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Una donna brutalmente uccisa in casa e una serie di minacce a un prete esorcista: ma cosa sta succedendo a Genova?

A fronte di una scrittura che va dritta al segno, Raffaele Malavasi - voce nuova del thriller italiano - imbastisce una storia complessa, profonda e ricca di spunti. In più, come lui stesso ha avuto modo di raccontarci…


03/06/2019

di Mauro Castelli


Una penna metodica (“Scrivo un’ora tutti i giorni, sia pure con risultati alterni”), narrativamente giovane (“Avevo debuttato nel 2012 su Amazon con La geometria del vento, un romanzo senza morti nel quale avevo elaborato, ovviamente inventandomela, una teoria del criminologo Cesare Lombroso relativa alla velocità nello sport”), che punta sul coinvolgimento del lettore all’insegna del ritmo e della semplicità (“Ho fatto tesoro di quanto sosteneva George Simenon, che cioè la scrittura deve arrivare a tutti”). 
Insomma, una voce nuova che ha un suo perché quella di Raffaele Malavasi, nato a Genova il 10 dicembre 1968 (“Mio padre Aniceto era originario di Cavazzo, nel Modenese, e faceva il ristoratore, salvo poi mettersi a vendere vini di pregio - era un bravo sommelier - alla soglia dei cinquant’anni, mentre mia madre Alfonsina, oggi in pensione, insegnava in una scuola materna”). Il quale Raffaele sotto la Lanterna avrebbe frequentato il liceo scientifico, si sarebbe laureato in Economia e si sarebbe sposato (con Silvia, “il severo censore dei miei scritti, capace al bisogno anche di stroncarmi”, dalla quale ha avuto la diciassettenne Elena e la tredicenne Irene). E a Genova tuttora vive, dove esercita la professione di commercialista in abbinata a uno studio con sede a Chiavari. 
Che altro? Un professionista dal carattere riflessivo, che punta sulla riservatezza e che non perde mai la pazienza; che in gioventù aveva praticato diversi sport (basket, pallanuoto, canottaggio e corsa) “senza mai brillare”. Lui con un passato da attore dilettante in alcune compagnie dialettali genovesi (“Ma non parlando il mio dialetto, pur capendolo alla perfezione, venivo relegato nei ruoli italiani”). 
E ancora: lui che ha curiosamente affinato la sua voglia di scrivere “dalla…  stesura di contratti e ricorsi tributari”; lui con un debole dichiarato per autori come Maurizio de Giovanni, Antonio Manzini, Gianrico Carofiglio, oltre che per i compagni di scuderia Matteo Strukul e Marcello Simoni; lui che ha avuto il suo primo lampo creativo sulla spiaggia di Porto Maurizio, in quel di Imperia, mentre passeggiava con la moglie (“Sta di fatto che nei mesi successivi quell’idea l’avrei tradotta nel citato libro La geometria del vento”); lui che sarebbe sbarcato sugli scaffali delle librerie per i tipi della Newton Compton, la casa editrice romana dov’era arrivato, guarda caso, tramite un “correttore di bozze, un amico di un amico che…”.     
Un lungo preambolo, il nostro, per far conoscere ai lettori Raffaele Malavasi anche nelle sue angolature più personali e poterne quindi apprezzare meglio i contenuti del suo raccontare in abbinata al ruolo dei personaggi. Lui che aveva debuttato in libreria nel luglio dello scorso anno con Tre cadaveri, un graffiante thriller incentrato sull’omicidio di tre donne in quel di Genova, i cui corpi - orrendamente profanati - richiamavano un’efferata rappresentazione. Da qui il dubbio: a darsi da fare era stato un serial killer oppure una setta di invasati? 
E appunto sul sottile crinale che separa la fede dalla religione, le credenze dalle superstizioni, si dipana anche la trama della sua “seconda volta”, ovvero Due omicidi diabolici (Newton Compton, pagg. 438, euro 9,90), un lavoro di intrigante lettura nuovamente ambientato sotto la Lanterna in occasione della visita di papa Francesco. 
Secondo logica narrativa, anche in questo caso ci scapperanno i morti, a partire da quello di una donna barbaramente uccisa nel suo appartamento, dove lavorava come sarta. Un omicidio senza motivi apparenti: chi poteva infatti avercela contro questa povera vedova cinquantenne? A occuparsi del caso sarà incaricato l’ispettore Gabriele Manzi della locale Squadra omicidi, con un invito implicito a fare presto onde evitare possibili interferenze sulle celebrazioni religiose. E sarà proprio lui a farsi carico di un dettaglio inquietante sulla scena del crimine: un’incomprensibile scritta di sangue lasciata sugli indumenti della vittima. 
In parallelo, mentre le indagini entrano nel vivo, la giornalista Orietta Costa si darà da fare per cercare ulteriori informazioni. A sua volta Goffredo Spada, un ex poliziotto noto in città per aver risolto il caso dei “delitti danteschi”, viene convocato nell’abbazia di Santo Stefano: il parroco, ben introdotto nella Genova bene e che si occupa di esorcismi e di sette sataniche, ha infatti ricevuto intimidazioni che gli fanno temere per la propria vita. E non è la prima volta che succede. 
Ma in questo caso i risvolti risultano più inquietanti, a fronte di una scatola lasciata al centro della sua scrivania - senza che siano state forzate le serrature della canonica - contenente il cuore di un caprone. Segno evidente che c’è una setta - tiene a precisare Don Gastaldo - pronta, una volta completato un sacrificio, a scegliere la vittima per il prossimo. “E la vittima designata per il prossimo sono io”, taglia corto. 
Ma che cosa si nasconde dietro la nuova ondata di violenza che ha colpito Genova? A cercare di vederci chiaro - l’indagine si prospetta ben più complessa di quanto si sarebbe potuto immaginare - saranno i nostri tre antieroi. Ovvero Manzi (“Una figura da solista, che vuole fare di testa sua anche se gli manca il guizzo intuitivo e che oltre tutto si deve confrontare con l’ottusità dei suoi superiori. Fortuna vuole che trovi la giusta collaborazione in Riccardo Giustini, un tipo che spesso esagera ma che al tempo stesso ha spirito di iniziativa”), quindi Costa (“L’aggressiva cronista portata a strafare, in perenne rotta di collisione con il suo direttore e ora anche con un nuovo collega, che finisce per iscriversi a una setta per ragioni di… servizio, dove verrà sottoposta a un pericoloso rito di iniziazione”) e infine l’intuitivo Spada (“Un ex poliziotto segnato da una brutta vicenda familiare che lo ha portato a doversi occupare in prima persona del figlio undicenne. Il quale accetta malvolentieri di proteggere il prete esorcista, ma purtroppo qualcosa andrà storto…”). 
Già, Spada. Che non avendo intenzione di dedicarsi alla professione di detective privato, si è inventato il gioco dell’Escape Room, che porta avanti con alterne fortune. Un gioco che peraltro aveva coinvolto - corsi e ricorsi del viaggio personale di un autore nella scrittura di un romanzo - lo stesso Raffaele Malavasi che, quattro anni fa, con la moglie ne aveva ideato e gestito uno proprio a Genova. Gioco che in seguito avrebbe ceduto a un imprenditore del settore. 
E per quanto riguarda il domani narrativo del nostro autore? La voglia di proseguire c’è, peraltro sponsorizzata dal “gradito” commento su Amazon di una signora di una certa età: “Avevo smesso di leggere autori italiani, con i quali ho avuto spesso un approccio critico, puntando solo su quelli anglosassoni. Ma lei mi ha fatto cambiare idea…”. 
Eccolo quindi al lavoro, Raffaele Malavasi, sul terzo libro della serie, sempre con i citati protagonisti visto che cavallo vincente non si cambia. A fronte di un prologo che si rifà, lo anticipiamo, “a un attentato terroristico nell’ambito del Salone nautico di Genova”.

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