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Una famiglia come tante, un fatto inaspettato, una dirompente disgregazione

Dalla geniale penna dell’americano David James Poissant un romanzo che cattura e induce alla riflessione. Complici equilibri in bilico e qualcosa di inconfessato


02/11/2020

di Massimo Mistero


Dopo Il paradiso degli animali (una antologia il cui titolo è legato all’omonima poesia di James L. Dickey), il geniale statunitense David James Poissant è passato dai racconti al romanzo, giocando a rimpiattino con il complesso rapporto fra uomini e donne, ma anche approfondendo, quasi con noncuranza, il tema della vita e della morte. Così, ne La casa sul lago (NN Editore, pagg. 352, euro 18,00, traduzione di Gioia Guerzoni), l’autore torna a parlare dell’America di oggi osservando, con uno sguardo lucido e compassionevole, una famiglia capace di ferire, ma anche di perdonare senza riserve. A fronte di una storia che “non racconta l’amore come una materia cristallizzata e immutabile, ma come un sentimento che si trasforma nel tempo, impetuoso e imprevedibile, cui affidarsi senza opporre resistenza”. 
David James Poissant, si diceva, che vive a Orlando, capoluogo della Contea di Orange, in Florida, e i cui racconti hanno vinto numerosi premi, tra cui l’Alice White Reeves della National Society of Arts & Letters. Inoltre, con il citato Il paradiso degli animali, si è aggiudicato il Florida Book Award 2014 ed è stato finalista al Los Angeles Times Book Prize e al Pen/Robert W. Bingham Prize. Docente del master in Fine Arts all’University of South Florida, nel 2015 è stato nominato vincitore al New Writers Award for fiction, riconoscimento che in passato era stato appannaggio di autori del calibro di Alice Munro e Richard Ford. 
Lui che era arrivato sugli scaffali abbastanza tardi. Peraltro giustificandosi, in una intervista a Mangialibri, con queste parole: “Da piccolo non ero un gran lettore. Preferivo guardare, disegnare, leggere fumetti sognando di diventare un illustratore. Poi, una volta arrivato al college, mi sono accorto che forse non era la strada che volevo percorrere. Così optai per il giornalismo, ma in quel momento l’informazione era tutta mirata sull’allora stagista della Casa Bianca, Monica Lewinsky (ricordate lo scandalo Clinton?), e credo che quella sia stata la fine del giornalismo negli Stati Uniti” in quanto nel resto del mondo “succedeva di tutto e noi parlavamo solo di quello. 
A quel punto decisi “di dedicarmi alla narrativa, non prima di essere diventato un lettore forte, passando da Hemingway a Faulkner, perché non si diventa autori senza leggere tantissimo. Quindi ho fatto mia una massima di Saul Bellow: Tutti gli scrittori sono lettori che hanno fatto un passo in avanti verso l’imitazione. Sta di fatto che iniziai a scrivere un romanzo che, onestamente, era davvero brutto. Per questo passai ai racconti all’insegna di una ironica considerazione: se devi scrivere qualcosa di brutto meglio finirlo in una settimana che in quattro mesi…”. La qualcosa, ribadiamo, gli sarebbe riuscita alla grande. 
Sta di fatto che, dopo aver maturato una buona esperienza narrativa, Poissant sarebbe approdato al romanzo, appunto con La casa del lago. Un lavoro che inizialmente si nutre di una grande tensione, legata all’annegamento di un bambino, visto attraverso gli occhi di Michael, il commesso di un negozio che tenta inutilmente di salvarlo dopo averlo visto cadere in acqua. Una tragedia, certo, ma anche uno schiaffo alla coscienza individuale e collettiva. Sì, perché a questo punto tutto precipiterà. 
Ma andiamo con ordine. Come molte famiglie americane, gli Starling vivono ai quattro lati del Paese, ma d’estate si ritrovano nell’amata casa sul lago Christopher, nel North Carolina. I genitori, Lisa e Richard, stanno per andare in pensione dopo una lunga carriera alla Cornell University. Anche per questo vogliono vendere la casa, oltretutto bisognosa di lavori, per pensare al loro futuro. Una decisione che però spiazza i due figli, il citato Michael e Thad, aspirante poeta. I quali, l’uno insieme alla moglie Diane e l’altra al fidanzato Jake, avevano raggiunto i genitori per l’ultimo weekend nel luogo del cuore della loro infanzia. 
A questo punto succede il fattaccio di cui abbiamo parlato, e ogni personaggio della storia si troverà costretto a esplorare l’abisso delle proprie paure e delle proprie debolezze. Sta di fatto che, in soli tre giorni, segreti, dipendenze, infedeltà e rancori eromperanno stravolgendo gli equilibri della famiglia. Perché non si possono rimandare al domani certe verità. Tanto più che tutti devono fare i conti con “qualcosa di inconfessato, magari un segreto capace di gettare sabbia tra gli ingranaggi del delicato meccanismo che tiene insieme le loro relazioni e, di conseguenza, la loro vita”. 
In tale ambito l’autore si propone come portavoce dei loro problemi, peraltro forse arrivati al punto di non ritorno, legati a una lunga spirale di rimorsi, rivendicazioni, depressioni, insoddisfazioni e dipendenze: si va infatti dall’alcol agli psicofarmaci per finire alle ossessioni sessuali. Con derive psicologiche da non sottovalutare. 
Tematiche non facili da trattare, ma che hanno visto Poissant - la cui scrittura, secondo alcuni critici, richiama quella di Flannery O’Connor, George Saunders e Raymond Carver - cavarsela piuttosto bene. Seppure con qualche sbavatura al seguito. Ad esempio eccedendo, a volte, nella descrizione di luoghi, situazioni e personaggi, un paio dei quali recuperati da due suoi vecchi racconti. Ma, lo ripetiamo, si tratta soltanto di peccati veniali. 
In ogni caso, riprendendo alcune poetiche note editoriali, possiamo affermare che “questo libro è per chi riconosce d’istinto un nodo ben fatto, per chi guarda la luna scalare il cielo, una notte dopo l’altra, per chi vorrebbe raccontare il futuro in anticipo e per chi ha capito che un lungo amore non è una danza verso vite divise, ma un pianeta raro che resiste al tempo solo se chi lo abita sa dire la verità”.

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