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Una "doppia verità": quella che libera e quella che uccide

Il gradito ritorno di Michael Connelly e del suo Harry Bosh. Poi Riccardo De Palo, debuttante di peso, e un’antologia Sellerio di numeri uno


18/03/2019

di Mauro Castelli


Di Michael Connelly e del suo personaggio principe, il carismatico detective Hieronymus “Harry” Bosh, i lettori sanno già quasi tutto. Ma un ripassino, a uso e costume delle nuove leve, certo non guasta. E allora via con le note. Chi è Connelly, in scena e fuori scena? Un geniaccio della narrativa di settore che, ogni volta che fa capolino sugli scaffali, colleziona copie vendute (stiamo parlando di decine di milioni di libri commercializzati). Ma anche un ingegnere mancato - figlio di un artista incompreso e di una accanita lettrice di polizieschi - nato il 21 luglio 1956 a Filadelfia e cresciuto in Florida. Lui che, sin da ragazzino, sognava di seguire le orme di Raymond Chandler, grande innovatore del romanzo giallo tradizionale. 
Un autore del quale Connelly tesse elogi senza se e senza ma, peraltro suffragati da un aneddoto: “Quando mi trasferii a Los Angeles feci il diavolo a quattro per poter prendere in affitto l’appartamento in cui era stata ambientata la trasposizione cinematografica di un suo romanzo, Il lungo addio, per la regia di Robert Altman e l’interpretazione di Elliot Gould nel ruolo di Philip Marlowe”. Lui che nella Città degli Angeli si sarebbe messo a “giocare” al cronista freelance. Sin quando una sua inchiesta, scritta assieme ad altri due colleghi, venne candidata al Premio Pulitzer, la qual cosa gli valse l’assunzione come giornalista criminologo al Los Angeles Times
Lui che strada facendo è stato tradotto in 35 lingue e pubblicato in chissà quanti Paesi; lui che in Italia si è portato a casa un Bancarella e un Raymond Chandler Award al “Noir in Festival” di Courmayeur; lui che in patria ha collezionato riconoscimenti, come l’Edgar Allan Poe, il Nero Wolfe, il Dilys, un doppio Barry, un Macavity e via dicendo. Per non parlare della presidenza biennale del Mistery Writers of America: un ruolo ricoperto soltanto grandi scrittori. 
E per quanto riguarda Harry Bosch, il cui cognome Connelly l’aveva rubato al famoso pittore olandese, un artista tanto amato da sua madre e apprezzato dalla critica per la ricchezza inventiva delle sue opere? È un geniale ex detective dell’Unità Casi Irrisolti della Polizia di Los Angeles che il suo papà putativo aveva fatto debuttare nel 1992 ne La memoria del topo, per poi metterlo in scena in un’altra ventina di romanzi di grande successo. 
Ma chi è in realtà Bosh? Un poliziotto speciale (“Per renderlo il più credibile possibile mi sono avvalso, strada facendo, della collaborazione di veri detective, come Tim Marcia, Rick Jackson, Mitzi Roberts e David Lambkin”), abile come pochi altri nello scavare nei misteri del passato. Ma anche un tipaccio capace di una buona dose di violenza (solo a fin di bene), oltre che disposto ad aggirare i divieti e a sfidare a faccia aperta la burocrazia. 
Insomma, un agente scomodo che da tre anni ha lasciato, o meglio, è stato costretto a lasciare (attraverso un pensionamento forzato) il posto dove aveva lavorato una vita. E che ora si trova a occuparsi di cold case, come volontario presso la polizia di San Fernando, piccola municipalità dell’area metropolitana di Los Angeles. E qui va d’accordo con i nuovi colleghi, mentre la ricerca di indizi legati a vecchi casi irrisolti sembra rientrare nelle sue corde. Almeno in questo momento, peraltro alquanto complicato della sua vita privata (ecco perché lo troviamo a lavorare, e nel caso anche a dormire, in una cella riconvertita di un carcere). 
Sta di fatto che in due anni di attività part-time ha riaperto diversi casi, risolvendone una dozzina, tra cui violenze sessuali multiple e omicidi. Ferma restando una brutta storia, quella relativa a Esmeralda Tavares (una giovane madre scomparsa, lasciando la figlia neonata addormentata nella culla), che lo sta ossessionando. 
Ed è appunto in Doppia verità (Piemme, pagg. 378, euro 19,90), un romanzo la cui traduzione è affidata ancora una volta al bravissimo Alfredo Colitto, che Bosh torna in scena, peraltro supportato dal fratellastro Mickey Haller, un avvocato dai modi spicci e pieno di difetti, malinconico e complicato quanto basta, condizionato da una vita piena di eccessi. Un uomo - come abbiamo già avuto modo di ricordare - che fatica a tirare avanti, tanto che talvolta si trova a lavorare sul sedile posteriore di una Lincoln, assurta alla notorietà del grande schermo grazie alla riduzione cinematografica di The Lincoln Lawyer (Avvocato di difesa nella versione italiana), il thriller nel quale Connelly l’aveva fatto esordire nel 2005. 
Ma veniamo al dunque. Succede che a San Fernando due farmacisti vengano ammazzati nel loro negozio. La polizia non sa dove sbattere la testa e il suo nuovo referente chiede a Bosh di dargli una mano. E così, insieme alla detective Bella Lourdes, il nostro uomo si ritrova coinvolto in un caso che di “freddo” ha ben poco. Nel frattempo, però, il fantasma del Lapd (in altre parole il suo vecchio dipartimento investigativo) torna a fargli visita: nel senso che Preston Borders, l’omicida e stupratore che trent’anni prima Harry aveva assicurato al braccio della morte, ha presentato un ulteriore, forse decisivo, ricorso. 
A quanto pare ci sono nuove prove a favore della sua innocenza. Così il nostro Bosh, che riteneva quella di Borders una storia chiusa, finisce ancora una volta nel mirino dei suoi detrattori: non solo avrà bisogno del suo avvocato, appunto Mickey Haller, per difendersi da accuse di incompetenza e inquinamento di prove, ma soprattutto, agli occhi del mondo, non vuole venire additato come il poliziotto che aveva mandato in prigione l’uomo sbagliato. A meno che, nei nove giorni di tempo che gli restano prima che Borders venga scarcerato, non riesca a smontare il nuovo caso e trovare altre prove della sua colpevolezza. A Bosh, lasciato ovviamente solo dai suoi ex colleghi, non resta così che lottare per far valere l’unica verità che conta. 
In sintesi: un thriller che corre a cento all’ora, che si nutre di una scrittura di piacevolissima lettura a conferma delle carismatiche qualità narrative del suo autore. A fronte di una storia, dura e ruvida quanto basta, che trabocca di suspense, ben congegnati colpi di scena e personaggi abilmente tratteggiati. 


A seguire, anche se il confronto con Michael Connelly non può reggere per evidenti ragioni, un debuttante non più giovanissimo, ma con le carte in regola per dire la sua nella narrativa di settore. Stiamo parlando di Riccardo De Palo, classe 1964, “romano d’adozione e apolide per vocazione”, che si occupa di cultura sulle pagine del Messaggero. Lui che sulla cultura, e più precisamente sul pittore spagnolo Diego Velázquez, aveva imbastito nel 2013 il romanzo storico-biografico Il ritratto di Venere, edito da Cavallo di Ferro. Un lavoro che tuttora si propone all’insegna di una scorrevole leggibilità, senza però “togliere l’aurea di mistero al lettore, chiamato a partecipare attivamente alle vicende politiche del 1600”. Non a caso questo sublime pennello era stato “prestato” alla diplomazia. Da qui l’affresco di un periodo complesso, ricco di enigmi e di segreti. 
Poteva allora De Palo non subire il fascino del noir, del thriller all’ultimo respiro? Certo che no. Così, dopo aver voltato e rivoltato la frittata, eccolo arrivare sugli scaffali (“Avevo iniziato a scriverlo per gioco, poi non sono più riuscito a fermarmi”) con un giallo che cattura e intriga - La confraternita della rosa nera (Marsilio, pagg. 152, euro 16,50) - ambientato a Stria, un piccolo paese sul fianco di una montagna perennemente esposta al sole tra la Val Gardena (“Ortisei - tiene a precisare - rappresenta una mia meta frequente”) e l’Alpe di Siusi. Paese che i tedeschi preferiscono chiamare Hexe, “ma senza riuscire a cambiare molto l’essenza di questo gioiello incastonato a 1.500 metri d’altezza, popolato da turisti che rifiutano i grandi numeri e sono alla ricerca di pace e silenzio”. 
Ma la pace, a Stria o Hexe che dir si voglia, non dura molto, in quanto ci scappa l’omicidio: quello della giovane bibliotecaria Anne Rose Werfel, trovata senza vita nel bel mezzo di un roseto. Un roseto che, annota De Palo - “ne richiama uno reale, bellissimo, in alta quota, che ho ritenuto il posto giusto per ambientarci il delitto”. 
A occuparsi delle indagini viene chiamato da Bolzano l’ispettore capo Lukas Moroder, raro esempio di montanaro che soffre di vertigini, un poliziotto riservato, ma anche attento alla sua squadra, che ascolta I Feel Love di Donna Summer; un uomo peraltro senza grandi qualità, con la testa ogni tanto fra le nuvole, che alterna ciniche battute in ladino alla musica dance del suo omonimo compaesano (appunto il compositore e produttore Giorgio Moroder). Con lui indagano la meticolosa e avvenente poliziotta scelta Helga Schneider, l’impagabile napoletano Ciro Esposito e il più concreto di tutti, il romano Massimo Proietti. Un quartetto subito alle prese con un interrogativo: cosa si cela dietro la misteriosa confraternita che organizza giochi di ruolo all’ultimo sangue? 
Moroder, forte delle sue intuizioni (anche quando tutto lascia presagire il contrario), è costretto ad agire nell’ombra per sventare i traffici di potenti corrotti. E su questo crinale trascinerà i suoi collaboratori in rapide (e ripide) incursioni tra le montagne della Val Gardena, arrivando sino a Innsbruck. Per poi costringerli a intraprendere missioni in incognito in Baviera (tra i misteri di Vienna) nonché sulle vette della Foresta Nera. 
Di fatto il nostro ispettore capo è pronto a tutto, pur di svelare le trame di un complotto populistico vasto e ramificato, che punta al dominio del mondo. Una esagerazione? Leggere per sapere. E sarà una buona lettura, seppure con qualche peccatuccio veniale al seguito. Ma con un indubbio merito autoriale: quello di dare voce a un mistero, certo, mettendo però a disposizione del lettore tutti gli elementi utili per risolverlo. In questo attingendo alla grande tradizione dei romanzi classici. 


In chiusura di rubrica una chicca da non perdere: l’antologia, edita dalla Sellerio, Una giornata in giallo (pagg. 340, euro 14,00), nella quale vengono proposti otto racconti di altrettanti numeri uno (si va da Camilleri a Costa, da Giménez-Bartlett a Malvaldi, da Manotti a Piazzese, da Recami a Savatteri) che sviluppano le loro indagini nell’arco di 24 ore, peraltro vissute all’insegna di una intuizione o di una illuminazione. Quel tanto che basta, insomma, per risolvere un caso. Che sia una giornata lunga o avventurosa, paurosa o eccitante, drammatica o coinvolgente, umoristica o carica di tensione poco importa. 
Risultato? Una scommessa vinta da otto scrittori fra i più popolari (chiamati da anni, sempre dalla Sellerio, a misurarsi con situazioni particolari: vuoi feste o vacanze, vuoi crisi, viaggi o quant’altro), che hanno ancora una volta raccolto il guanto della sfida all’insegna del citato minimo comun denominatore. Mettendo al lavoro i loro poliziotti, i loro giornalisti disoccupati, i loro vecchietti del bar e quelli della Casa di Ringhiera all’insegna del fare presto e bene. 
Come da sinossi (Andrea Camilleri docet) il commissario Montalbano, in un giorno che sembrava di bonaccia, constata quanto sia scomodo stare tra l’incudine dello Stato e il martello della mafia. A sua volta Saverio Lamanna (il cronista “disoccupato di successo” raccontato da Gaetano Savatteri) si trova a Gibellina, città d’arte, per indagare su una vendetta contro l’arte stessa. E Tiziana, la banconista del BarLume, è invece finita ad Amsterdam: il suo padre putativo, Marco Malvaldi, l’ha infatti spedita lì per inseguire un gioiello. 
E ancora: il giovane anticonformista Daquin, il commissario di Dominique Manotti, è dirottato da Parigi su Marsiglia, ma siamo nel 1973, in un giorno di caccia all’algerino, mentre c’è una biscia ammaestrata - nel racconto di Santo Piazzese - della quale bisogna trovare al più presto i padroni e, al tempo stesso, scoprire un mistero. A sua volta al pensionato Consonni della Casa di Ringhiera (l’autore è Francesco Recami) ne succedono in un giorno sin troppe prima di poter incastrare un delinquente. 
Le ultime due storie? Quelle legate alla giovane poliziotta Angela Mazzola (creatura di Gian Mauro Costa) che, nel suo giorno di riposo, si chiede perché mai si usino i kalashnikov per rubare dei carciofi, e a Petra Delicado (di Alicia Giménez-Bartlett), la quale si trova a vivere un giorno di ordinaria follia per sperimentare quanto per alcuni “l’infelicità sia un destino”.

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