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Una bomba, un duplice omicidio e molte cose che non quadrano

Il debutto da copertina di quel geniaccio di Vincenzo Salemme. A seguire le indagini… cinesi di Andrea Cotti e il mistero di una scomparsa di Rosie Walsh


28/01/2019

di Mauro Castelli


Chi l’avrebbe mai detto che Vincenzo Salemme - attore, commediografo (la Sellerio ha pubblicato i testi delle sue tre commedie più popolari, E fuori nevica!, L’amico del cuore e Premiata pasticceria Bellavista), regista teatrale e cinematografico, sceneggiatore - sarebbe entrato dalla porta principale anche nella narrativa gialla? Una narrativa peraltro non facile da interpretare. Come peraltro stanno a dimostrare i tanti tentativi, spesso andati a vuoto, di far breccia su lettori che non sono più quelli di bocca buona dei tempi andati, ma spesso raffinati intenditori del genere. Per contro questo popolare artista è riuscito a imbastire un lavoro atipico, “appassionato e moderno” al tempo stesso, nel quale l’umanità dei personaggi si propone di difficile collocazione, sempre comunque in bilico fra il Bene e il Male.    
In effetti, ne La bomba di Maradona (Baldini+Castoldi, pagg. 312, euro 18,00), Salemme gioca a rimpiattino - partendo da un titolo che richiama i bòtti di Capodanno, ovvero quella specie di “enorme caramella incartata artigianalmente” che nella nostra storia servirà anche per altri scopi - con una verità in predicato fra bugie e meschinità, a cavallo fra l’essere e il non essere. 
Il tutto tratteggiando personaggi umani e al tempo stesso controversi; giocando a nascondiglio fra i meandri di una vicenda imbastita su due piani temporali; piacevolmente regalando (Camilleri insegna) un sia pure contenuto tocco di napoletanità. Risultato? Un romanzo che corre a cento all’ora, con il piede mai sollevato dall’acceleratore dalla prima all’ultima pagina. 
Salemme, si diceva, che della simpatia ha fatto bandiera; che ironicamente ringrazia il Cielo per aver dato la forza a chissà quante persone di sopportarlo con affetto in questa sua nuova prova; che ha saputo giocare vincente su chissà quanti tavoli, senza dimenticarsi dei difficili inizi, quando Valeria - la donna che aveva conosciuto nel 1976 a Napoli durante un festival dell’Unità e che sarebbe diventata sua moglie - lo sosteneva nei primi passi lavorativi. “Perché senza di lei - tiene a precisare - non avrei certamente intrapreso, non avendo né arte né parte, la carriera dell’attore”. 
Lui che è nato, secondo di quattro fratelli, a Bacoli, in provincia di Napoli, il 24 luglio 1957, figlio di un avvocato e di una insegnante elementare; lui che nel 1976, dopo essersi diplomato al liceo classico Umberto I del capoluogo campano ed essersi iscritto alla facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università Federico II, sarebbe stato scritturato dalla Compagnia Teatrale di Tato Russo, debuttando nella commedia Ballata e morte di un Capitano del popolo; lui che nel 1977 si sarebbe trasferito a Roma, entrando a far parte, grazie all’amico Sergio Solli, della Compagnia di Eduardo De Filippo. Ferma restando una affettuosa precisazione: “In realtà dovevo fare solo la comparsa, ma quell’inarrivabile attore volle che recitassi alcune battute, la qual cosa mi avrebbe consentito di portarmi a casa la paga da attore”. 
Che altro? Il sogno nel cassetto di lavorare con un grande di Hollywood come Jim Carey; il piacere di passeggiare, con un po’ di corsa al seguito, nei parchi romani; l’appagamento di leggere un buon thriller; l’essere riuscito a mettere a tacere l’ansia dopo tre anni di psicoanalisi; la grande soddisfazione legata alla nascita della sua compagnia teatrale (che lo vede peraltro socio al 50 per cento con la moglie), compagnia che aveva debuttato nel teatrino romano dell’Orologio per poi arrivare, strada facendo, sino alle luci della ribalta del Sistina. Senza trascurare le collaborazioni “eclettiche e pazienti” con il cinema di Nanni Moretti, Mario Martone, Giuseppe Tornatore e via dicendo. 
Ma torniamo al dunque, dopo questa doverosa quanto limitata carrellata di storia personale, ovvero al romanzo La bomba di Maradona, un lavoro che si nutre di malinconica ironia (tipica di Salemme) in abbinata a una “sorprendente precisione”. Il tutto supportato dalla finzione, che consente - a detta dell’autore - di raccontare cose che nella realtà risultano di difficile collocazione. Partendo dalla passione napoletana per i fuochi d’artificio, alcuni dei quali hanno segnato l’immaginario degli italiani: come il razzo Taricone, la testata di Zidane, le bombe di Osama Bin Laden e, appunto, quella di Maradona. La stessa che un vecchio sta vendendo a un ragazzo, il quale non manca di chiedergli: È potente sta bomba? Ma la risposta, Dipende… a che te serve?, indispettisce l’interessato che con arroganza  gli ribatte: Nun so' cazze d' 'e vuoste
Poche battute per catapultare il lettore in un mondo fatto di ricatti, di faticosa sopravvivenza, di giovani in bilico fra la buona e la cattiva strada. Anche se la scorciatoia del male - spesso a causa dell’assenza di genitori protettivi - sembra risultare ai più quella vincente, sorretti da capibanda pronti a guidare i giovani verso la delinquenza, se non addirittura sulla strada del delitto. 
Ed è appunto attraverso gli occhi di questo anziano venditore di bòtti che Salemme fa partecipe il lettore del lato oscuro della sua Napoli, una città che - siamo alla fine di marzo del 2008 - si troverà a far di conto con l’omicidio di un magistrato integerrimo, il giudice Peppino Picone, fatto saltare in aria dalla malavita organizzata alla quale aveva dichiarato guerra. Nell’attentato il giudice morirà sul colpo, mentre la moglie Rosa, incinta all’ottavo mese, perderà la vita dopo avere dato alla luce un figlio, chiamato Andrea. 
Del duplice omicidio verrà accusato il boss camorrista Cardella, che non ha mai nascosto il suo astio nei confronti di Picone. Mentre a indagare sarà il magistrato Antonio Reale, un uomo cresciuto accanto al giudice ucciso, per il quale aveva sempre nutrito un profondo rispetto. Ferma restando anche una forte attrazione per la moglie. 
Indagini che si perderanno tuttavia in un mare di supposizioni, in quanto gli inquirenti non risulteranno mai del tutto convinti che la pista giusta porti davvero a Cardello. Possibile, infatti, che uno dei capibanda della camorra abbia potuto utilizzare un ordigno a dir poco rudimentale per far saltare in aria Picone? Morale della favola, non si arriverà a cavare un ragno dal buco. 
A questo punto un salto in avanti di dieci anni da quel tragico evento. E, sempre a Napoli, incontriamo Gualtiero Maggio, “un regista sessantenne che non ha più molto da chiedere a una carriera in cui l’ambizione ha lasciato il posto a una quieta disillusione, incaricato dai vertici della tv di Stato di realizzare una fiction sulla vicenda. Il quale, dopo avere ingaggiato il suo staff di sceneggiatori (il vecchio amico giornalista Cosimo, napoletano doc e idealista vecchia maniera, e la giovane stagista Grazia, carica dell’energia curiosa che solo i ventenni sanno ancora avere), si rende conto che alcuni aspetti della vicenda risultano tutt’altro che chiari”. 
Perché mai, ad esempio, Lardella avrebbe preparato un piano B per uccidere Picone? Inoltre, come mai un altro attentato, peraltro sventato, era stato organizzato per quella stessa mattina? E come mai Rosa, poco prima dello scoppio, aveva cercato disperatamente di aprire la portiera? Chi poteva avere messo la bomba all’interno di una valigetta dalla quale il giudice non si separava mai? Infine: chi è davvero Antonio Reale, amico e collega di Picone nonché padre adottivo di Andrea? 
A complicare le cose ci sarà anche l’arrivo di Gloria, ex grande amore del regista, giunta a Napoli per interpretare il ruolo di Rosa. Sta di fatto che, “in balìa di questi sentimenti contrastanti, Gualtiero si troverà a scavare negli animi di tutti i protagonisti di quel giorno maledetto, rivelandone forze e debolezze, segreti e speranze. Ma quello di Gualtiero - pronto a giocherà a rimpiattino con la verità, a scombinare le carte e a relegare in un angolo l’ipocrisia per raccontare di persone e non di eroi, cercando in altre parole di capire quali sacrifici si possano compiere in none dell’amore - sarà anche un viaggio nel suo passato. Verso una verità nascosta e a lungo ignorata, attraverso una Napoli ambigua e affascinante come coloro che la abitano, fino all'esplosivo doppio colpo di scena finale. Perché, come nelle migliori commedie dell’arte, nulla è come sembra”. 
Che dire: un lavoro che sorprende per la sua profondità; che si legge che è un piacere; che cattura per una inaspettata quanto brillante freschezza narrativa; che maliziosamente lascia una punta d’amaro in bocca (non è forse questo un altro aspetto della vita?). In buona sostanza: ma quanto è bravo questo Salemme…

 

Il secondo suggerimento per gli acquisti è legato alla mano calda del -bolognese Andrea Cotti, nato a San Giovanni in Persiceto il 24 gennaio 1971, dove per cinque anni ha gestito una libreria. Dilettandosi a scrivere poesie (sue sono, ad esempio, le raccolte Per interposta persona, Da quale fuoco e La fede del poco e del meno), allargando la sua attenzione alla narrativa per ragazzi, giocando vincente nella sceneggiatura di fiction televisive (L’ispettore Coliandro, Squadra Antimafia, R.I.S. Roma…), imboccando la strada giusta del noir con Un gioco da ragazze (dal quale è stato tratto un film prodotto da Gabriele Salvatores),romanzo abbinato a L’ora blu, Malanni, Male al cuore e, ora, a Il cinese (Rizzoli, pagg. 524, euro 19,00). Dove il protagonista, ci sia concessa l’irrispettosa definizione, è un specie di ibrido. Nel senso che il vicequestore aggiunto Luca Wu è nato in Italia da genitori cinesi. 
In effetti Luca è il primo poliziotto di origini orientali in forza alla polizia metropolitana, un poliziotto bravo e affidabile alle prese, guarda caso, con la mafia cinese in scena nella Capitale. Un uomo che non si lascia certo abbattere dalla diffidenza razzista che lo circonda. Di fatto un protagonista complesso, lungimirante, tutto cervello e cuore, ma segnato anche dalle contraddizioni. Pronto a proporsi, nelle intenzioni dell’autore (“Il tenente dei carabinieri Dino Cheng è riuscito a farmi capire cosa significa essere un italiano di origine taiwanese che presta servizio nelle nostre forze dell’ordine”), come una “figura epica” nella quale Cotti ha travasato sia la sua passione per la scrittura che quella per la cultura orientale. “E partendo appunto dalla mescolanza di questi ingredienti Luca Wu ha iniziato a scriversi da solo”. 
Inoltre, attraverso la figura anomala di questo vicequestore, Andrea Cotti ha dato forma “ai fantasmi dell’oggi, battendo l’invisibile Via della seta che, dall’Esquilino a Tor Tre Teste, si snoda nella metropoli. Peraltro esplorando il regno dei nuovi padroni venuti dall’Oriente, al tempo in cui il profitto è l’unica cosa che conta e la vita umana non ha più valore”. 
La vicenda prende spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto e si propone come un concentrato di azioni e di indagini investigative portate avanti con competenza nella cornice di una città unica come Roma: bella e intrigante, piena di gente di tutte le razze. Ferma restando l’angolatura cinese, alle prese con affari e segreti difficili da interpretare, se non da uno come Luca Wu, agente scaltro e ben preparato, oltre tutto circondato da abili collaboratori (“Alcuni dei quali realmente operativi”). 
Ma veniamo alla trama. Luca Wu lavora al commissariato di Tor Pignattara, Roma Est, quartiere dagli intrecci multiculturali, crocevia di popoli e di storie. Grande è la confusione sotto il cielo romano, in quanto ne succedono di tutti i colori. E quando in zona due rapinatori ammazzano un commerciante cinese insieme alla sua bambina, gli eventi precipitano. Adesso c’è un grosso guaio nella Chinatown della Capitale e per risolverlo serve uno sbirro proprio come Wu. 
“Figlio ribelle e marito infedele, esperto di kung fu e seduttore incallito, il vicequestore inizia a indagare nell’universo parallelo di una comunità tanto radicata quanto impenetrabile, misurandosi con i dubbi sulla propria appartenenza. E incuneandosi tra laboratori clandestini e banche segrete, inconfessabili connivenze e diaboliche speculazioni, finirà per scontrarsi con il potere delle famigerate Triadi e con il progetto di morte di un’oscura mente omicida”. 
In sintesi: un lavoro, frutto di quattro anni fra ricerca e scrittura, ricco di personaggi ben costruiti e di eventi altrettanto ben concatenati; una storia segnata da un convincente ritmo narrativo, ma anche da una robusta attenzione per i dettagli nonché da una ben studiata suspense. Insomma, un canovaccio che intriga, emoziona e che, viste le doti di sceneggiatore di Cotti, sembra scritto per lo schermo, piccolo o grande che sia poco importa.

 

Un invito all’acquisto, e ovviamente alla lettura, vale anche per Sette giorni perfetti (Longanesi, pagg. 388, euro 16,90, traduzione di Alba Bariffi), un romanzo firmato dall’esordiente Rosie Walsh (in realtà sotto pseudonimo avrebbe già dato alle stampe altri quattro libri per così dire meno impegnativi) e incentrato su una storia, imbastita sui sentimenti, che si sviluppa, fra imprevedibili colpi di scena, nell’arco di una settimana. Nel corso della quale i due protagonisti, Sarah ed Eddie, si incontrano per caso, si piacciono da morire, si innamorano, si dicono quasi tutto. Tutto tranne la verità. 
Per la cronaca questa fascinosa autrice inglese - cresciuta nel Gloucestereshire - oggi vive a Bristol, in Inghilterra, con il compagno George e il loro “piccolo, simpatico ometto”. Lei che non ha mancato di viaggiare per il mondo per dare voce e produrre documentari (un lavoro al momento accantonato); lei che tiene a ricordare di aver suonato il violino in una orchestra; lei che ama fare yoga e ballare, fermo restando un debole dichiarato per il teatro, la cucina, i cani e una doverosa attenzione per il volontariato. Lei che con Sette giorni perfetti è balzata in testa alle classifiche di vendita del New York Times, a fronte di diritti venduti in diversi Paesi. 
Ma che dire di questo romanzo? Intanto va subito precisato che non si tratta di un racconto rosa, tutt’altro. Certo, il corollario dei sentimenti la fa da padrone, ma le connotazioni misteriose e inaspettate non mancano di farsi sentire. Peraltro trattate con indubbia abilità. Semmai è una storia di rinascita, di seconde possibilità, che affonda le radici nel passato; una storia segnata dal dolore, altro protagonista della ben congegnata trama. Peraltro difficile da decifrare se non attraverso sfuggenti annotazioni. Ferma restando l’entrata in scena, in questo thriller, della componente psicologica, rappresentata dalla… iperconnessione digitale. 
A tenere banco, in un caldo pomeriggio di giugno, sono due strani personaggi, Sarah ed Eddie, appunto. Lei è una trentasettenne in carriera, reduce da un divorzio consensuale, felice della vita che è riuscita a costruirsi dopo “quel giorno” di diciannove anni prima, quando era successo qualcosa che le avrebbe cambiato la vita. Del quale l’interessata, che si racconta in prima persona, ne parla sin dalle prime battute. Da allora ha però stretto nuove amicizie e si è trasferita a Los Angeles, anche se ogni anno ama tornare in Inghilterra per far visita ai genitori, oltre che “per ricordare” in solitudine. All’insegna di una tristezza che affonda le sue radici nel passato, mischiandosi all’incertezza per il futuro. 
Lui, invece, è un affascinante, oltre che rassicurante, quarantenne alle prese con una… pecora scappata dal recinto. Davvero uno strano binomio. Sta di fatto che lei non manca di dargli una mano a far tornare la fuggitiva nell’ovile. Poteva il nostro non cercare di conoscerla meglio? Sta di fatto che quell’incontro anomalo si porterà dietro un inaspettato feeling, che si tradurrà in men che non si dica in una settimana di intrigante passione. Con Sarah innamorata persa, alla stregua di una collegiale. Così quando Eddie, dopo la citata settimana insieme, parte per un viaggio programmato da tempo in Spagna, Sarah non ha dubbi: il suo lui, come promesso, la contatterà dall’aeroporto. E invece nulla. Così come non la chiamerà anche nei giorni successivi. 
Incredula, continuerà a fissare lo schermo del cellulare, senza riscontri ai suoi lunghi sms. Allo stesso tempo non mancherà di verificare eventuali accessi sui social di Eddie. Chiedendosi se lui l’abbia semplicemente scaricata o se invece gli sia successo qualcosa di grave. “In seguito, mentre tutti gli amici la consiglieranno di dimenticarlo, Sarah si convincerà che ci sia qualcosa di grave dietro quel muro di silenzio. Fino al giorno in cui, inaspettatamente, scoprirà di aver avuto sempre ragione”. C’è infatti un motivo che si rapporta con le mancate risposte: un segreto doloroso quanto straniante. L’unica cosa che non si erano detti in quei sette giorni di passione....

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