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Una calda estate per il commissario Boccadoro e due indagini per l’investigatore privato Alessandro Pinna

In altrettanti noir di gradevole lettura Armando D’Amaro e Marvin Menini, in forza alla scuderia Frilli, regalano ai lettori storie che hanno un loro perché: la prima ambienta nella Genova del 1940, le altre in quella dei giorni nostri 


06/07/2020

di CATONE ASSORI


Subito una penna storica della Fratelli Frilli, quella di Armando D’Amaro, che per i tipi della casa editrice genovese aveva debuttato nel 2007 con Delitto ai Parchi, seguito a ruota da La controbanda (riproposto nel 2016 in Italia Noir per Repubblica-l’Espresso), La farfalla dalle ali rosse, Liberaci dal male (scritto a quattro mani con il criminologo Marco Lagazzi), Il testamento della signora Gaetani, La mesata, Nero Dominante, Boccadoro e il cappotto rosso, Il maresciallo Corradi e l’evaso. Autore di diversi racconti, D’Amaro ha dato voce anche al monologo Atlassib, rappresentato con successo a teatro, nonché a numerosi testi scritti per artisti (tradotti anche in inglese e russo), oltre ad aver curato - strada facendo - cinque antologie (Incantevoli stronze; Donne, storie al femminile; Una finestra sul noir; 44 gatti in noir; Tutti i sapori del Noir). 
E ora eccolo di nuovo sugli scaffali, sempre per i tipi della casa genovese, con il tascabile Boccadoro e la calda estate. Genova, 1940 (pagg. 206, euro 12,90). Si tratta del terzo romanzo della serie ambientata ai tempi del fascismo, dove l’autore - come da condivisibili note editoriali - ha ricostruito in maniera storicamente convincente una Genova in parte scomparsa, oltre a riscoprire personaggi datati che interagiscono verosimilmente con quelli inventati dall’autore. Dando voce sia alle speranze che alle paure e alle ideologie allora imperanti. Regalando al lettore pagine condite di dolore e di morte, ma stemperate dai dolci momenti privati che l’umanissimo commissario Boccadoro (il quale si racconta in prima persona) cerca di donare a sua moglie Elena (che incontriamo mentre si agghinda in quanto vuole fare una bella figura con suo cugino in arrivo da Finale Ligure) e ai figli Giulia, Irma e Umberto, a tratti veri dominatori della scena. 
Come da titolo e come da note introduttive, la storia è ambientata a Genova. È il 9 giugno 1940 e la città risulta attanagliata da un caldo soffocante, ma anche dal timore per l’entrata dell’Italia nel conflitto che sta già lacerando i Paesi vicini. In tale contesto il nostro commissario viene incaricato di indagare sullo strano caso di una falsa banconota da cinquecento lire, lasciata in una cassetta delle elemosine nella chiesa di Santa Maria delle Vigne e spacciata da don Giorgio (alias Georges Bionaz, che si mangia un sacco di parole prima di pronunciare il fatidico ite missa est per congedare i fedeli), sacerdote peraltro orfano della sua Valle d’Aosta. Un niente, all’apparenza, anche se un niente ricco di pericolose conseguenze. 
Le indagini portano presto a individuare chi ha realizzato il cliché, un noto falsario che però è già morto da diversi anni. Inoltre il caso si complica quando una coppia rimane vittima di un feroce agguato davanti al ristorante San Pietro, alla Foce. Con un mistero che si aggiunge al mistero: chi è la donna rimasta gravemente ferita? Quale piano si sta ordendo nell’ombra e quale ruolo hanno i biglietti falsi che continuano a venire messi in circolazione? 
Mentre Mussolini entra in guerra e i primi bombardamenti colpiscono Genova e Savona, Boccadoro si trova a combattere su due fronti: convincere sua moglie a scappare con i figli a Calice Ligure e, soprattutto, rincorrere un’ombra che sembra essere tornata dal passato. Mentre sul finale incombe la sagoma possente del transatlantico Conte Rosso, che giungerà in Porto per imbarcare... 
In sintesi: un canovaccio reso credibile dall’autore anche attraverso puntualizzazioni (a margine) sul contesto politico e sulle vicende che si andavano dipanando, in quel periodo, a livello nazionale. Tirando in ballo fatti e misfatti, figure di primo piano, il ruolo della comunità ebraica e il prezzo che finirà per pagare, il comportamento del Regio Esercito alle prese con il rafforzamento delle difese esistenti attraverso la realizzazione delle batterie di Monte Moro, Arenzano e Portofino, ma annotando anche il ruolo dei lavoratori portuali del carbone e via dicendo. Quasi una piccola enciclopedia per chiarire al lettore, senza tediarlo più di tanto, certe anomalie e far luce su non sempre chiari contesti. Non per questo nuocendo al filo conduttore della storia, impregnata di una buona dose di mistero e di gratificante tensione. 


A seguire un gradito ritorno, quello di Marvin Menini, che avevamo imparato a conoscere in Poker con la morte, un noir incentrato sul giornalista Matteo De Foresta, sicuramente un personaggio azzeccato e quindi di un certo spessore (“Volevo che rispecchiasse pregi e difetti della mia generazione. Ma anche le nostre debolezze, le nostre contraddizioni, la nostra ironica capacità di uscire dalle avversità con un sorriso”). Un protagonista che avrebbe tenuto la scena anche ne I morti non parlano, I Delitti dei Caruggi e Nel cuore del centro storico, con un venduto complessivo superiore alle diecimila copie, che in Italia non sono certo quisquiglie. Basti ricordare che degli oltre cinquantamila lavori pubblicati ogni anno, soltanto duemila - da non credere - riescono a superare le 200 copie realmente commercializzate. 
Marvin Menini, si diceva, specialista in Ortopedia e chirurgia della mano (svolge il suo lavoro presso un importante ospedale attivo sotto la Lanterna), nato a Genova il 18 febbraio 1971 e con lunghi trascorsi nella pallanuoto giocata. Lui appassionato di cucina con risultati a suo dire apprezzabili, per non parlare del suo debole dichiarato - oltre che per la letteratura noir - per il poker e per la musica (“Capace di trasmettermi emozioni e immagini, ma anche filo conduttore dell’elaborazione e della costruzione delle mie storie”). 
Il quale Menini ha dato ora alle stampe, sempre per i tipi della Fratelli Frilli, Due delitti. Due indagini per Alessandro Pinna (pagg. 248, euro 14,90), dove a tenere la scena è un nuovo protagonista (“Ma De Foresta l’ho messo soltanto momentaneamente in panchina perché è sempre nel mio cuore”). Si chiama Alessandro Pinna ed è un investigatore privato di cinquant’anni, capelli corti e bianchissimi, che vive e lavora a Genova. Un tipo per certi versi fuori dalle righe, un gran nuotatore (attività che gli consente di allontanare i soliti pensieri e le tensioni della giornata) che ama la musica classica, le citazioni in latino (non a caso il suo gatto lo ha chiamato Catullo) e che si occupa, come ama minimizzare, solo di corna e di eredità: almeno sino a quando accetta l’incarico di far luce sulla misteriosa morte di un diciottenne a Boccadasse. 
Un fattaccio con un interrogativo al seguito: si tratta di un semplice incidente oppure di un omicidio? Per Pinna non fa differenza, in quanto nella sua vita ne ha già viste di tutti i colori: in effetti sino ad alcuni prima si proponeva nel ruolo di alto ufficiale dei Carabinieri. Abituato quindi a indagini complesse e delicate. Ma perché questo radicale cambio di vita? Che cosa gli era successo per fargli cambiare vita? 
Lo scopriremo nella seconda storia del romanzo ambientata nel passato: quando lui, ancora militare, si era trovato a occuparsi dell’omicidio di un prete nella sua parrocchia al Cep, sulle alture di Voltri. Due indagini che, ci mancherebbe, si intersecano sia con il suo doloroso presente che con il suo difficile passato. 
A tenere la scena, come controparte femminile, è il medico legale Luciana Verdi (altro personaggio ben caratterizzato), così come un ruolo di primo piano tengono banco le scelte che hanno segnato in modo indelebile la vita di Pinna. Il tutto a fronte di due storie (senza titolo) che graffiano e intrigano, che si nutrono di tensioni psicologiche e di indizi contrastanti, che soprattutto si leggono con piacere, condite come sono di una ruspante quanto bonaria quotidianità.

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