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Una commedia nera degli equivoci in quel di Bologna. Il “regista”? L’eclettico emiliano Paolo Nori

Dotato di una scrittura personale quanto fuori dalle righe, questo autore si addentra in punta di piedi nel campo della narrativa gialla. Giocando sui fatti, sulle parole e sui personaggi in maniera garbata quanto divertente. Inventandosi ad esempio un giornale sportivo che, guarda caso, esce soltanto quando la Juventus perde…


13/07/2020

di Mauro Castelli


Un funambolo della parola (“Strada facendo ho provato a lavorare sulla sintassi…”) e della punteggiatura (“Cerco di usarla e non di essere usato”); uno stile inconfondibile e per certi versi unico; una scrittura parlata, che attinge cioè dalla quotidianità (emiliana, se proprio vogliamo) e rende partecipe il lettore delle sue variegate sensazioni. Ferma restando la capacità di tratteggiare personaggi che, pur nella loro apparente semplicità, lasciano il segno. 
Che altro? La voglia incorporata di voltare pagina in continuazione. Ad esempio nell’autunno 1988, già adulto, si era messo a studiare Lingua e letteratura russa, laureandosi “in ritardo di una stagione” in quel di Parma, perché, “come intermezzo”, aveva trascorso un paio d’anni nell’allora Unione Sovietica e poi aveva battagliato con una impegnativa tesi sulle teorie linguistiche di Velimir Chlebnikov. “Ed ero a Mosca quando, per via della rivoluzione, nemmeno si trovava la carta igienica”. 
Complice di questa passione rossa, come ci racconta, nonno Gaspare, “un muratore anarco-comunista con la terza elementare che, quando io avevo tredici o quattordici anni, mi aveva insegnato ad amare i suoi autori preferiti, a partire da Delitto e Castigo di Fëdor Dostoevskij”. 
Di chi stiamo parlando? Di Paolo Nori, una persona modesta (“Non mi ritengo del tutto bravo e vorrei poter fare di più”), riservata (“Per la verità non so se lo sono o meno - ironizza - ma immagino di sì. A dirlo potrebbero essere i miei libri conditi di spunti autobiografici”), che ama da matti la scrittura (“Strada facendo, per me, è diventata un mestiere”), che si rapporta, tanto per fare chiarezza sulle tante inesattezze circolate, con due gravi incidenti. 
“Il primo risulta datato 1999, quando al volante della mia due cavalli Citroën mancai uno stop e una macchina mi centrò il serbatoio che andò in fiamme. La vettura prese fuoco e a salvarmi, visto che c’ero rimasto incastrato dentro, fu un giovane egiziano che rimase a sua volta parzialmente ustionato. A me ovviamente andò peggio, con il 30 per cento del corpo bruciacchiato, due mesi d’ospedale e nove operazioni di… restauro. Ma me la cavai”. 
Il secondo incidente risulta invece datato 2013. “Mi trovavo a un chilometro da casa e stavo attraversando la strada quando un ragazzo che consegnava le pizze mi investì col suo motorino. Risultato? Un grave trauma cranico, tanto che qualcuno mi aveva già dato per morto. Fortuna volle che invece riuscissi a cavarmela anche in quel caso…”. 
Un fiume in piena, Paolo Nori, una volta che gli hai preso le misure. Lui scrittore, traduttore, blogger e giornalista di fatto (“Non sono iscritto all’Ordine per scelta, ma collaboro regolarmente con La Verità, il Venerdì di Repubblica e Il Foglio, mentre con Il manifesto i rapporti si sono interrotti per divergenze in merito a considerazioni politiche sulla figura dell’intellettuale). Lui oltre tutto capace di rinnovarsi, di voltare pagina a ogni romanzo (ne ha pubblicati, se non andiamo errati, quarantaquattro con l’aggiunta di una antologia). 
Voltare pagina, si diceva. Come peraltro succede in Che dispiacere. Una indagine su Bernardo Barigazzi (Salani, pagg. 248, euro 16,00), un lavoro fresco di stampa che a detta dell’editore rappresenta “la sua prima esperienza in giallo, dove per la prima volta passa dal racconto in prima persona a quello in terza, orchestrando una sinfonia di voci e personaggi nello stile inconfondibile, quegli stessi che i suoi tanti lettori hanno imparato a conoscere e ad amare”. Un lavoro definito da Carlo Lucarelli “bellissimo”. Per poi sottolineare: “Fin dall’inizio mi ha preso con una magia divertente e sincera che non mi ha più lasciato”. Mentre Sandrone Dazieri di rimando: “Nori è riuscito a trasformare il giallo poliziesco in una commedia umana. In un mondo così vero che è impossibile non riconoscersi”. 
In realtà c’era già stato un mezzo precedente: La banda del formaggio pubblicato nel 2013. Si trattava, in quel caso, di una storia un po’ gialla, ma soltanto un po’, anche se c’era un morto, c’era un’indagine, c’era una banda di ladri di parmigiano e c’erano persino delle lettere anonime. Una storia dove tutto succedeva in poco più di tre settimane. A fronte di una vicenda dalla robusta forza narrativa, che scorreva via leggera riuscendo ugualmente a intrigare; che aveva il merito di far delicatamente intristire all’insegna del sorriso. Tematica gialla che era stata trattata anche in un altro tentativo: quello legato al romanzo Fare pochissimo, firmato con il nom de plume di Paolo Onori e pubblicato da Marcos Y Marcos. 
Viste queste due storie, senza pericolosi risvolti al seguito, c’era quindi da aspettarsi che, prima o poi, Nori tornasse per così dire sul luogo del delitto. Ovvero con il citato Che dispiacere, un lavoro (“È la prima volta che non mi racconto in prima persona, e questa è la novità vera”) che tiene banco in una Bologna autentica quanto fiabesca. Ed è in questa città godereccia che va in scena “una commedia degli equivoci popolata da una decina di indimenticabili personaggi e densa di umorismo e di umanità”. Anche perché, tiene a precisare, “definire la realtà è una cosa dannatamente complicata”. 
A reggere la trama è Bernardo Barigazzi, uno scrittore che ha cominciato a fare il giornalista anche se non l’ha mai detto a nessuno. Quando non scrive è impegnato a corteggiare Marzia Tognazzi, barista laureata in filosofia, con la quale ha una relazione fatta, prevalentemente, di appuntamenti mancati. Lui che con lo pseudonimo di Ivan Piri dirige Che dispiacere, un giornale sportivo che paradossalmente esce in edicola solo i giorni successivi alle sconfitte della Juventus (“È brutto godere delle disgrazie altrui, ma è così e non lo nascondo: sono un gran tifoso, ma del Parma. E quando perde il Bologna, nonostante abiti qui da una ventina d’anni, devo dire che non mi spiace affatto. Anzi, provo un gran piacere”. Questo sì che è parlare da tifoso… 
Ma torniamo al dunque. Sembrerebbe uno svago innocente, quello di Barigazzi (“Che quasi si vergogna di aver amato la moglie Ilaria”), sinché non si trova suo malgrado coinvolto in un’indagine di polizia. Manuel Carrettieri, ultrà con la passione per la cocaina, viene infatti ucciso e più di un indizio collega Barigazzi al delitto. In una Bologna autentica e insieme fiabesca, tra le osterie del centro e i vialoni della periferia, va così in scena una commedia degli equivoci popolata di indimenticabili protagonisti, densa di umorismo e umanità. 
Come Stefania Giannini, infermiera laureata in Infermeria con la passione per il salame; il citato Gianni Lamborghini, un pensionato che non si rassegna a fare il pensionato; Enrico Mancino, che assicura di essere un giornalista quando in realtà è soltanto un “libero professionista”, ma che in un modo o nell’altro avrebbe voluto diventare famoso; Marica Bonacini, che a sua volta vorrebbe fare la giornalista; la trentaseienne Monica Bergamini dai capelli rossi, un marito a perdere e un cocker spaniel inglese che si chiama Bacigalupo. E poi, a seguire, una carrellata di agenti, ispettori di polizia (come quella “testa di cazzo” di De Crescenzo, che in realtà era soltanto un vice), commissari di polizia e via dicendo. 
Ma torniamo a Paolo Nori - che attualmente sta lavorando a una vita romanzata di Dostoevskij, che uscirà a marzo del prossimo anno per i tipi della Mondadori - il quale in termini di curriculum gioca a fare il minimalista: “Sono nato a Parma nel 1963 (il 20 maggio, aggiungiamo noi), abito a Casalecchio di Reno, periferia del capoluogo emiliano, con Francesca (una compagna che è più di una moglie) e mia figlia Irma, che a ottobre compirà 16 anni. E scrivo dei libri all’insegna di un assunto: alla vacanza preferisco il lavoro, la mia massima forma di divertimento”. 
Lui che dopo essersi diplomato in ragioneria e aver lavorato tre anni in Algeria per una azienda parmense (“Dove mamma mi mandava pacchi di libri, visto che i ritorni a casa erano rari”), si sarebbe trasferito a Baghdad, in Iraq. Una volta ripresi gli studi ed essersi laureato, si sarebbe fatto “richiamare in servizio in Francia per la posa di un metanodotto”. A seguire, e siamo nel 1996, un presente legato al lavoro di interprete e di traduttore. Quindi il trasferimento a Casalecchio, abbinando in questo modo la ricca cultura di Parma a quella altrettanto ricca di Bologna. 
Che altro? Nori - che sia un tipo originale lo si sarà capito - è stato fondatore e redattore a Roma, diversi anni fa, della rivista L'Accalappiacani (“In realtà ne sono usciti soltanto cinque numeri. La sua particolarità era rappresentata dal fatto che i pezzi non venivano firmati, in quanto ci si limitava a pubblicare soltanto l’elenco dei collaboratori, alcuni dei quali sconosciuti e altri di peso come Celada e Carlo Fruttero, e spettava quindi al lettore immaginarsi chi fosse l’autore”). 
Detto questo un’ultima annotazione legata ai complimenti dei lettori che, a suo dire, è bene dimenticarseli, perché “altrimenti si rischia di credere di essere diventati bravi”. Ma con una eccezione: “Io, dopo l’incidente d’auto, non guido più e vado in giro solo in bicicletta o in autobus. E proprio mentre mi trovavo su un mezzo pubblico, che stava percorrendo via Sant’Isaia a Bologna, mi sono sentito accarezzare una spalla da parte di una signora che, avendomi riconosciuto, mi ha detto: per favore, continui a scrivere. Non mi vergogno a dire che mi ha riempito il cuore…”.  
Insomma, un tipo eclettico in termini di vita Paolo Nori, oltre che una penna fuori dalle righe. A fronte di una scrittura, condita di frasi brevi e capitoli lunghi un niente, che peraltro condisce con spunti rubati all’eloquio popolare. Il tutto a fronte di una narrazione immaginifica capace di lasciare il segno, con il gusto del sorriso a tenere banco a ogni piè sospinto. Che non è da tutti.

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