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Una festa di Capodanno, quattro giovani viziati e una posta in gioco davvero troppo alta

In prima mondiale un accattivante romanzo breve firmato dalla svedese Camilla Läckberg. A seguire il noir storico scritto da Nicola Verde e la ragazza dai poteri sconfinati di Marco Scandigli


17/05/2021

di MAURO CASTELLI


Camilla Läckberg, un nome e soprattutto una garanzia. Una delle penne più interessanti partorite dai Paesi scandinavi sulla scia del successo ottenuto dalla Millennium Trilogy firmata dal suo connazionale svedese Stieg Larsson. Una trilogia pubblicata postuma in quanto l’autore era stato stroncato nel 2004 da un infarto mentre partecipava a una riunione di redazione del suo giornale. Prima quindi di poter assaporare l’exploit mondiale ottenuto dai tre libri della serie, un caso editoriale da ottanta milioni di copie. Cui vanno aggiunte le storie legate alla penna autorizzata di David Lagercrantz, già autore di diversi romanzi e di tre biografie, in primis quelle del matematico Alan Turing e del calciatore Zlatan Ibrahimović. 
Ma non se la cava male, in termini di scrittura e di vendite, anche Jean Edith Camilla Läckberg Eriksson (così all’anagrafe), nata a Fjällbacka, in Svezia, il 30 agosto 1974, madre di quattro figli, frutto di una vita sentimentale per così dire complicata. Si era infatti sposata la prima volta con Micke Eriksson, dal quale ha avuto Wille e Meja prima di divorziare nel 2007; una seconda nel 2010 con Martin Melin, poliziotto e vincitore della Expedition Robinson, nonché padre di Charlie; infine una terza nel 2017 con Simon Sköld, lottatore di Mma, che l’ha resa madre per la quarta volta di Polly. 
Per la cronaca questa scrittrice è molto amata dai lettori italiani, che l’hanno imparata a conoscere e ad apprezzare nelle tredici storie pubblicate dalla Marsilio (La principessa di ghiaccio, Il predicatore, Lo scalpellino, L’uccello del malaugurio, Il bambino segreto, La sirena, Il guardiano del faro, Il segreto degli angeli, Tempesta di neve e profumo di mandorle, Il domatore di leoni, La strega, La gabbia dorata, Ali d’argento). Mentre per i tipi della Einaudi è arrivata sugli scaffali con Donne che non perdonano e ora, in prima edizione mondiale, con Il gioco della notte (pagg. 114, euro 14,00, traduzione di Catia De Marco). 
Un racconto lungo o romanzo breve che dir si voglia, nel quale la Läckberg scandaglia magistralmente gli abissi dell’adolescenza e il luogo più oscuro e minaccioso che ci sia: la famiglia. Una storia peraltro incentrata su quattro ragazzi, una festa di Capodanno e l’ebbrezza di un gioco in cui la posta diventa sempre più alta. 
In scena, mentre “i fuochi artificiali cadono come paracaduti colorati e girandole luminose esplodono in cielo”, incontriamo Max, Liv, Anton e Martina intenti a festeggiare tra loro la fine dell’anno. “Ragazzi ricchi, belli e viziati che per il mondo indossano una maschera impeccabile, dietro la quale però nascondono odio e dolore”. 
Secondo logica la festa è di quelle riservate ai figli di papà. Il catering serve infatti aragoste, caviale, champagne, mentre i quattro giovani possono attingere anche alle bottiglie da collezione che sono in cantina. Ovviamente non mancano di amoreggiare e fumare, oltre a spiare i genitori nella casa vicina. E per passarsi il tempo iniziano a giocare. Dapprima a Monopoli, poi a Obbligo o Verità. E ben presto quel passatempo, malizioso soltanto in apparenza, “deflagra nell’occasione per mettersi a nudo e liberarsi, finalmente, del peso della verità”. Purtroppo oltrepassando il… confine. 
Che dire: un lavoro dal finale inaspettato che, pur nella sua brevità, cattura, intriga e si nutre di una scrittura avvolgente e asciutta, che in ogni caso induce alla riflessione. E che soprattutto - il mestiere è mestiere - scorre via liscia come l’olio. 
Che altro di Camilla Läckberg? Ricordiamo che dopo aver studiato Economia a Göteborg si era trasferita a Stoccolma (dove tuttora abita) per darsi da fare nel marketing. Attività che avrebbe abbandonato, una volta assaporate le luci della ribalta, per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, sino ad allora per lei una sorta di hobby (oltre ai gialli, ha anche pubblicato un saggio, libri di cucina e racconti per bambini). 
Le sue storie nere - più volte premiate dall’Accademia svedese del poliziesco - sono state travasate nella serie televisiva Omicidi tra i fiordi e risultano per la maggior parte ambientate nella cittadina costiera di Fjällbacka (dove, come accennato, l’autrice è nata e dove ha vissuto anche la grande attrice Ingrid Bergman), con protagonisti l’ispettore Patrik Hedström e la scrittrice Erica Falck. 
Camilla Läckberg, si diceva, che per non farsi mancare nulla si propone anche come una imprenditrice di successo nonché come una delle fondatrici di Invest in Her, una società che finanzia imprese gestite dalle donne e per le donne in quanto impegnata per la parità di genere, ovvero per l’abbattimento delle disparità salariali. 


A questo punto la parola a Nicola Verde, nato a Succivo in provincia di Caserta il primo marzo 1951, ma oggi di casa a Roma dove vive e lavora. Una penna vincitrice di numerosi premi, fra i quali il Lovecraft, e vari concorsi, come Lama e Trama. Inoltre, fra i suoi lavori, Sa morte secada è stato semifinalista al premio Scerbanenco; Un’altra verità, vincitore del premio Qualità editori indipendenti; Le segrete vie del maestrale, finalista al Festival Mediterraneo del giallo e del noir, e La sconosciuta del lago, vincitore della sezione romanzi storici dello stesso premio. A sua volta Il vangelo del boia è stato finalista al premio Alberto Tedeschi e al Premio Acqui Storia. 
Lui che dopo aver dato voce al personaggio di Mastro Titta nel citato Il vangelo del Boia e averlo riproposto ne La lama del boia, lo fa ora tornare in scena In Mastro Titta e l’accusa del sangue. Roma 1859, un’indagine del boia papalino (Fratelli Frilli, pagg. 304, euro 14,90), un noir colto e ammiccante, sebbene frutto dell’immaginazione nonché della libera interpretazione dell’autore, capace di addentrarsi con garbo e intelligenza fra le pieghe della mitologia antisemita. 
Ma veniamo alla sinossi. Roma gennaio 1869: Giovanni Battista Bugatti - più noto come Mastro Titta (maestro di giustizia), di professione aggiustatore di ombrelli oltre che boia al servizio del papa-re con 516 lavori eseguiti a regola d’arte - detta le sue memorie allo scrittore Ernesto Mezzabotta. 
Roma, dieci anni prima. La scomparsa di un neonato, figlio di un ufficiale francese, fa temere un nuovo “caso Mortara”, ovvero il sequestro da parte delle autorità clericali di un bambino ebraico il 23 giugno 1858, cui fece seguito il suo trasferimento a Roma sotto la custodia di papa Pio IX per esser allevato come cattolico. Nel nostro caso il bambino, nato ebreo, sarebbe stato sottoposto a un “battesimo forzato” da parte della sua balia. Potrebbe quindi essere stato rapito dai gendarmi pontifici per essere condotto nella casa dei catecumeni per venire allevato nella fede cristiana… 
E qui la vicenda abbraccia la Storia. Siamo infatti nel momento più delicato in cui si sta decidendo l’alleanza franco-piemontese contro l’Austria. Potrebbe quindi essere stato vittima, il bambino, della “longa manus” di una delle due potenze per screditare lo stato pontificio affinché Napoleone III possa schierarsi senza suscitare le ire e lo sdegno dei cattolici europei. Ma potrebbe anche trattarsi, più semplicemente, della fuga della giovane nutrice per sottrarre il neonato alle “grinfie” pontificie. 
Ma quando il bambino e la balia verranno trovati trucidati, omicidi ai quali ne seguiranno altri, a queste prime ipotesi se ne aggiungeranno di nuove. Che si tratti di gelosia? Oppure si deve dar credito a “l’accusa del sangue”, il mito secondo il quale gli ebrei usavano il sangue dei bambini cristiani nell’impasto del pane azzimo? Oppure le ragioni di quel “furore assassino” risiedono altrove? 
Di fatto la storia raccontata da Nicola Verde prende spunto da una vicenda realmente accaduta il 15 aprile del 1859, durante il periodo pasquale, quando la scomparsa di un bambino creò parecchio scompiglio nella popolazione romana. Tanto più che la madre, sollecitata da un barbiere-cartomante, accusò apertamente gli ebrei di averlo rapito per i loro riti sanguinari. Non bastasse, a soffiare sul fuoco ci avrebbe pensato il foglio papalino Il vero amico del popolo, pubblicando un articolo sulla scomparsa di un cittadino francese all’interno del quartiere ebraico di Smirne. 
“Ma ci fu anche - annota l’autore - chi attribuì il rapimento a un piano ordito dai piemontesi con l’avallo dei francesi per accelerare il processo di alleanza, nel momento in cui, minando (come già accennato) la credibilità dello stato Vaticano, si liberava Napoleone III dalla preoccupazione di scatenare le ire dei cattolici europei. Insomma, anche in questo caso, come spesso capita, politica, quotidianità, pregiudizi, interessi di Stato e non, si andarono confondendo”. Fermo restando che “nel mio romanzo non succede solo questo, a fronte di una vicenda dai risvolti gialli che ho cercato di ricucire attraverso il filo della fantasia”. 
Venendo al dunque: in scena ritroviamo Mastro Titta, appunto il famoso boia papalino, in abbinata ai suoi due amici, Amilcare Laudadio, ispettore di polizia di Borgo, e Giuseppe Marocco d’Imola, poeta e tornitore. E saranno loro a cercare di venire a capo del citato mistero. Certamente non facile da risolvere. Ci riusciranno? Leggere per sapere. 
In sintesi: una storia che graffia e induce alla riflessione; un racconto che si legge che è un piacere e che non fa sconti a una città, Roma appunto, che pochi conoscono nella sua vera dimensione ottocentesca. Di fatto una capitale sporca, puzzolente, addormentata e alle prese con le confraternite che accompagnavano i condannati al patibolo, ma al tempo stesso fascinosa, incantevole e seducente. Poteva essere diversamente? 


Di tutt’altra farina risulta invece impastato l’ultimo romanzo firmato da Marco Scardigli, saggista e scrittore nato a Novara l’11 maggio 1959, già  docente a contratto di Storia coloniale presso l’Università di Pavia. Una penna che si era inizialmente conquistato uno spazio sugli scaffali con diversi lavori legati alla storia e alla cultura bellica, salvo poi dedicarsi anche alla narrativa. Pubblicando, fra l’altro, Evelyne. Il mistero della donna francese (Premio Selezione Bancarella), Tina e il mistero dei pirati di città e ora Sibil (Rizzoli, pagg. 412, euro 19,00). 
Un libro fuori dalle righe, che vede protagonista una ragazza capace di entrare in qualsiasi dispositivo digitale, in altre parole dai “poteri sconfinati”. Che troviamo aggregata come risorsa segreta a una squadra della Guardia di Finanza formata da sole donne. 
Come da sinossi Sibil, almeno in apparenza, è una ragazzina che mangia riso in bianco e ha bisogno di caldo e silenzio. Ma questa è soltanto la sua scorza difensiva, in quanto beneficiaria di un passato misterioso che le ha lasciato in eredità incredibili capacità. Possiede infatti “tutte le abilità di qualsiasi essere umano, ma la sua mente nasconde ben altro: è infatti in grado di conoscere ogni cosa trasmessa per via digitale. In altre parole è molto più potente di un computer e, soprattutto, più pericolosa. E anche la sua stessa esistenza è un segreto”. 
Per questo il colonnello Marisa Santandrea non può rivelare alla propria squadra chi è Sibil (alle prese con una lotta interiore che la vede in bilico fra il suo lato umano e quello di una macchina), il loro vero asso nella manica. Lei che, insieme ai capitani Addolorata Rubino e Mariangela Ortiga, fa parte di un’unità speciale della Guardia di Finanza apparsa dal nulla, alle prese con un’indagine di alto profilo: quella legata a un traffico di capitali illeciti tra l’Italia e la Svizzera al cui interno si nasconde un mistero. 
Le tre donne stellate (ma quante difficoltà risultano legate ad accettare una persona dotata di certi poteri come quelli di Sibil) sono conosciute nell’ambiente per essere esperte, toste e soprattutto infallibili. Ora, però, si trovano in difficoltà. In quanto il caso su cui lavorano è divagante, nonché sempre più intricato a fronte di un nemico che sembra essere inafferrabile. E sarà appunto Sibil (nome in codice Cinese) la loro ultima risorsa quando tutto sembra perduto. In quanto l’intelligenza artificiale può avere interessanti applicazioni anche nel campo della lotta contro il crimine. 
A sostenerlo d’altronde è lo stesso autore. “Pur non essendo un grande esperto - ha tenuto a precisare in una intervista - ritengo che l’intelligenza artificiale possa rappresentare una grande opportunità per il genere umano. Ma al tempo stesso - vista la mancanza di empatia da parte di una macchina - anche un pericolo: questo dipenderà da noi”. 
Come da note editoriali, peraltro condivise, si tratta di “un thriller trascinante e ricco di colpi di scena”, di accattivante lettura, forte di una scrittura a tratti anche piacevolmente ironica, nel quale Marco Scardigli “esplora con abilità e delicatezza la frontiera in cui umano e digitale si fondono, dando vita a un personaggio nuovo, indimenticabile”. Sibil, appunto, che c’è da supporre, visto il finale aperto di questo romanzo, avrà presto nuova vita letteraria…

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