Share |

Una casa degli spettri, dove anche i sogni si trasformano in incubi

È da incorniciare - parola di Stephen King - la prima volta di Shaun Hamill. A seguire il Colter Shaw di Jeffery Daver e il detective involontario di Fabio Stassi


23/11/2020

di MAURO CASTELLI


Un biglietto di presentazione, per un esordiente, che rappresenta una specie di consacrazione internazionale. A firmarlo (“Ho adorato questo libro e penso lo farete anche voi”) un certo… Stephen King, a fronte di un horror di stampo classico capace di sposare una intrigante storia di formazione. Ovvero La casa degli incubi (Sperling & Kupfer, pagg. 350, euro 17,90, traduzione di Christian Pastore), un romanzo scritto dall’americano Shaun Hamill, laureato in Letteratura inglese con un master in Scrittura creativa al seguito. Un lavoro peraltro giocato sui tasti vincenti della narrativa di settore: spettri, ossessioni, mostri, creature in bilico, incubi, gesti estremi, comportamenti devianti. Insomma, una ricetta ricca cucinata peraltro anche per il lettore più esigente. 
Di fatto un frutto maturo (tanto da non sembrare una prima volta) che l’autore ha desiderato condividere con diverse persone, in quanto “nessuno diventa da solo uno scrittore”. Sottolineando l’aiuto che, strada facendo, gli è arrivato da insegnanti, professionisti, parenti, amici e familiari. A partire dalla sua “talentuosa e tenace moglie Rebekah” che aveva conosciuto mentre lavorava alla cassa della libreria Barnes & Noble di Arlington, in Texas, dove è cresciuto. Lei che ha sostenuto il suo progetto creativo “pur dovendo affrontare un’embolia polmonare e l’estenuante procedura di diagnosi di una malattia autoimmune” e con la quale vive nei “tenebrosi boschi dell’Alabama” in compagnia dei suoi suoceri e di un cane. 
Ferma restando un’altra precisazione: “Sono state le favole inventate per me da mio padre Rick a spingermi a scrivere, mentre mia madre Patrice mi ha insegnato a prestare attenzione ai personaggi e alla struttura narrativa”. Risultato? Una storia reale e irreale, intensa e al tempo stesso brutale, con una morale al seguito: dagli errori ci si può riscattare, anche se ci sarà ovviamente un prezzo da pagare. 
Una storia che si regge sulla narrazione di un personaggio, Noah Turner, che vive in una specie di oblio condito di segreti e di bugie. Anche se prima o poi dovrà fare i conti con la realtà. D’altra parte lo stesso titolo di questo libro, La casa degli incubi appunto, lascia intendere il gioco malsano del terrore che serpeggia nel quotidiano della famiglia del protagonista, segnata da dolorosi avvenimenti oltre che da una presenza “strisciante quanto benvoluta”. 
Il tutto a fronte di una amara considerazione: “Una volta papà mi ha detto che tutte le storie d’orrore hanno un lieto fine, ma aveva torto. Di finali lieti non ne esistono. Al massimo ci sono solo delle buone aree di sosta”. Il tutto impregnato di una paura angosciante, di un senso incombente dell’ossessione e della perdita, ma anche di colpi di scena da non prendere sottogamba. 
Come si sarà capito si tratta di una storia familiare segnata da tragedie e malattie mentali, raccontata da Noah Turner, il giovane che vede i mostri, oltre che uno dei figli della coppia che arriviamo a conoscere ancora prima della sua entrata in scena. Ovvero sin da quando Harry, il padre, era un semplice ragazzo che si prendeva cura di una madre malata e Margaret, la madre, era una ragazza pronta ad andare all’università, ma anche disposta a sposare un giovane benestante solo per far piacere ai genitori. Salvo poi cambiare idea e lasciarsi impalmare dallo squattrinato e sognatore Harry, oltre che amante della narrativa horror. 
Dal quale Harry avrà la vulnerabile Sydney (che non ammette di vedere altro che il bagliore accattivante dei riflettori del teatro, almeno sino a quando non ne sarà inghiottita sparendo nel nulla), poi Eunice (brillante ma goffa, logorata da una voce interiore che ogni giorno le ricorda la propria inadeguatezza e diversità e che, pur di non lasciarla vincere, compirà un gesto estremo) e infine Noah, che vede appunto i mostri. Ma, a differenza degli altri membri della famiglia, Noah sceglie di… lasciarli entrare. Una decisione non priva di conseguenze, che comporterà un grande quanto definitivo sacrificio. 
Riassumendo: i Turner non se la sono mai passata bene, almeno fino a quando ad Harry non viene la brillante idea di creare il Wandering Dark, una casa stregata, che in poco tempo diventa un interessante business per la famiglia. Sua madre Margaret, da donna pragmatica qual è, si rifiuta però di crederci, ai mostri, decisa a evitare che i figli finiscano in pezzi. Sidney finisce tuttavia preda dalle sue passioni, mentre Eunice è logorata da una voce interiore che ogni giorno le ricorda la propria inadeguatezza e diversità, tanto che alla fine si lascerà trascinare in un gesto estremo. Mentre Harry è quello che è, a sua volta un po’ fuori dio testa. Insomma, una famiglia strana, destinata, sia pure piano piano, al suo sgretolamento. 
Il giudizio? Una storia di non facilissima assimilazione, in ogni caso ben giocata sul crinale stretto che separa la normalità dal baratro. Una storia che si nutre di personaggi ben tratteggiati, fuori dalle righe, certamente intriganti e capaci di indurre il lettore alla riflessione nel momento stesso in cui i sogni, ma sarebbe meglio dire gli incubi, si trasformano in realtà. 


Il secondo suggerimento di lettura risulta legato a due nuove indagini imbastite da Jeffery Deaver sulla riuscita figura del cacciatore di ricompense e tracker (localizzatore) Colter Shaw. Il solitario personaggio - che aveva debuttato ne Il gioco del mai (arrivato sui nostri scaffali lo scorso anno) per poi tenere banco nel recentissimo Gli eletti - che si muove da una parte all’altra degli Stati Uniti per indagare e avere… risposte. 
Jeffery Deaver, si diceva, quel geniaccio della narrativa di settore che si era imposto a livello mondiale con Il collezionista di ossa, il capolavoro interpretato dal criminologo tetraplegico Lincoln Rhyme e dalla sua bella collega Amelia Sachs, una coppia che sarebbe entrata di prepotenza nell’immaginario collettivo grazie alla versione cinematografica interpretata da Denzel Washington e Angelina Jolie. 
Lui che strada facendo ha inanellato una lunga serie di successi, che vanno - oltre ai 16 imbastiti sulla figura di Rhyme, ci mancherebbe - dalla trilogia della giovane regista Rune al ciclo dedicato al cacciatore di location John Pellam e a quello di Kathryn Dance, per non parlare di altri undici lavori di variegata estrazione e alcune antologie. Non bastasse, Deaver ha anche raccolto il testimone di Sebastian Faulks entrando a far parte, con Carta Bianca, della schiera degli autori capaci di dare voce alle avventure di James Bond, l’agente 007 creato da Ian Fleming. 
Deaver, un autore che ama l’Italia (e il suo cibo, a partire dalla torta di riso, oltre ad apprezzare il commissario Montalbano di Camilleri) tanto da aver scelto il lago di Como come ambientazione di Promesse e Napoli per Il valzer dell’impiccato. Lui che ora torna sui nostri scaffali con un gioiellino di appena 126 pagine pubblicato dalla Rizzoli e intitolato Verità imperfette (euro 15,00, traduzione di Sandro Ristori). 
Un lavoro composto da due storie (Scomparsa e Il secondo ostaggio) che si propongono rispettivamente come il prequel e il racconto intermedio dei due citati romanzi e che si rifà a due sfide “insospettabilmente complesse per la mente inquieta di Colter, che dovrà ricorrere a tutte le sue risorse per setacciare il terreno d’indagine alla ricerca di una conclusione. Tra frammenti di verità imperfette, dove nulla è quello che appare”. 
Detto questo briciole di trama. “La scienza investigativa a volte non basta. Anche al più esperto dei detective è capitato quel caso in cui ogni certezza si sgretola, le ipotesi si dissolvono. Per fortuna, però, ci sono uomini come Colter Shaw, che si ritrova impegolato, quando gli eventi stanno per precipitare, in missioni che parrebbero disperate, se non impossibili. Risolvendole, ovviamente”. 
Di fatto - come buona parte de personaggi usciti dalla penna di questo genio narrativo del male - Colte non segue le regole, ma ha un prezioso decalogo ereditato dal padre che comprende la valutazione delle probabilità, i calcoli basati sulle percentuali e un largo uso delle tecniche di sopravvivenza. 
Sta di fatto che questa volta lo troviamo in azione a Chicago, sulle tracce di una pittrice svanita nel nulla dopo un weekend lontano dal marito, per poi traslocare in Kansas, al fianco della polizia, a contrattare con un folle per la vita di un ostaggio. Scommettiamo che, in un caso e nell’altro, troverà la giusta soluzione? 
Per la cronaca, repetita iuvant, Jeffery Deaver è nato a Glen Ellyn, nei pressi di Chicago, il 6 maggio 1950 (suo padre era un modesto copywriter di annunci pubblicitari). Lui che giovanissimo aveva iniziato a collaborare con alcune testate minori prima di iscriversi alla prestigiosa Fordham University di New York, per poi guadagnarsi i galloni di corrispondente di grandi quotidiani come il New York Times e il Wall Street Journal.  Il tutto a fronte di un debutto tardivo sugli scaffali, spinto da un vecchio amore per i polizieschi, che si rifà alla pubblicazione nel 1988 di Nero a Manhattan. A quel punto sarebbe stato un susseguirsi di colpi vincenti.


L’ultimo suggerimento per una lettura intelligente è legato alla penna del romano Fabio Stassi, tornato sugli scaffali con Uccido chi voglio (Sellerio, pagg. 294, euro 14,00), un titolo che graffia e già di per sé induce alla riflessione su certe devianze mentali. A fronte di una nuova avventura a tinte più nere che mai per il biblioterapeuta Vince Corso (un mestiere incerto che si è inventato lui per sbarcare il lunario), a fronte di un enigma che lo porta a smarrirsi tra ombre inquietanti e a interrogarsi sul potere minaccioso e salvifico delle parole.
A fare partecipe il lettore del perché e del percome di questo romanzo è lo stesso autore nella seconda di copertina. State a sentire: Questa storia è nata in un carcere. Un detenuto albanese mi rivelò, in un incontro, il vero significato dell’antico soprannome della mia famiglia, Vrascadù. Avevo sempre creduto che volesse dire Braccia Cadute e fosse una contrazione del siciliano. Si trattava invece di una frase arbëreshë; il ragazzo mi consegnò la traduzione su una pagina strappata che ho portato con me per anni: Uccido chi voglio. È il titolo di questo romanzo, e il motivo per cui comincia con un altro biglietto spedito da Regina Coeli. 
A scrivere a Vince Corso, che di mestiere cura la gente suggerendo libri da leggere, è un ergastolano di nome Queequeg. Inizia così una settimana difficile, nella quale Corso si troverà a un metro dalla follia e nel bel mezzo di un’indagine, ma da inquisitore a inquisito, come se oltre alla realtà anche l’alfabeto si fosse capovolto ed esistesse per davvero una Porta Magica tra i libri e la vita. 
Smarrito per Roma, Vince Corso si addestra a perdersi, non a ritrovarsi. La sua è la testimonianza di un detective involontario che non riesce più a leggere il mondo che lo circonda. Un rapporto sulle ombre, e sul potere minaccioso e salvifico delle parole. Una lunga lettera al padre, dopo tante cartoline.

A questo punto entriamo con maggior respiro in questa storia, che parte non da un prologo ma da un epilogo datato 16 dicembre 1959 (“La marionetta inerme e senza scarpe, intenta a fissare inutilmente la parete che aveva fatto ridipingere da poco, era suo figlio. Aveva due buchi al posto degli occhi, e una matita spezzata tra le mani sporche di sangue”). Salvo poi segnalare che qualcuno si è intrufolato in casa del nostro insegnante precario, appunto Vince Corso, distruggendogli vinili, libri e avvelenando il cane Django. 
Di fatto, dietro questa incursione, c’è la mano di qualcuno che vuole incastrarlo per una serie di omicidi avvenuti nel quartiere Esquilino. Delitti che peraltro si rapportano con una serie di rimandi letterari, simboli e citazioni. Insomma, un giallo nel giallo. E anche i capitoli, che curiosamente si dipanano alla rovescia, vale a dire dalla z alla a, finiscono per disorientare il lettore in termini di fatti, di vicende e di tempi. 
Appuntamenti di morte, si diceva, in una città decadente, multietnica, rassegnata, dove i veri protagonisti sono i libri. Quelli che Vince consiglia per curare - da dilettante qual è - i malanni dell’esistenza, e a loro ha affidato un ruolo per così dire di famiglia, a fronte di una vita piena di solitudini e di abbandoni. Ma allora come si propone, nella realtà, il sentiero tracciato dalle parole scritte? 
Detto questo ricordiamo che Fabio Stassi, di origini siciliane, è nato a Roma il 2 maggio 1962, città dove lavora presso la Biblioteca di Studi Orientali della Sapienza pur vivendo a Viterbo. E è appunto viaggiando in treno fra Viterbo, Orte e la Capitale che ha scritto buona parte dei suoi libri. A partire da Fumisteria (vincitore del Premio Vittorini opera prima) pubblicato dalla Ggm nel 2006 per poi essere ripreso dalla Sellerio nove anni dopo. Un lavoro ambientato nella Sicilia degli anni Cinquanta con la strage di Portella della Ginestra sullo sfondo. 
L’anno successivo sarebbe tornato sugli scaffali con la favola picaresca È finito il nostro carnevale, ristampato nel 2012 e tradotto in tedesco. Mentre nel 2008 sarebbe stata la volta de La rivincita di Capablanca (Premio Palmi 2009, Premio Coni per la narrativa sportiva), seguito dai duecento ritratti di protagonisti e comprimari dei migliori romanzi italiani e stranieri del secondo Novecento protagonisti del libro Holden, Lolita, Zivago e gli altri. Piccola enciclopedia dei personaggi letterari (1946-1999)
Che altro? Nell’autunno 2012 sarebbe uscito per Sellerio L’ultimo ballo di Charlot, un romanzo che, ancora prima di essere pubblicato, si era proposto come un caso editoriale al Salone del Libro di Francoforte, per poi essere tradotto in 19 Paesi e fare incetta di riconoscimenti: Selezione Campiello, Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave e Premio Alassio Centolibri. 
Sempre per i tipi della casa palermitana Stassi - che ha collaborato con diversi quotidiani e riviste, oltre a scrivere testi per la cantante e compositrice romana Pila, con la quale ha vinto diversi premi - ha firmato Come un respiro interrotto, La lettrice scomparsaAngelica e le comete, Ogni coincidenza ha un’anima. Oltre a farsi carico dell’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno e Crescere con i libri. Rimedi letterari per mantenere i bambini sani, saggi e felici.

(riproduzione riservata)