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Una fashion blogger scomparsa, tre morti ammazzati e la Notte Rosa è... servita

Torna, ironico e divertente, il terzo atto della tetralogia riminese di Gino Vignali. A seguire i misteri e i delitti di Jessica Fellowes e la scelta impossibile firmata da Carsten Stroud


07/01/2020

di Mauro Castelli


Un penna prestata con profitto alla narrativa di settore quella di Gino Vignali, che con l’amico Michele Mozzati forma la celebre coppia Gino&Michele, assurta nell’olimpo della notorietà con le loro formiche (quelle che nel loro piccolo si incazzano), ma anche con la storica agenda Smemoranda, e ora, per i tipi della Baldini+Castoldi, con Il Formichetti 2020 (titolo che si rifà goliardicamente al dizionario annuale del cinema Il Mereghetti), “da trent’anni la più nota e apprezzata raccolta di battute, enciclopedica nel rigore umoristico e nella quantità di facezie, efficace, divertente e con ampio parcheggio”. Un duo capace di suddividere l’attività fra editoria, televisione, cinema e teatro. Ma anche di giocare sugli scaffali, come successo negli ultimi tre anni, da solisti. 
E così eccoci a proporre ai nostri lettori, dopo La chiave di tutto e Ci vuole orecchio, il terzo lavoro di Vignali che si rapporta a una tetralogia ambientata nelle quattro stagioni che l’autore ha voluto dedicare alla sua Rimini. “Una città dove mi sento un po’ di casa in quanto mia madre è nata qui e qui passavo mesi interi con i nonni. E sempre qui - dopo un lungo rifiuto di tornarci, si sa come vanno certe cose - ho persino acquistato una casa”. 
Già, Rimini. “Un pretesto scenografico straordinario - ci aveva fatto presente tempo fa l’autore - dove tutto è il contrario di tutto. Un luogo del cuore dove quasi nessuno aveva pensato di ambientarci (fatto salvo Carlo Lucarelli e la sua Laura da Rimini, una specie di commedia gialla degli equivoci) una vera storia di ammazzamenti, benché si rapporti con il turismo (e quindi anche con la delinquenza), con il riciclaggio (leggi San Marino), con la droga (vedi San Patrignano) e con i ricordi di quel geniaccio di Federico Fellini”. 
Ma torniamo al dunque. Dopo aver dato voce all’inverno e alla primavera, ora il racconto di Vignali si addentra fra le pieghe dell’estate, una stagione briosa, frizzante, folle, ricca di gente. Risultato? La Notte Rosa (Solferino, pagg. 234, euro 16,00), un avvenimento da non perdere anche per chi riminese non è, a fronte di un romanzo di ironica vocazione dove ripropone la squadra che ha già fatto presa sui lettori nelle due precedenti puntate. 
Una “banda” composta da una seducente sfilza di personaggi, che la raffinata abilità dell’autore - anche di questo ne abbiano già parlato - riesce a tratteggiare nelle sue più variegate sfumature. Evidenziandone lati umani e caratteriali, facendone affiorare le intriganti venature ironiche. In stile felliniano, verrebbe da dire, “fra segreti dell’alta società, equivoche atmosfere e la seducente scenografia del Gran Hotel” dove, ad esempio, la nostra protagonista tiene il consiglio di famiglia nella suite 401 e dove tengono banco anche i responsabili dell’ordine pubblico della Notte Rosa, una specie di capodanno che si tiene nel primo week-end di luglio. 
Così si parte dal vicequestore Costanza Confalonieri Bonnet - il cui cuore batte per Valentino, il fascinoso capitano di un peschereccio - e si prosegue con il questore Umberto Pagani (che guida l’unità di crisi della Notte Rosa assieme al sindaco Riccardo Milani e alla stessa Costanza), per poi approdare all’ispettore capo Orlando Seneca Appicciafuoco, alla spericolata Cecilia Cortellesi o a Emerson Leichem Palmer Balducci, l’agente della Omicidi turbato da un tatuaggio cinese di dubbia interpretazione. Balducci che - a titolo di curiosità - incontriamo a Sant’Arcangelo, dove ha portato a mangiare un piatto di tagliatelle la morosa (in Romagna le fidanzate si chiamano così perché, “quando si tratta di pagare il conto, stanno sempre un passo indietro, vanno in mora”), in altre parole una sua collega. 
La trama, in sé, non si propone né complessa né divagante. L’autore, capitolo dopo capitolo, costruisce infatti le basi per una documentata lettura della sua storia. A cominciare dal bilancio della festa, che solitamente risulta ricco di fattacci visto l’elevato numero di chi partecipa e delle tante alzate di gomito. Un bilancio questa volta confortante: sei feriti in una rissa, quattro ubriachi ripescati in mare, tre scomparsi. I maggiorenti gongolano. Ma il peggio deve ancora venire. Ai tre finiti chissà dove bisogna infatti aggiungerne un quarto, e per di più importante. Si tratta della madrina della serata di chiusura, ovvero Giulia Ginevra Mancini, la fashion blogger più famosa d’Italia, fidanzata con un campione di moto Gp, Malcom the Eagle Piccinelli, gloria locale e nazionale. Che, si scoprirà, è stata rapita a scopo di riscatto. 
Come se non bastasse, poco fuori città, a Pinnabilli, vengono ritrovati un’auto crivellata a colpi di kalashnikov e tre cadaveri. Ovviamente Costanza si tufferà nel caso, a fronte di indagini che potrebbero risultare dannatamente pericolose. Con gli uomini della sua squadra alle prese con uno strano senso di preoccupazione. A cominciare da Appicciafuoco, obbligato a dare brutte notizie a una famiglia di nomadi siciliani, Cecilia Cortellesi costretta a salire su una minimoto, per non parlare della marea montante di inaspettati risvolti negativi che finiscono per toccare un po’ tutti... 
Detto del libro, qualche nota sull’autore. Gino (all’anagrafe Luigi) Vignali è nato a Milano il 7 luglio 1949, città dove si era laureato in Economia alla Bocconi, con esperienze di lavoro al seguito “in un paio di aziende come controller di gestione”. Un creativo che si propone “taciturno, riflessivo, tranquillo ed equilibrato”; che adora leggere (da Malvaldi a Robecchi, da Connelly a Camilleri, da Manzini a de Giovanni); che ha un debole dichiarato per il tennis, il nuoto e le bici da corsa (ne possiede infatti due). 
Lui che nel 1970 aveva fondato, con il suo storico compagno di viaggio Michele Mozzati, un gruppo cabarettistico composto da quattro persone, I Bachi da sera, gruppo che si sarebbe sciolto con la fine degli studi universitari. Ma la sua storia personale nell’ambito dello spettacolo e dell’informazione non sarebbe finita lì. 
Così eccolo contribuire alla nascita e allo sviluppo di Radio Popolare, partecipare a numerose trasmissioni satiriche, oltre a regalare ad esempio a Enzo Jannacci il testo di quel grande successo che fu Ci vuole orecchio, titolo di una canzone che a distanza di quarant’anni è finito per tenere banco nella sua seconda commedia noir. 
Lui che, all’insegna dell’ironia e del sorriso, avrebbe contribuito a dare lustro ad alcune trasmissioni di successo, ideate da Antonio Ricci, come Drive In, Matrioska e L’araba fenice. Primi passi - repetita iuvant - di una carriera, lunga sempre, in campo televisivo, cinematografico, teatrale, editoriale e giornalistico. Mettendo peraltro a segno colpacci da maestro, come l’ideazione negli anni Settanta della citata agenda Smemoranda, il contributo alla nascita e al successo di Zelig o la pubblicazione nel 1991 del citato Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano nonché di altri libri di successo, sempre in coppia con l’amico Michele Mozzati. Per poi, strada facendo, lasciarsi risucchiare dal ruolo di responsabile di progetto (“Eravamo, con Michele, un po’ produttori e un po’ registi”) nel campo dello spettacolo. E questo è quanto. 


Voltiamo libro e torniamo a parlare della scrittrice inglese Jessica Fellowes, della quale Neri Pozza, dopo aver dato alle stampe il suo sfolgorante romanzo d’esordio, ovvero L’assassinio di Florence Nightingale Shore seguito a ruota da Morte di un giovane di belle speranze, dà ora voce al terzo capitolo di una serie di gialli ambientati nella sfavillante Inghilterra di metà degli anni Venti e legati alla vita, ricca di misteri, delle leggendarie sorelle Mitford. 
Ovvero Scandalo in casa Mitford (pagg. 334, euro 18,00, traduzione di Alessandro Zabini), dove ancora una volta incontriamo una curiosa detective dilettante, Louisa Cannon, una cameriera che in passato era stata istitutrice, chaperon e confidente delle citate sorelle. Il tutto supportato da una scrittura, fluida quanto piacevole, che non mancherà di catturare il lettore, catapultato in un periodo storico ricco di vita ma anche di scandali, disordini politici e, ci mancherebbe, di morti ammazzati.  
Ma chi è Jessica Fellowes? Tanto per cominciare la nipote - classe 1974 - dell’acclamato attore, sceneggiatore e scrittore britannico Julian Fellowes (al suo attivo un Oscar per la miglior sceneggiatura originale del film Gosford Park del 2002), ma anche una penna felice che inizialmente si era fatta apprezzare per aver dato voce a cinque libri sui retroscena della celebre serie televisiva Downton Abbey, a sua volta firmata dallo zio. 
Del quale non manca di tesserne le lodi: “Devo ammettere - ha infatti tenuto a precisare tempo addietro - che la sua vicinanza mi ha regalato significative opportunità. Così come ha contribuito a regalarmi il giusto approccio all’attività lavorativa in abbinata al suo senso etico e alla grande capacità di rapportarsi con gli altri”. Ma anche precisando: “Quella di mio zio Julian è stata certamente una presenza importante, anche se a mia volta ho dovuto dimostrare di valere qualcosa”. Ad esempio giocando vincente in campo giornalistico, dove strada facendo si sarebbe guadagnata la vicedirezione di Country Life, nonché il ruolo di editorialista al Sunday Mail e di altre testate. 
Ma veniamo all’atteso terzo atto della serie I delitti Mitford, una serie che era stata proposta all’autrice dal suo editore. Il quale le aveva suggerito di “intitolarla The Mitford murders (I delitti Mitford, appunto) e di ambientarla dopo la fine della Prima Guerra Mondiale con protagoniste le sorelle Mitford. E io queste sorelle, di aristocratica famiglia, le conoscevo abbastanza bene per aver letto molto su di loro”. In quanto erano figure note, a volte anche prese di mira dalla satira. Tanto è vero che Ben Macintyre, giornalista del Times, le aveva brutalmente etichettate come “Diana la fascista, Jessica la comunista, Unity l’amante di Hitler, Nancy la romanziera, Deborah la duchessa e Pamela la discreta esperta di pollame”. 
Quindi - annota ancora Jessica Fellowes - “mi risultava tutto sommato facile catapultarmi, oltre che nel loro privato, nella Londra degli anni Venti, una città dove a tenere banco erano peccaminosi night club, il jazz imperante, i vestiti che si accorciavano a fronte del gusto del proibito che stava contagiando anche le donne…”. 
Detto questo spazio alla sinossi di Scandalo in casa Mitford, ambientato nell’Inghilterra del 1928. “È una tiepida serata di giugno, Hyde Park è in piena fioritura e il ballo dei Guinness, al culmine della stagione londinese, vede radunata negli ampi saloni di Grosvenor Place tutta l’élite della società. Anche Nancy e Diana Mitford sono lì, e la loro presenza non sfugge a Louisa Cannon, la quale, dopo aver lasciato l’impiego di dama di compagnia proiprio delle sorelle Mitford, ha dovuto ripiegare su un lavoro come cameriera nelle cucine di Grosvenor Place. Sono trascorsi alcuni anni dal loro ultimo incontro e Diana, a differenza di Nancy, appare molto cambiata. La bellezza del suo viso, che nell’adolescenza era stata come un abbozzo a gessetto, è ora un dipinto a olio dalle magistrali sfumature rosa pallido e crema”. 
In virtù di “questo straordinario fascino, su di lei ha messo gli occhi nientemeno che Bryan Guinness, aristocratico irlandese ed erede della dinastia della birra. A un tratto, nonostante la musica e il vociare, Louisa ha l’impressione di udire uno scricchiolio, seguito da un grido acuto e da uno schianto. A terra, tra i frammenti di vetro, una giovane cameriera giace morta, mentre in alto, sopra di lei, un’altra è aggrappata al lampadario, gli occhi serrati dal terrore e la bocca spalancata”. 
L’indagine, affidata al detective Guy Sullivan, viene però ben presto archiviata. Secondo lui, infatti, le due giovani cameriere stavano sbirciando la festa dal lucernario, lucernario che a un certo punto aveva ceduto e così loro erano precipitate. Un caso tragico quanto drammatico, ma semplice. Sin troppo semplice. 
“Sette mesi dopo, Diana e Bryan convolano a nozze e partono per una luna di miele da favola in quel di Parigi, tra ricevimenti glamour e serate con gli amici a teatro o nei locali notturni. Diana è accompagnata da Louisa, che ha voluto con sé come cameriera personale. Ma quello che promette di essere un viaggio da favola si trasforma ben presto in un incubo per i due coniugi, coinvolti nello scandalo dell’improvviso e misterioso decesso di un amico di famiglia, Shaun Mulloney, trovato morto nel suo letto dopo una cena trascorsa assieme”. 
Tutto porta a pensare a una tragedia senza spiegazione. Solo a Louisa Cannon sembra di scorgere un collegamento tra Shaun e la giovane cameriera precipitata dal lucernario a Grosvenor Place alcuni mesi prima. Sarà vero? Leggere per scoprirlo… 


A questo punto una proposta fuori dal coro: quella legata alla penna di Carsten Stroud (nato nel 1946 in Germania da madre tedesca e padre canadese, ma oggi accasato a Toronto), che per i tipi della Longanesi è tornato nelle nostre librerie con La scintilla del male (pagg. 330, euro 19,50, traduzione di Sara Crimi e Laura Tasso), un thriller avvolgente e destabilizzante incentrato su un protagonista che non mancherà di lasciare il segno. 
Stroud, si diceva, che avevamo imparato a conoscere nel 2010 quando, sempre per i tipi della Longanesi, era sbarcato in Italia con il primo episodio della trilogia Niceville, una cittadina dove il male è nato prima degli uomini. Un’oasi nel verde piena di segreti, dove la gente sparisce nel nulla e dove la vendetta sembra attendere dietro l'angolo. Dove a tenere banco è una maligna attività sovrannaturale. Risultato? Un romanzo condito di ogni sorta di malvagità e di inquietanti situazioni. Ma anche, di riflesso, tanto affascinante quanto commovente. 
Trilogia che si sarebbe arricchita con I confini del nulla e La resa dei conti, a conferma di una sorprendente verve narrativa (che ha conquistato autori del calibro di Stephen King e Donato Carrisi), frutto di una lunga esperienza maturata nel campo della cronaca nera in un piccolo giornale della California in abbinata al suo successivo ruolo di poliziotto nella squadra omicidi di New York. Ferma restando una sbrigliata fantasia a supportare l’esperienza maturata sul campo.   
Sta di fatto che Stroud, abile come pochi nel mescolare i generi, si propone ora con un nuovo lavoro mozzafiato che vede protagonista il sergente Jack Redding della Florida Highway Patrol il quale, al suo primo giorno di addestramento della recluta Julie Karras, rimane coinvolto nell’inseguimento di un Suv che si conclude tragicamente, mentre la bella signora bruna al volante riesce a fuggire. 
Guidato dal sospetto di averla già vista, Redding - un adrenalinico personaggio secondo il Library Journal, dotato di un intuito paragonabile a quello di Harry Bosch di Michael Connelly - cercherà di rintracciarla. E in effetti l’intuito non lo tradisce: suo nonno Clete, anche lui poliziotto a Jacksonville, stava infatti cacciando la stessa donna nel 1957. Ma come può essere davvero lei? 
Sarà così che Redding, un agente d’azione supportato dalla collega Pandora Jansson, si ritroverà a inseguire una misteriosa serial killer attraverso spazio, tempo ed eventi soprannaturali: dall’attuale Jacksonville a St. Augustine, completamente sotto il giogo della mafia nel 1957, fino al quartiere francese di New Orleans nel 1914. Ma la posta in gioco cambierà del tutto quando Jack, che solo pochi mesi prima ha perso moglie e figlio in un terribile incidente, dovrà affrontare una scelta impossibile: aiutare suo nonno a catturare l’assassina, tentando disperatamente di cambiare il tempo stesso per salvare la sua famiglia... 
Che dire: per gli amanti del genere una chicca da non perdere, imbastita su un arco temporale lungo oltre un secolo, durante il quale i personaggi “viaggiano attraverso la Rilucenza, ovvero la scintilla energetica della vita che lascia un corpo ormai morente”. Ma non spaventatevi, cari lettori, perché questa storia ricca di suspense - che si sviluppa fra presente e ben orchestrati flash-back - risulta paradossalmente di semplice quanto intrigante leggibilità, a fronte di un linguaggio crudo e al tempo stesso accattivante. 
Ferma restando una annotazione dell’autore volta a elencare “le regole di ingaggio con il Tempo”, annotazione che si conclude con una considerazione sul ruolo e gli obiettivi dei suoi personaggi. “Jack, Clete, Selena, Annabelle e Pandora - tiene infatti a precisare - non stanno cambiando il futuro che hanno lasciato, ma quello verso il quale sono diretti”. Ed è quello che facciamo tutti, “che ne siamo o meno consapevoli”.

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