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Una famiglia maledetta, una villa piena di segreti, una sola regola: se parli muori

Dalla penna di Rob Keller un esordio di piacevole impatto giocato su un assioma: “Non puoi fermare il meccanismo perfetto del destino”


21/10/2019

di Catone Assori


Lo strillo di copertina si propone invitante come il miele dei fiori per un’ape: “Una famiglia maledetta (quanto potente), una villa piena di segreti (a partire da una collezione di misteriosi orologi), una sola regola: se parli muori”. In più un suicidio che sembra imparentato a maglie strette con un omicidio. È questo l’allettante corollario che tiene banco ne Il gioco del silenzio (pagg. 330, euro 16,00), un lavoro fresco di stampa firmato dall’esordiente Rob Keller, candidato al DeA Planeta 2019. Un premio nato con l’obiettivo di promuovere opere inedite di autori di narrativa italiana e offrire al grande pubblico romanzi di qualità, come avviene in Spagna con il Premio Planeta, creato a Barcellona nel 1952 dal fondatore della omonima casa editrice, José Manuel Lara Hernández. 
Sì, perché nonostante il nome e il cognome richiamino origini transatlantiche, Rob Keller in realtà è nato nel 1956 sul Lago di Como, dove ha vissuto per quarant’anni, da padre tedesco e madre italiana. E in zona, seguendo una tradizione familiare, ha lavorato a lungo come mastro orologiaio. Unica nota, diciamo così, fuori dal coro è che attualmente abita a Saguenay, in Québec. 
A editare il suo libro è stata la DeA Planeta in accordo con “Grandi & Associati” che, a fronte di una attività quasi trentennale, si propone come una delle più antiche agenzie letterarie italiane. Un’agenzia attiva, come risaputo, nel lavoro di assistenza e promozione di autori italiani, nonché nella rappresentanza nel nostro Paese di editori e agenzie letterarie stranieri. Offrendo, in parallelo, al mondo editoriale un ampio ventaglio di servizi personalizzati. 
Ma torniamo al dunque, ovvero a Il gioco del silenzio, un canovaccio che si dipana fra antiche leggende, strane visioni e pericoli reali. Un contesto ben congegnato dall’autore, capace di dare voce a un sistema di ingranaggi narrativi “nel quale le tenebre del lago impallidiscono di fronte a quelle ben più inquietanti dell’animo umano”. Il tutto supportato da personaggi che non mancheranno di far breccia nel cuore dei lettori. 
Come nel caso di Cristina (sposata con Lorenzo, drammaturgo di un certo successo), una delle migliori criminologhe su piazza, almeno sino a quando aveva lasciato la professione per occuparsi a tempo pieno di suo figlio Leone di otto anni, sofferente di un disturbo di iperattività. Ma questa è solo la versione ufficiale, che la donna ha creato per ingannare persino se stessa. “La verità è che l’ultimo caso della sua carriera l’ha letteralmente messa in ginocchio, costringendola a cambiare vita e a rifugiarsi in una routine scandita da rigorose abitudini”. Così la sua vita è diventata tutto un riempirsi di gocce ansiolitiche. Niente più décolleté e gonna sopra il ginocchio, niente più palestra tre volte alla settimana. Ora vive a tisane. E le unghie che una volta si smaltava con cura ora, quando è sovrappensiero, ogni tanto se le rosicchia. 
Succede però che un giorno squilli il telefono e tutti i suoi buoni propositi (o spropositi) vadano a farsi benedire. Uno zio a lei molto caro si è suicidato nel paese sul lago di Como dove lei era cresciuta e dal quale era fuggita molti anni prima. Troppi incubi, troppi fantasmi, troppi mostri - per lei - in quelle acque scure e profonde sulle quali si riflette uno degli scenari più suggestivi del mondo. E “tornare sul lago significa ritrovare suo padre, con il quale ha sempre avuto un rapporto tormentato, e soprattutto rimettere piede nella Villa degli Orologi, la spaventosa tenuta dalla quale i Radlach controllano non solo gli affari di tutta la zona, ma anche le vite di chi vi abita”. 
In buona sostanza Cristina non vorrebbe rimettersi in discussione, non vorrebbe tornare operativa. Ma la tentazione di indagare sulla morte dello zio è troppo forte, perché si rende conto che la verità si annida nel groviglio di segreti che lega la storia della sua famiglia a quella dei Radlach. E quando il piccolo Leone troverà in soffitta un orologio da taschino con una misteriosa dedica, diventerà per lei impossibile non aprire il cassetto doloroso dei ricordi. 
Il giudizio? Una storia incentrata sulla semplicità narrativa, capace di regalare aspettativa nel lettore, ma anche con alcuni peccati veniali al seguito legati alla mancanza di mestiere nel mischiare le carte della storia e dare ritmo al racconto. Il tutto, in ogni caso, a fronte di una sufficienza più che meritata.

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