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Una frase di troppo e un cold case rischia di travolgere il Pm romano Manrico Spinori della Rocca…

Giancarlo De Cataldo torna in scena per la terza volta con il suo riuscito protagonista seriale. Gli altri spot? Per Dario Galimberti ed Enrico Luceri


21/06/2021

di MAURO CASTELLI


Su Giancarlo De Cataldo - una delle penne più raffinate e accattivanti della nostra narrativa gialla - abbiamo già detto e ridetto. Una penna capace di regalare dubbi ed emozioni all’insegna di storie semplici ma mai banali, abile come quella si pochi altri nel guidarci fra i sentieri stretti di verità impreviste, ma anche nel giocare a rimpiattino - all’insegna di colpi di scena e curiosi risvolti - con quello che non ti saresti mai aspettato. 
Sarà forse per quel suo lavoro di giudice di Corte d’Assise che lo porta a confrontarsi, in quel di Roma, con le molte facce dei nostri mali quotidiani? Come nel caso - tanto per citare - del suo protagonista seriale, ovvero Manrico Spinori della Rocca, detto il contino, Pubblico ministero sotto il Cupolone nonché melomane incallito. 
“Un uomo capace di risolvere anche i casi più complessi ascoltando l’opera lirica. Perché non esiste esperienza umana che il melodramma non abbia già raccontato. Delitto incluso”. Un personaggio che l’autore aveva fatto debuttare ne Io sono il castigo e poi rimesso in pista in Un cuore sleale, entrambi editi lo scorso anno per i tipi della Einaudi, che ora lo ripropone per la terza volta ne Il suo freddo pianto (pagg. 228, euro 17,50). Titolo peraltro anomalo, divagante, anche se in termini di lettura con un suo perché. 
Un lavoro nel quale l’autore ci propone il Contino in un periodo abbastanza tranquillo della sua vita professionale, un po’ meno per quella privata che lo vede alle prese con una complicata vita sentimentale e con le marachelle di una madre ludopatica. Fortuna vuole che ci sia la lirica a regalargli briciole di serenità. Almeno sino a quando un vecchio caso riemerge dal passato rischiando di travolgerlo. 
Come da sinossi, tutto succede in maniera inaspettata: ovvero da una frase di un pentito buttata lì in maniera all’apparenza casuale, che produce però un piccolo terremoto in procura. Perché a dar retta a er Farina - spacciatore con contatti importanti nella malavita organizzata - dieci anni prima il dottor Spinori non aveva fatto un buon lavoro occupandosi dell’assassinio di Veronica, escort transessuale d’alto bordo. Del quale delitto era stato accusato un uomo che, a causa dello scandalo, si era tolto la vita. 
D’altra parte le prove erano schiaccianti; eppure, adesso, tutto torna in discussione. Un colpo al cuore per un magistrato attento come Manrico, che era rimasto segnato da       quel suicidio a fronte di una ferita ancora aperta. Lui che non aveva mai dimenticato che davanti a lui non c’erano soltanto sospetti, indagati, testimoni reticenti, potenziali delinquenti, in qualche caso veri assassini. C’erano innanzi tutto esseri umani. E ora che è rispuntato er Farina a rimestargli il coltello nella piaga… 
Alle prese con un rimescolio di emozioni, il nostro Pm diventerà ombroso e, nel generale scetticismo, riaprirà le indagini, scoprendo un intrigo di cui nessuno poteva sospettare. E questa volta, più delle altre, avrà bisogno della sua squadra, un affiatato gruppo di formidabili investigatrici che, per l’occasione, registrerà anche un nuovo ingresso. 
A questo punto un assaggio di questa intrigante storia attraverso l’incipit del romanzo: Quando il presidente della sesta sezione del tribunale gli dette la parola, Manrico Spinori della Rocca, pubblico ministero in Roma, si alzò e, prima di pronunciare la requisitoria, si soffermò sugli imputati, seduti accanto al loro avvocato, con sei nerboruti agenti della polizia penitenziaria piazzati a gambe larghe e braccia conserte alle loro spalle. Lei doveva essere stata una bellezza, prima che la coca iniziasse la sua opera devastatrice. Il basista era un bellimbusto dall’aria stolida: lí la coca doveva aver già fatto strage di neuroni. Quanto al terzo, aveva rinunciato a comparire. Tossici e rapinatori. 
Una delle tante storiacce di cocaina, neanche fra le piú turpi, per una grande città come Roma. Il caso era elementare. Manrico si schiarí la voce, osservò che i fatti erano chiaramente provati e chiese condanne miti, poi tornò a sedersi, in attesa dell’arringa. Aveva sperato che la richiesta di una pena ragionevole inducesse il difensore degli imputati a una maggiore sobrietà espositiva. Speranza vana. Un’ora dopo l’avvocato Raffuciello non aveva ancora esaurito gli argomenti a sostegno di una tesi difensiva che, facendosi beffe della realtà, puntava all’assoluzione piena. 
Era il primo lunedì di gennaio. Il peso del ritorno al lavoro si avvertiva nell’aria estenuata degli avvocati che presidiavano i banchi in attesa del proprio turno, nelle palpebre pesanti del cancelliere, negli sguardi di odio dei tre giudici che non avevano nessuno strumento per porre freno alla logorrea dello scatenato Raffuciello. Manrico sospirò. La giornata si profilava complicata. Erano le undici passate e stavano trattando il terzo dei dodici processi in calendario. Di questo passo si sarebbe fatta notte. Con un cenno Manrico chiese il permesso di allontanarsi al presidente, che lo concesse con un lampo d’invidia nello sguardo: beato te che puoi almeno sgranchirti le gambe. Nel corridoio illuminato dal freddo neon ministeriale chiamò Camillo: il fedele maggiordomo e sua madre sarebbero rientrati quel pomeriggio da Cortina... 
De Cataldo, si diceva. Un numero uno con la passione per il sigaro toscano e la pallavolo, che - come ha avuto modo di raccontarci tempo addietro e che amiamo riproporre pari pari - si professa figlio di Balzac (“Un autore che mio padre, professore di francese, mi obbligava a leggere quand’ero ancora un bambino”). Lui che è nato a Taranto il 7 febbraio 1956, ma che dal 1974 (“Anno in cui mi iscrissi alla facoltà di Giurisprudenza per volere di papà, visto che non mi voleva professore di Lettere come lui”) vive e lavora a Roma - una città in bilico fra fiction e realtà - con una doppia passione incorporata: quella del magistrato e quella dello scrittore. 
Una passione, quest’ultima, che lo ha portato a scrivere una trentina e passa di romanzi (alcuni dei quali firmati a quattro mani), un paio di testi teatrali, 18 sceneggiature e una dozzina di soggetti cinematografici, oltre a collaborare con diverse testate giornalistiche. 
Lui che è sposato da una vita con Tiziana (“Amare una donna per decenni ci vuole un lavoro di fino, è quasi una forma d’arte”, ironizza), dalla quale ha avuto un figlio che oggi ha 25 anni, sa suonare diversi strumenti e fa il cantautore (“Il suo nome d’arte è Gabriele Deca”); lui che aveva debuttato nel 1989 con Nero come il cuore, per poi regalarsi altri libri a suo dire “avari di riscontri”, sin quando era sbarcato in libreria, nel 2002, con il lavoro che ne avrebbe decretato il vero successo, ovvero Romanzo criminale, incentrato sulle vicende della banda romana della Magliana attiva negli anni Settanta. 
“Si trattò di una piacevole sorpresa, tanto più che l’editore, in quel caso la Einaudi, aveva mostrato non poche perplessità a darlo alle stampe. E soprattutto sorpresa deve averla destata in quel noto manager di cultura che - mi piace pensare lo abbia fatto soltanto per esorcizzarne il successo - si era lasciato scappare una infelice battuta: Ma sì, che venga pure pubblicato, tanto non ne venderà una copia...”.  
Un romanzo, per contro, che gli sarebbe valso il Premio Giorgio Scerbanenco, la realizzazione dell’omonimo film diretto da Michele Placido (dove lo stesso De Cataldo interpreta il magistrato che legge la sentenza, con il rammarico ancora vivo di “quella pettinatura impossibile, con i capelli laccati di lato”, cui era stato sottoposto), nonché la base per una apprezzata serie televisiva firmata da Stefano Sollima. 
A quel punto il suo percorso narrativo avrebbe imboccato - a fronte di traduzioni in diversi Paesi - una strada tutta in discesa. Vogliamo ricordare qualche titolo? Nero come il cuore, Nelle mani giuste, Onora il padre. Quarto comandamento, Il padre e lo straniero, La forma della paura, Trilogia criminale, I Traditori (ambientato nel Risorgimento italiano), Io sono il Libanese, In giustizia, Il combattente, Nell’ombra e nella luce, L’agente del caos, Quasi per caso (edito nella storica collana “Il Giallo Mondadori”) e Alba nera. Ferme restando le tre puntate legate al citato Manrico Spinori della Rocca. Insomma, una bella collezione di successi. 


Il secondo spot è legato alla penna di Dario Galimberti, un architetto prestato alla narrativa (“Mi piace paragonare lo scrivere al progettare un edificio”) che vive a Lugano e la cui penna è legata a cinque romanzi di discreto successo: Il bosco del Grande Olmo, il suo primo libro, seguito da Lo chiameremo Argo, Il calice proibito, L’angelo del lago e Un’ombra sul lago, finalista al Giallo Ceresio nonché vincitore sia del Fai Viaggiare la tua Storia che del premio Laghi. 
Galimberti che ora si propone con La ruggine del tempo (Libro|Mania, pagg. 288, euro 12,90), un lavoro ambientato a Lugano e sviluppato su due piani temporali (nel 1931 e mezzo secolo prima), frutto peraltro di un robusto lavoro di ricerca e documentazione, che vede in scena per la terza volta il delegato di polizia Ezechiele Beretta, massima autorità della gendarmeria della città di Lugano: un tipo solitario, non violento, se vogliamo autorevole, fondamentalmente buono. “Un uomo che guarda il suo mondo con preoccupazione e con tanta malinconia perché nel domani intravvede solo troppe incertezze”. 
E per quanto riguarda l’ambientazione? “Mi piace collocare i miei personaggi - ha avuto modo di precisare l’autore - in luoghi specifici, riconoscibili e facilmente immaginabili (che si nutrono anche di un glossario finale volto a riproporre gli avvenuti cambiamenti delle vie nella città di Lugano)”. D’altra parte “l’orografia che mi circonda si presta a strutturare innumerevoli situazioni narrative: la città e il lago che la bagna; il fiume e la sua foce in perenne movimento; le ingombranti montagne che nascondono l’orizzonte; i boschi a pochi minuti dal centro, e un cielo quasi sempre blu”. 
Che altro? A detta dell’autore “le vicende narrate, ovviamente incentrate su una trama gialla, si soffermano anche su architetture di un certo valore che purtroppo sono state vittime delle ruspe e dei picconi. Con la speranza di essere riuscito, attraverso la narrazione, di dare una seconda chance, una nuova vita a queste opere. Magari generando un po’ di curiosità e di interesse anche per le altre descritte”. 
Veniamo ora alla trama che parte dal 1881, quando una banda di ladri penetra nel castello di Trevano, a Lugano, facendo razzia di preziosi. Poco dopo Vera von Derwies, figlia del barone proprietario del castello, muore in seguito a una caduta da cavallo. E nei giorni successivi la tragedia torna ad abbattersi sul maniero: vengono infatti trovati senza vita lo stesso barone e un giovane inserviente, Nuto. 
Cinquant’anni dopo, l’anziana Liside chiama al proprio capezzale il figlioccio Ezechiele Beretta, come detto la massima autorità della polizia cittadina, e gli chiede di indagare sulla morte di Vera. Ormai prossima alla fine, la donna - all’epoca dei fatti in servizio al castello - non riesce ancora a darsi pace, essendo convinta che quella caduta da cavallo non sia stata accidentale. 
Nonostante le circostanze della richiesta e le prove inconsistenti, Beretta si interessa al caso e, assistito dall’appuntato Bernasconi, appura che le teorie di Liside non sono del tutto campate in  aria. E che qualcosa non quadra neanche nella morte del povero Nuto. Oltre tutto a un certo punto l’indagine storica si sovrappone a quella su una morte più recente e altrettanto misteriosa, che porta Beretta a scontrarsi con personaggi in vista della Lugano che conta. Mentre si tingono di sangue le acque blu del lago che bagna la città. 
Il giudizio? Un lavoro di piacevole lettura, capace di riportare il lettore, con accurata malizia, negli anni compresi fra il Primo e il Secondo conflitto mondiale, periodo in cui “il tempo sembrava fermarsi tra la voglia di ricominciare e la paura di ritrovarsi nuovamente senza nulla”. Ferme restando le recriminazioni dell’autore, contenute in una nota, sulla disinvoltura con la quale i suoi concittadini amino, sbagliando, liberarsi da ciò che “sa di vecchio”. Una pratica che non sembra arrestarsi, annota infatti con amarezza il nostro architetto, come nel caso del Castello di Trevano, capolavoro neoclassico (“Che fa parte della mia vita”, tiene a precisare) voluto dal barone russo Pavel Grigor’revic von Derwies, segretario privato dello zar, e a quei tempi uno degli uomini più ricchi d’Europa. 
Dario Galimberti, si diceva, già responsabile del corso di laurea in Architettura della Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana (Supsi) nonché professore in progettazione architettonica, che nel 1991 ha incassato per la sua attività professionale il Premio internazionale di architettura Andrea Palladio e nel 2010, per quella accademica, il premio Credit Suisse Award For Best Teaching. Lui autore anche di scritti specialistici su riviste di settore e alcuni testi professionali (tra i quali La Santa casa Lauretana a Sonvico e Gli strumenti da disegno prima del computer).

Riflettori puntati, in chiusura di rubrica, su Enrico Luceri, nato a Roma il 12 febbraio 1960, attivo dalla metà degli anni Ottanta - forte di una laurea in Ingegneria - nel campo dell’impiantistica per progetti. Lui con un debole dichiarato per il giallo deduttivo in stile Agatha Christie (“La parola alla difesa è il romanzo che preferisco”), come pure per Cornell Woolrich (La sposa in nero in primis) e gli esponenti del gotico americano. Senza dimenticarsi di quella chicca firmata da Earl Derr Biggers e intitolata Charlie Chan e il cammello nero
Lui portatore, come ha avuto modo di precisare in un recente passato, di due personalità: quella privata, introversa, solitaria, taciturna, scettica, diffidente e dalle poche certezze, costretta dalla coscienza e dal senso del dovere a impegnarsi faticando; la seconda, quella appunto del giallista, che per contro lo vede sicuro, socievole, fiducioso, disponibile al dialogo e agli incontri, impegnato appunto a scrivere storie di mistero e di suspense. 
Lui che assicura di essere stato un lettore precoce (“Sono migliaia le storie che hanno ispirato la mia fantasia”), la qual cosa - strada facendo - lo ha portato a scrivere una lunga serie di romanzi (alcuni dei quali in buona compagnia con altre penne), oltre a una settantina di racconti, editi da Mondadori, Hobby & Work, Bertoni, Damster, Mondoscrittura, Tea e Fratelli Frilli. 
Con la quale editrice genovese è tornato ora sugli scaffali con La stanza del silenzio (pagg. 204, euro 14,90). Un lavoro che ha un suo perché legato a un enigma del passato sul quale indaga il commissario Montefiori. Una storia attenta ai dettagli, nella quale tengono banco alcuni protagonisti ben tratteggiati e di intrigante impatto. 
A tenere la scena è una donna ossessionata dal passato, Carla Manara, il suo defunto marito Roberto (con la tecnica del flash back) e sua madre Carla. E poi il titolare e l’ex titolare di un albergo (dove appunto una decina di anni prima era avvenuto l’omicidio), un pensionato, una ex domestica e un vecchio cliente della struttura, nonché una prostituta. Personaggi, come successo nei suoi altri romanzi, ai quali Luceri si affeziona, “sia pure con un certo distacco. Perché in fondo - tiene a precisare - mi servono, li uso, li faccio recitare a mio piacimento. Per poi farli uscire di scena al momento giusto”. 
Ma veniamo alla trama de La stanza del silenzio. Carla Manara credeva di essere guarita dal trauma doloroso che l’aveva colpita dieci anni prima, quando suo marito Roberto era stato assassinato in un modesto ed equivoco albergo di Roma, probabilmente dalla donna con la quale era stato visto allontanarsi dalla stazione ferroviaria. 
Carla non ne aveva mai accettato l’omicidio, anche perché la polizia non era riuscita a rintracciare la presunta assassina, la donna dai lunghi capelli biondi e il viso nascosto da un paio di grossi occhiali neri che lo aveva sgozzato con un rasoio. Dopo dieci anni, e un equilibrio personale raggiunto faticosamente, il trauma di Carla si risveglia all’improvviso quando legge su un quotidiano che l’edificio dove fu commesso l’omicidio del marito sarà smantellato per diventare una multisala cinematografica. Così decide di partire dalla cittadina in cui vive per andare ad alloggiare proprio nell’alberghetto del mistero, spinta dall’ossessione di trovare una spiegazione sulla morte del marito. 
Ovviamente sceglie la stessa stanza del delitto, la numero dieci, e cerca di ricostruire con pazienza cosa accadde davvero, rintracciando i testimoni dell’epoca, esplorando quegli ambienti, cercando indizi e soprattutto riflettendo. Un’indagine rischiosa, che metterà in pericolo la sua stessa vita, perché una donna la segue nell’ombra decisa a impedirle di scoprire la verità. 
Anche il tenace commissario Montefiori non ha dimenticato quel mistero lontano, e la sua indagine su un nuovo omicidio gli farà incontrare di nuovo la vedova. A fronte di un sottile, enigmatico destino comune. Quello che lega appunto Montefiori, Carla e la donna misteriosa… 
A conti fatti una storia che si nutre di una apprezzabile intelligenza narrativa, che gioca a rimpiattino fra personaggi che non mancheranno di catturare l’attenzione del lettore. Come peraltro ci ha abituato Enrico Luceri, che nel 2008 vinse il premio Alberto Tedeschi (organizzato da Il Giallo Mondadori). Una penna prolifica che strada facendo ha dato voce anche ad alcune sceneggiature e alcuni saggi sul mondo del cinema, oltre a diversi articoli in appendice alla citata collana dei Classici della casa di Segrate nella sezione “I segreti del giallo”. E questo è quanto. Alla prossima.

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