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Una Napoli color rosso sangue raccontata al femminile

Con un linguaggio tanto personale quanto accattivante Luigi Romolo Carrino dà voce alla guerra di due fazioni in lotta. Dove il perdono è una merce rara


08/05/2017

di Massimo Mistero


Una scrittura personalissima, dura quanto basta, che cattura e coinvolge; un linguaggio che, in maniera spumeggiante, non lascia nulla al caso; una capacità fuori dal comune nel regalare ventate di novità anche a un contesto segnato dagli abusi; una capacità narrativa che afferra il lettore e lo trascina in un mondo limaccioso e violento; un ritmo che, quasi senza darlo a vedere, non concede tregue. Fermo restando un indiscutibile talento nel tratteggiare personaggi forti quanto credibili, aspri e umani al tempo stesso, che lasciano il segno («La territorialità influisce certamente sulla mia scrittura, ma non è identificativa di un genere»).
In effetti L.R. Carrino (Luigi Romolo all’anagrafe, soltanto Gigio per gli amici), nato a Napoli l’11 aprile 1968 e forte di una laurea in Informatica con specializzazione in Problem Solving e Ingegneria del Software, si propone come una penna di talento che, stando a quanto ha affermato Erri De Luca, «fa risentire alla sua scrittura il callo del dialetto di origine, deflagrando in una mistura fra italiano e lingua napoletana che lascia senza fiato». Insomma, un numero uno, che tale si propone anche a partire dai… ringraziamenti: pochi come lui ne riportano infatti tanti in chiusura del suo romanzo Alcuni avranno il mio perdono (edizioni e|o, collezione Sabot|age diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto, pagg. 216, euro 15,00).
Un lavoro ambientato nella Napoli di oggi, «straziata da una guerra tra due fazioni che dura ormai da otto anni, dove il sangue camorrista si confonde purtroppo con quello degli innocenti». Risultato? Uno spaccato vero e intrigante di una città per certi versi unica, della quale tutti parlano e sparlano, ma che sono in pochi a conoscere davvero a fondo.
Carrino, si diceva, che nel 2006 aveva esordito nella narrativa con due racconti in Men on Men pubblicato da Mondadori, per poi regalarsi tre libri di poesie («In effetti sono nato come facitore di versi»), l’antologia di racconti Istruzioni per un addio (Azimut), il reportage A Neopoli nisciuno è neo (Laterza), alcuni lavori per il teatro («Un modo espressivo che mi è congeniale»), nonché i romanzi Acqua Storta e Pozzoromolo editi da Meridiano Zero, Esercizi sulla madre (Perdisa, selezione Premio Strega), Il Pallonaro (goWare) e La buona legge di Mariasole (edizioni e|o).
Lui che vive fra Napoli e la Capitale, snobbando peraltro Milano («Ci ho vissuto alcuni anni, ma non mi piace»); lui che si lascia intrigare dalla matematica, dalla filosofia e dalla psicologia; lui che nel 2010 ha lasciato un lavoro pagato a peso d’oro per dedicarsi alla scrittura a tempo pieno, fermo restando un impegno freelance come editor («In effetti quello che guadagno oggi in un anno prima lo guadagnavo in un mese»); lui che ha un debole dichiarato per Mariangela Gualtieri (poetessa e scrittrice) e Franco Battiato (cantante), ma anche per tutti i tipi di… formaggio; lui performer e girovago dal carattere cazzaro («Soltanto certe critiche gratuite in campo letterario mi fanno arrabbiare»); lui che ogni tanto si fa vedere in giro con Rita Bonomo (autrice di poesia performativa e di teatro), nel tentativo di restituire la dimensione orale ai versi.
E ancora: lui che ha un feeling con il web («Ma senza eccessi»); lui che ha pochi amici («Forse perché - ironizza - nessuno mi sopporta»); lui che beve litri di caffè e di birra, che fuma come un turco, che va a dormire tardi e si sveglia ancora più tardi; lui che, a dispetto delle sue origini, non è superstizioso («Faccio parte dei napoletani per bene, quelli che hanno poca visibilità e che sono la maggioranza»); lui che, in campo narrativo, ha un debole dichiarato per Elsa Morante, Michele Mari e Daniele Del Giudice; lui che si è lasciato alle spalle un passato da atleta («Mi davo da fare a livello agonistico a tennis, ma me la cavavo anche nel calcio e nella pallavolo») in quanto, ferma restando l’età, il tempo non gli basta più.
Ma veniamo alla trama di Alcuni avranno il mio perdono, dove ritroviamo una vecchia conoscenza, che aveva debuttato per la prima volta, nove anni fa, in Acqua Storta, e poi l’avevamo reincontrata nel 2015 ne La buona legge di Mariasole, mentre mano nella mano con il figlio seguiva il carro funebre che stava accompagnando suo marito Giovanni Farnesini al cimitero di Poggioreale. E in quel contesto, «tra il rumore delle serrande dei negozi chiuse a metà per rispetto e il dolore che la spezzava in due», la donna aveva ripercorso gli eventi che l’avevano portata a doversi confrontare con il cadavere del suo Giovanni, figlio del boss Don Antonio Farnesini, fatto fuori sugli scogli di Mergellina. La sua colpa? Aver violato la legge più importante del giuramento del clan Acqua Storta: «Un camorrista deve sempre ragionare con il cervello, mai con il cuore».
E mentre il padre è in carcere e il suocero latitante, l’equilibrio delle forze interne alla federazione Simonetti-Farnesini risulta minacciato. Spetterà quindi a Mariasole prendere le redini del clan, supportata dall’investitura che le arriva dalla matriarca di Procida, Angela, madre naturale di Don Antonio e donna dai mille segreti. E anche se non era questa la vita che Mariasole aveva scelto per sé e per suo figlio Antonio, non potrà decidere altrimenti.
Così eccola di nuovo in scena, questa figura forte e dura, in Alcuni avranno il mio perdono. Dove assistiamo alla sua ascesa al potere, sino a diventare un punto di riferimento per i vari detentori delle attività criminali della città. «La sua buona legge consiste nel produrre soltanto le morti necessarie, non per questo meno atroci, in un equilibrio che le costa di dover perdonare l’insopportabile». Il tutto portato avanti all’insegna dell’amore: quello materno e anche quello fraterno.
In tale contesto a tenere la scena è Antonio, figlio sedicenne di Mariasole, immaturo quanto basta da infrangere l’equilibrio camorrista faticosamente costruito da mammà. Perché, ambizioso com’è, scalpita per diventare il leader di un gruppo di giovani criminali attivi nel campo della droga senza possederne le capacità. Inoltre, non bastasse, finisce per innamorarsi di Rosa Musso, nipote del camorrista Aldo ucciso, guarda caso, proprio da Mariasole in quanto antagonista scomodo. Insomma, una passione impossibile quella per la figlia dell’altro nemico giurato della madre. Nemmeno a dirlo «la guerra fra le due fazioni continuerà, ma l’amore fra i due ragazzi finirà per mescolare le carte in modo imprevedibile. Così ogni delitto avrà la sua confessione, ogni male verrà scontato, ma solo alcuni verranno perdonati».

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