo studio prende in esame, per l’Italia, Lombardia ed Emilia Romagna) vi sia un lieve aumento delle imprese che dichiarano costi amministrativi che incidono per più del 5% del fatturato. Altrove in Europa, stando al campione preso in esame, questo non accade. Ma, purtroppo, i dati peggiori sono altri. Oggetto di studio sono stati anche i tempi necessari ad un’impresa per aprire uno stabilimento, fattore fondamentale nell’accrescere la competitività economica di un paese ed attrarre investimenti. Bene, anche qui l’Italia primeggia in senso negativo: solo nelle regioni italiane vi sono imprese che hanno dichiarato tempi necessari all’apertura di nuovi stabilimenti maggiori ai 4 anni.
Per quanto riguarda il prelievo fiscale si attesta mediamente intorno al 68,6% degli utili realizzati dall’azienda. Un risultato che non ha eguali tra i principali Paesi Ue. Il costo medio totale della burocrazia che grava su una Pmi, è un importo assurdo: oltre 1.200 euro l’anno per addetto, e sale ad oltre 1.500 euro per una micro azienda con meno di 10 dipendenti. Un vero salasso che tronca di netto le speranze e la voglia di fare impresa nel nostro Paese. La CGIA di Mestre ricorda che l’Unione europea ha definito le Pmi le imprese che occupano meno di 250 persone, il cui fatturato annuo non supera i 50 milioni di euro, oppure il cui bilancio annuo non supera i 43 milioni di euro. Queste aziende (Pmi) sono il vero motore dell’economia continentale: nell’Ue sono circa 23 milioni, e danno lavoro a 75 milioni di persone rappresentando il 99% di tutte le imprese.
In Italia si sa, per lo più la burocrazia è sinonimo di posti inventati dalla politica per ricevere in cambio voti utili a questa o quella elezione. Si è andati avanti per decenni fino a creare questo groviglio di regole e costi che non fanno altro che penalizzare i contribuenti e le imprese che ormai sono esauste di dover fronteggiare questi tipi di problematiche. Se non riparte l’economia, e se non si facilitano le attività di gestione anche delle tassazioni, non si fa altro che mettere un ulteriore freno ad un Paese che è diventato una tartaruga in ogni comparto. Un virus, quello del menefreghismo italiano, che lentamente ci sta uccidendo, nell’eterna lotta tra: “c’è bisogno di fare qualcosa” e “tanto la faranno gli altri”. La sveglia è suonata già da un pezzo, è l’ora di rimboccarsi le maniche e smetterla di parlare a vanvera.

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