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Una donna in fuga dai troppi errori commessi. O forse solo da se stessa

Torna Laura Lippman stravolgendo il naturale ordine delle cose. Sugli scudi anche l’incanto di frontiera di James Anderson e il raffinato assassino di Màrius Serra


13/05/2019

di Mauro Castelli


Ogni volta che torna sugli scaffali, l’americana Laura Lippman fa centro. Dimostrando una grande capacità di inventarsi storie credibili, raccontate in punta di penna come pochi altri sanno fare. Forte di quella mano calda che si rapporta con il suo vecchio, ventennale, mestiere: quello di reporter, dodici anni dei quali trascorsi nella redazione del Baltimore Sun dopo la chiusura del San Antonio Light. Sin quando si sarebbe dedicata alla scrittura a tempo pieno vista la gratificante accoglienza, nel 1997, incassata da Baltimora Blues, peraltro ribadita da diversi altri bestseller, come Charm City, In Big Trouble e The Sugar House
Successo in buona parte legato al personaggio di Tess Monaghan, una giornalista diventata investigatrice privata, che strada facendo le avrebbe consentito di portarsi a casa i maggiori riconoscimenti su piazza, guadagnandosi peraltro la benedizione di numeri uno del calibro di Stephen King, Gillian Flynn e Lee Child, oltre che l’incondizionato sostegno dei severi critici del Washington Post, pronti a incoronarla come una delle migliori narratrici in circolazione “per aver saputo allargare i confini del mistero e della suspense psicologica”. 
Lei che è nata il 31 gennaio 1959 ad Atlanta, figlia dello scrittore Theo Lippman Jr. e della libraia scolastica Madelin, detta Mabry; lei che non manca di ricordare con affetto il nonno paterno di estrazione ebraica in abbinata ad altri antenati di origini scozzesi e irlandesi; lei che sarebbe cresciuta a Baltimora, nel Maryland, città dove tuttora abita e dove si trova a… convivere con 300 omicidi all’anno (“Non sono pochi a fronte di poco più di 600.000 abitanti, e per quanto mi sforzi e cerchi di capire - visto che ne faccio parte - non tutto mi è chiaro”). E qui può capitare di incontrala mentre scrive sul tavolino di un caffè del suo quartiere-bene, il Federal Hill; lei che è sposata con David Simon, a sua volta cronista del Baltimore Sun prima di dedicarsi alla creazione e alla produzione della serie televisiva Hbo The Wir, dove la nostra autrice è comparsa in un episodio nel ruolo, guarda caso, di una reporter. 
Laura Lippman, si diceva. Che ora torna sugli scaffali italiani con il suo ultimo lavoro, Sunburn (DeA Planeta, pagg. 346, euro 17,00, traduzione di Carlo Prosperi), un romanzo - anche in questo caso orfano di Tess Monaghan, finita in panchina in attesa di tempi migliori - che a suo dire ha preso forma e concretezza nel corso dei suoi soggiorni in diverse parti del mondo: così si va da St. Petersburg in Florida a New Orleans, da New York a Fenwick Island nel Delaware, da L’Avana a Barcellona, da Londra e Spannocchia in provincia di Siena e, ovviamente, a Baltimora. 
Detto questo, spazio alla sinossi di questo intrigante noir, teso come una corda di violino e al tempo stesso misterioso quanto ricco di colpi di scena. Interpretato da un personaggio femminile “in grado di sovvertire l’ordine delle cose e che non si limita a illuminare la storia, ma è lei la storia stessa”. 
A tenere la scena è Polly Costello, una donna in fuga che incontriamo al bancone dell’High-Ho di Belville, nel Delaware, con la schiena bruciata dal sole di due giorni prima e un cocktail in mano. Una donna dal passato difficile che si porta al seguito i troppi errori commessi, mal mascherati da una energia “diffidente e inquieta, da gatta selvatica, che tenta di nascondere dietro a una cascata di capelli rossi”. Di certo una tipa che non passa inosservata. Neppure nel vecchio diner “per anime spiaggiate o in transito” di questa cittadina a settanta chilometri dal mare: “un posto così trascurabile da sembrare assemblato alla meglio con gli avanzi di altre città”. E infatti Adam Bosk - un abbronzato fustacchione che le donne le preferisce magre e un po’ scontrose - la nota (sarà soltanto un caso?) e non manca di attaccare bottone. 
Secondo logica narrativa, per “questo stronzo comune” ci vuole poco per far sì che un breve scambio di battute si trasformi prima in un flirt e poi in una inaspettata passione. E quando, “all’indomani di un terribile incendio, i resti di una donna vengono ritrovati nell’appartamento di Polly, il gioco da pericoloso diventa letale. Perché in una storia in cui nessuno dice la verità, Polly è sempre un passo avanti agli altri, lettore compreso. E non si fermerà di fronte a nulla pur di riprendersi quello che ha perso e portare a compimento un piano che viene da molto, molto lontano…”. 


Proseguiamo. Torna sui nostri scaffali una nuova proposta della NN Editore: dove l’acronimo NN - lo ribadiamo - sta per Nomen Nescio, nome sconosciuto, fermo restando che sino al 1975 sulla nostra carta di identità stava a significare figlio di padre ignoto, figlio di nessuno. Ma è altrettanto vero che nella mitologia greca Ulisse, spacciandosi per Nessuno, sconfisse il ciclope Polifemo e i suoi due fratelli. Come dire, una casa editrice che, senza voler apparire più di tanto, si dedica a scelte raffinate e di peso, come nel caso dello scrittore e poeta americano James Anderson. Del quale lo scorso anno aveva stato dato alle stampe Il diner nel deserto per la traduzione di Chiara Baffa. La quale si è fatta carico di “italianizzare” anche il secondo capitolo della “Serie del Deserto”, ovvero Lullaby Road (pagg. 332, euro 18,00). 
Chiara Baffa, si diceva, che vive e lavora a Firenze da una decina d’anni e che, in una nota finale, fa partecipe il lettore della difficoltà che, in tre diversi casi, si è trovata a confrontarsi con passi da tradurre psicologicamente difficili. Il primo legato alla morte di Ernesto Che Guevara, il secondo in un capitolo dedicato ai ragazzi soldato e, ora, nel romanzo che stiamo proponendo. “Nel momento in cui Ben Jones (la “prima guida” che avevamo già conosciuto nella precedente storia) arriva in un deposito di gomme e trova le tracce dei bambini che sono stati tenuti prigionieri nella roulotte, o quanto meno in quello che ne resta”. Quegli stessi ragazzini che Manita (una bambina che non parla mai, pur proponendosi come “uno dei personaggi più espressivi del romanzo”) aveva tentato disperatamente di salvare. 
E Lullaby Road? Si offre ai lettori come un sentiero impregnato di buio e di oscurità psicologica, a fronte di una storia che non risparmia nessuno. “Una storia molto più cruda della precedente, e insieme più disperata. Purtroppo viviamo in tempi che non è più possibile ignorare, persino sulle strade remote dello Utah, “dove una volta ci si poteva nascondere, rifugiarsi anche solo con la mente”. 
Così ecco l’abilità dell’autore trascinarci - attraverso le parole del protagonista, che si racconta in prima persona - in un villaggio fantasma, dove si respira quasi un’aria di frontiera. Dove “benzinai, pensionati e disoccupati si armano per difendersi da invasori che non sono mai arrivati e mai arriveranno. Dove la comunità ispanica vive nella paura dell’Ufficio immigrazione. Dove la retorica dell’arma usata per difendersi crolla di fronte alla consuetudine di portare la pistola sempre alla cintola…”. 
E in tutto questo come si propone Ben Jones, un camionista sull’orlo della bancarotta che effettua conse­gne lungo la statale 117 del deserto dello Utah, una terra ospitale solo per chi ha scelto di isolarsi dal mondo? In tutta la sua umanità, in un ruolo paterno in cui si cala più per caso che non per una reale volontà. Dimostrando di essere quello che, in realtà, non era mai stato. Peraltro difendendo chi ama - in un mondo in balìa della violenza - con l’unica arma efficace a disposizione: la gentilezza. 
Detto questo, briciole di trama. “Nel deserto dello Utah è arrivato l’inverno. Ben Jones, alla guida del suo camion, guarda la statale 117 ricoprirsi di ghiaccio mentre cerca di rimettere in ordine la propria vita: l’amata Claire non c’è più e Walt pare sempre più chiuso in se stesso e nel suo diner solitario (per la cronaca, i diner sono piccoli ristorantini con orari prolungati, spesso dislocati lungo le autostrade). Ma la solitudine dura poco: una mattina all’alba, alla stazione di servizio dello scontroso Cecil, Ben trova un bambino e un cane. Su un biglietto indirizzato a lui, il gommista Pedro gli chiede di badare a suo figlio Juan perché lui è l’unico di cui si fida; e, come se non bastasse, subito dopo anche Ginny, da poco diventata mamma, gli affida la piccolissima Annabelle. Con questi insoliti compagni Ben si mette in viaggio, ignaro del mistero che si nasconde nei grandi occhi neri di Juan”. 
Che dire: un libro impregnato di una scrittura ironica e suggestiva, di atmosfere noir anche dove meno te le aspetti; un libro che è un invito a imbarcarsi “in un lungo viaggio senza controllare il meteo”, ma anche “per chi aspetta Godot senza avere idea di chi sia, per chi riesce a volare di notte ma di giorno non ancora, e per chi ha deciso di prendersi cura di qualcuno e ha trovato tra le sue piccole braccia un’imprevista oasi di salvezza”. 
Il tutto supportato da un finale corale che segna il risveglio della cittadina di Rockmuse a fronte di una nuova dimensione di comunità. Fra uomini feriti e ostili, altri in fuga o sull’orlo della follia, altri ancora in cerca di un sofferto senso di appartenenza… 


La terza e ultima proposta per gli acquisti risulta legata all’intrigante e stravagante penna di Màrius Serra, nato a Barcellona il primo maggio 1963 e laureato in Filologia inglese, che strada facendo si è guadagnato notorietà attraverso traduzioni di un certo peso, scrivendo racconti, saggi su giochi di parole, cruciverba (come enigmista e ludolinguista collabora - oltre che come presentatore - con la radio, la televisione e i media digitali spagnoli) nonché articoli su quotidiani e riviste. Ovviamente dando alle stampe anche diversi libri, scritti in lingua catalana ed editi in molti Paesi, che gli hanno fruttato importanti riconoscimenti. 
Come nel caso de Il romanzo di Sant Jordi (pagg. 480, euro 18,00, traduzione di Beatrice Parisi), un lavoro - edito dalla Marcos y Marcos, casa editrice indipendente fondata nel 1981 e diretta da Marco Zapparoli e Claudia Tarolo - che si è avvalso della collaborazione di un altro grande esperto di giochi, Oriol Comas i Coma, entrato peraltro in questa storia come protagonista appassionato di enigmi. 
Ma veniamo al dunque. A Barcellona il 23 aprile di ogni anno si festeggiano i libri e le rose: così la città, e in particolare le Ramblas, si riempiono di banchetti in nome di Sant Jordi. E per gli autori, annota lo stesso Serra che peraltro parla molto bene l’italiano, è una corsa alle presentazioni: dieci minuti di qua, dieci minuti di là e via di questo passo. Insomma, una maratona infernale all’insegna di un’atmosfera frenetica e festosa condita di letture, dirette radiofoniche, firma-copie e festeggiamenti. Ma ne vale la pena, in quanto è un appuntamento da non perdere. 
Ed è in questo contesto che Màrius si diverte (“La satira consente di mischiare interessi commerciali e culturali”) a mettere alla berlina la società letteraria nel suo insieme: autori speranzosi di scalare i vertici delle classifiche, editori disincantati e disposti a tutto pur di restare a galla, lettori a caccia di autografi, giornalisti vanitosi… 
Ovviamente, trattandosi di un giallo, a tenere la scena - scandita dai minuti: si va infatti dal 5:55 del mattino alle 23:59 di notte - ci sarà anche un assassino raffinato, abile nel muoversi nei vicoli più oscuri del mondo dei libri, pronto a “sgonfiare gli scrittori come palloncini” e a prendersela con gli autori più venduti. E anche Màrius Serra, che figura fra i personaggi della storia, farà una brutta fine “dopo aver brevemente assaporato il successo del suo libro ambientato all’interno della manifestazione”. Ma attenzione: ci troviamo di fronte a un omicida potenziale, un bell’addormentato con progetti per il futuro… 
Ad aiutare la polizia a risolvere il caso troviamo, nel ruolo di “detective”, il citato Oriol Comas I Coma, nella vita amico e collaboratore di Serra, nel ruolo di esperto di giochi (uno dei quali misura l’ego degli autori attraverso domande mirate dei giovani). Un modo intelligente per ricordare a tutti - tiene a precisare lo scrittore catalano - che la cultura è gioco e che prendersi troppo sul serio fa male sia alla letteratura che alla società. 
A tenere la scena di questa canagliesca storia, che aiuta peraltro il lettore a conoscere la città, oltre all’assassino incontriamo una giovanissima interprete spaesata, un editore disincantato, un appassionato di giochi che segue alla lettera gli insegnamenti dell’Uomo dei dadi di Luke Rhinehart, uno scrittore che vede la trama del suo romanzo realizzarsi pericolosamente nella realtà. 
Risultato? Un racconto che induce al riso e al sorriso senza prenderci troppo sul serio. “Ma attenzione a non farci distrarre: come diceva Edgar Allan Poe, il posto migliore per nascondere qualcosa è in piena vista, e la soluzione del mistero potrebbe essere sotto il nostro naso. Teniamo quindi gli occhi aperti…”. 
E siccome questo canovaccio risulta di accattivante impatto, oltre che di piacevole lettura, Màrius Serra ha già anticipato che ci sarà un seguito. Anche perché (“Mi sono divertito un sacco a prendermi in giro”) squadra che vince non si cambia.  

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