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Una allegra brigata, una donna bella quanto misteriosa, un morto ammazzato in un pozzo

Ancora una volta ambientata nella finta quiete delle Langhe, Gianni Farinetti dà voce a una storia che graffia e induce alla riflessione su quanto sia sottile il crinale che separa la normalità dalla follia. Una storia che ancora una volta vede in scena un personaggio che, “nel suo piccolo, si propone come un accattivante Maigret di provincia”


23/09/2019

di Mauro Castelli


Se avete amato i romanzi La luna e il falò, La bella estate, La casa in collina o Feria d’agosto di Cesare Pavese, considerato uno dei maggiori intellettuali italiani del Ventesimo secolo nonostante la sua breve vita (si era infatti suicidato a nemmeno 42 anni in una stanza d’albergo in quel di Torino), certamente rientreranno nelle vostre corde - con i dovuti distinguo, ci mancherebbe - anche i lavori firmati da Gianni Farinetti. Vuoi per una analoga ambientazione, vuoi perché la provincia di Cuneo ha dato i natali sia a Pavese (originario di Santo Stefano Belbo) che a Farinetti (nato a Bra il 24 novembre 1953), vuoi per il racconto di un’Alta Langa segnata da luci e ombre, buon cibo e altrettanto buon vino, oltre che da vicende che si rincorrono sul sottile crinale che separa la realtà dalla fantasia, la normalità dalla follia. 
Posizione dalla quale l’interessato, pur lusingato, prende piacevolmente le distanze precisando di “prediligere Giuseppe (Beppe) Fenoglio”, scrittore, traduttore e drammaturgo di peso nato ad Alba e a sua volta vissuto pochissimo (meno di 41 anni). Una penna peraltro portatrice di “una scrittura fantastica che rileggo sempre volentieri”, mentre il merito di Pavese “è stato quello di aver saputo dare voce a brillanti atmosfere”. 
Gianni Farinetti, si diceva, scrittore, copywriter, sceneggiatore, regista (ha firmato alcuni documentari e cortometraggi) nonché fratello maggiore del filosofo Giuseppe, ma nemmeno imparentato alla lontana (“Una bufala che qualcuno si è inventato”) con il più conosciuto Oscar Farinetti, fondatore di Eataly ed ex proprietario della catena di grande distribuzione UniEuro. 
Un uomo estroverso e curioso (“Un caro amico mi ritiene capace di parlare anche con i muri”) il nostro Gianni, seppure segnato da qualche vena di malinconia. Il quale aveva esordito nella narrativa di settore 23 anni fa con il romanzo Un delitto fatto in casa, edito da Marsilio e vincitore di diversi premi, come il Grinzane Cavour opera prima, il Premiére Roman di Chambéry e il Città di Penne. Lui che due anni dopo si sarebbe aggiudicato il Premio Selezione Bancarella con L’isola che brucia, quindi il Premio Via Po con Il segreto tra di noi. A seguire, con Il ballo degli amanti perduti, edito nel 2016, si sarebbe aggiudicato anche il Premio Recalmare Leonardo Sciascia, La Provincia in Giallo di Garlasco e il Nebbia Gialla di Suzzara
Lui che dopo aver frequentato per quattro anni la facoltà di Architettura sotto la Mole aveva lasciato l’università per trasferirsi a Roma, spinto dal suo grande amore per il cinema (“Onestamente furono anni pasticciati, sin quando mi accasai presso alcune  grandi agenzie pubblicitarie”); lui che strada facendo si è ben guardato dal fare sport agonistico, benché ami il nuoto; lui con il pallino incorporato dell’architettura, peraltro “mai praticata”, anche se in realtà “mi sono divertito ad arredare alcune case di amici”. 
Una passione, quest’ultima, che lo ha portato a fondare con un amico una scuola di restauro battezzata “Banca del fare”, un campus per studenti, ma aperto a tutti, che “vede coinvolto anche il Politecnico di Torino e la cui missione è quella del restauro conservativo nella zona delle Langhe. In tale ottica abbiamo da poco iniziato il restauro del castello del paesino di Monesiglio, 621 abitanti in tutto”. 
E ancora: lui che assicura di non poter vivere senza la lettura, ma mai “correndo dietro alle uscite in libreria” lui con un debole dichiarato per i narratori russi (“Li leggo e li rileggo, perché ogni volta è come tornare a casa”), ma anche per i saggi storici nonché per quelli che parlano di arte (e di architettura, ci mancherebbe); lui che, nella narrativa di settore, va matto per Patricia Highsmith, Fruttero & Lucentini, Andrea Camilleri, George Simenon e il suo Maigret (“Nel mio piccolo anch’io credo di aver dato voce a un Maigret di provincia”), mentre ammette di “leggere poco gli autori scandinavi”. 
Lui che da un anno, lasciata Torino, si è accasato a Prunetto, un paesino di appena 428 anime nella Val Bormida di Cortemiglia; lui che ama parlare, ascoltare e guardare la gente, seduto su una panchina del bar del vicino Comune di Monesiglio, per “rubarne” i pettegolezzi e le storie; lui che è stato tradotto nei maggiori Paesi europei; lui che ora torna sugli scaffali per la quattordicesima volta, a tre anni di distanza dall’ultima fatica, con La bella sconosciuta (Marsilio, pagg. 246, euro 17,00), una storia che vede il ritorno in pista di un personaggio che ha lasciato il segno nei lettori, ovvero Sebastiano Guarenti, alle prese con un déjà-vu naturalmente riveduto e corretto. A partire dai coinvolgenti paesaggi estivi delle sue Langhe, patrimonio dell’Unesco, dove si muovono personaggi vecchi e nuovi decisamente ben tratteggiati. 
Ad esempio la bella Angela, una misteriosa trentaseienne dall’aria cittadina e dal profumo intenso che sembra avere molto da nascondere, la quale - per una breve vacanza - si accasa malvolentieri a Le Vignole, la cascina di proprietà di Sebastiano (“Un simpatico gay dal pensiero sottile, al quale piace la convivialità e indagare sui rapporti umani; un protagonista che avevo messo in scena già nel mio primo romanzo, aprendo all’omosessualità attraverso idee più moderne di quelle in essere nel 1996”). Cascina dove abita anche Fabio, un giovanotto sfuggente in cerca di tranquillità, a suo dire, per poter studiare. 
Ma la pace non durerà molto, interrotta come sarà dalla morte di Bruno Chiovero, un uomo brutale e malvisto, che viene trovato morto ammazzato in un pozzo. E poi, a tenere la scena, anche strani furti (si va dai casalinghi a un prezioso zaffiro) in casa della baronessa Maria Luigia Traverso Romigliano... Per non parlare del maresciallo Giuseppe Buonanno, detto Beppe, una accattivante figura che torna a indagare per la terza volta nelle storie di Farinetti e che, questa volta, si trova a investigare su 󈬊 strani individui, sette cani, due gatti e persino una... bicicletta”. 
Sì, perché nella notte di San Lorenzo, quella delle stelle cadenti, ritroviamo una allegra brigata di amici intenta a banchettare e a divertirsi su un prato dove - fra tovaglie bianche, sdraio, lettini, cuscini e mazzolini di fiori - i profumi e gli odori si rincorrono. Un eterogeneo gruppo composto da una variegata umanità: alcuni impiccioni, altri saccenti, altri alla mano, altri ancora intriganti nel loro parlare un italiano intercalato da inflessioni dialettali piemontesi. Insomma, a prima vista l’atmosfera è vacanziera e scanzonata. Sin quando non succede la brutta faccenda del morto nel pozzo. A indagare sarà il comandante della locale stazione dei carabinieri, il quale sospetta subito che non si tratti di un incidente ma di un omicidio bello e buono. 
E sarà lui che - giostrandosi fra i personaggi della saga guidati dall’immancabile Sebastiano, ai quali secondo logica narrativa se ne sono aggiunti alcuni irresistibili - si troverà impegnato a sbrogliare una delicatissima matassa che appare come uno sfuggente gioco di specchi, di bugie, di omissioni. A fronte di una domanda che aleggia su tutte le altre: ma chi è realmente Angela, la bella quanto sconosciuta ospite, assediata morbosamente da tre uomini in competizione fra loro? E anche quando tutti i tasselli del puzzle troveranno il loro ordinato, quanto inatteso posto, il gioco potrebbe ancora rimanere aperto... 
In poche parole: un romanzo supportato da una scrittura visiva (“Ho lavorato molto sui dialoghi cercando l’afflato teatrale”), peraltro di piacevole lettura (“Spero che il mio eccentrico, sofisticato umorismo abbia fatto breccia nei lettori”); un lavoro che si nutre di un ritmo narrativo gestito con mano leggera e al tempo stesso intrigante: ritmo che tuttavia finisce per nutrirsi di quella imprevedibilità che risulta tanto cara a Farinetti e che si dipana sul sottile crinale che divide il bene dal male, il vero dal falso, l’immagine dalla sostanza. 
E questo è quanto. Anzi, no. Ricordiamo infatti che Gianni Farinetti ama scrivere al pomeriggio e di notte (“Mai al mattino, in quanto per me svegliarmi alle 11 è già presto”) e che al momento sta pensando di dare voce “ad altre due storie, molto diverse fra loro”. Ferma restando la conferma di alcuni suoi personaggi, in quanto per il “lettore è come ritrovare degli amici...”.

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