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Una giornata drammatica per il commissario Bordelli mentre a Firenze infuria la contestazione giovanile

Marco Vichi ci riporta nei momenti più caldi del 1968, giocando la sua “delittuosa” storia su tre primavere: quella studentesca, quella metereologica e quella interiore del protagonista


04/12/2017

di Mauro Castelli


Scrittore, sceneggiatore, autore radiofonico e docente di scrittura creativa in diversi laboratori, Università degli Studi di Firenze compresa; una mano calda che si è guadagnata una indubbia popolarità grazie a una lunga serie di romanzi che catturano e si leggono che è un piacere, forti di una sbrigliata fantasia pronta a sposarsi furbescamente con la realtà; la piacevolezza narrativa tipica del giornalista (“Ho scritto per diverse riviste e quotidiani nazionali, ma ora ho tirato i remi in barca per compensi che risultano irrisori”); una presenza costante sugli scaffali delle librerie a partire dal 1999, quando aveva debuttato nella narrativa di settore con L’inquilino, mentre dieci anni dopo con Morte a Firenze si sarebbe aggiudicato il Premio Scerbanenco per il miglior noir dell’anno. Primo di una ricca lista di riconoscimenti, fra i quali il Premio Fedeli, il Premio Chiara e quello delle Arti “Fiorentini nel Mondo”. 
Ma la strada degli scaffali per lui era stata difficile, benché le sue velleità letterarie fossero risultate precoci. Tanto da ricordare: “Avevo soltanto dieci anni quando decisi, emozionatissimo, di scrivere un romanzo. E mi ci misi anche di buzzo buono. Ma la mia creatività si impantanò alla prima pagina… Una volta cresciuto (del mio periodo scolastico non voglio parlare. Mi limito solo a citare Leo Longanesi, il quale ebbe a dire: Tutto quello che non so l’ho imparato a scuola) avrei spremuto la mia creatività (in abbinata a qualche lavoretto come correttore di bozze per libri di economia) per vent’anni, ricevendo soltanto rifiuti da parte degli editori. Non a caso ne conservo un faldone pieno zeppo. E molti di coloro che mi avevano snobbato - ironizza - adesso mi vengono a cercare…”. 
Per la cronaca Marco Vichi è nato a Firenze il 20 novembre 1957, anche se da trent’anni vive nel Chianti, nella casa che era stata dei genitori e che sarebbe diventata sua. Una casa circondata da alcuni ettari di terra coltivata a olivi. “Purtroppo il vecchio contadino che li accudiva è andato in pensione e ora devo arrangiarmi, magari con l’aiuto di amici. In quanto del mio olio non potrei mai fare a meno. Ma anche una casa in mezzo al verde che gli consente di gestire al meglio i suoi ritmi di vita quando non è in giro per le presentazioni dei suoi libri. Scrivendo di sera e leggendo molto di giorno. “Una passione di vecchia data - quest’ultima - che si era inizialmente nutrita di libri di storia, filosofia, poesia e di tutti gli scrittori russi dell’Ottocento, per poi allargarsi a una marea di altre belle penne, come quelle di Bukowski, Simenon, Bassani, Fenoglio, Malaparte, Primo Levi e via dicendo. Autori dai quali ho imparato a essere me stesso, che mi hanno insegnato a scrivere…”. 
Che altro? Uno spirito libero, Vichi, che ama passeggiare, andare in bici, coltivare… peperoncini; un uomo a suo dire dal carattere non facile (“Mi piacerebbe essere una persona tranquilla, ma finisco per perdere un sacco di tempo ad arrabbiarmi, a indignarmi, per usare una terminologia del passato, a causa degli inganni, dei soprusi e della mafia che attecchiscono anche nel nostro quotidiano”. 
Lui portatore di una faccia che sembra uscire da una delle sue tante storie; lui uomo schivo e, forse, anche un po’ timido, ma con i piedi per terra; lui che ama leggere la… carta e sbandiera con soddisfazione i contenuti di un articolo da poco pubblicato su La Stampa di Torino, nel quale si parla del rovesciamento di tendenza. In altre parole, stando ai più recenti dati provenienti dagli Stati Uniti, il futuro dei libri non è più elettronico, dal momento che gli acquisti tradizionali hanno superato il settanta per cento rispetto al 29,4 degli ebook. E lo ricorda con soddisfazione, dopo che un paio di anni fa aveva constatato con dispiacere il dilagare dell’editoria elettronica. 
E ancora: lui che sa giocare vincente a largo raggio, offrendosi ai suoi lettori in maniera variegata: è infatti autore di testi teatrali, di sceneggiature, di una lunga serie di racconti e una ventina di romanzi, oltre ad altri sei variegati lavori che spaziano dal graphic novel con Werther Dell’Edera (Morto due volte) ai monologhi (Noi soli. Oberto e Maria). Ma vanta anche la curatela di alcune antologie come Città in nero, Delitti in provincia, È tutta una follia e Un inverno color noir nonché la realizzazione, per Radio Rai Tre, di alcune puntate del programma Le cento lire dedicate all’arte in carcere. 
Più in particolare una penna fra le più felici del poliziesco italiano, capace di giocare con le parole a 360 gradi, peraltro diversificando, cercando rotte alternative al suo modo di raccontare. Un autore che nel 2002 aveva imboccato la strada giusta dando alle stampe Il commissario Bordelli, una specie di eroe segnato dalle disillusioni, personaggio vero quanto accattivante, che troviamo in scena in una fortunata serie di romanzi ambientati negli anni Sessanta nel capoluogo toscano. E precisamente: Una brutta faccenda, Il nuovo venuto, il citato Morte a Firenze, La forza del destino, Fantasmi del passato. E che ora ce lo ripropone, per la settima volta, Nel più bel sogno (Guanda, pagg. 604, euro19,00). 
Bordelli, si diceva, un cognome che si era inventato nel periodo in cui Vichi viveva a Parigi e che trae spunto dal francese bordélique, termine che sta per persona confusionaria. “Da qui Bordelli, dopo aver ovviamente controllato che in Italia nella realtà non ne esistesse un altro”. 
A tenere la scena in quest’ultimo lavoro - “Giocato, seppure sia pieno di morte, su tre primavere: quella studentesca, quella metereologica e quella interiore del mio commissario” - è la Firenze del 1968, scossa dal dilagare delle manifestazioni studentesche. Come da sinossi, i figli sono contro i padri, senza mediazioni né compromessi, ed è difficile capire dove stiano ragioni e torti, dove stia il male. All’ordine del giorno Università occupate, scontri con le forze dell’ordine, battaglie tra studenti di destra e di sinistra, slogan impregnati di ideali: un vortice di sogni che cozza contro una società ormai sorpassata, la quale aveva forse creduto di durare in eterno. 
Nonostante un certo disorientamento per il mondo che sta cambiando, Bordelli vive, come accennato, una primavera tutta sua. Il peso del passato sembra finalmente attenuarsi, e lui sente di poter affrontare le cose con maggiore leggerezza. E anche la sua vita amorosa sta forse andando incontro a un mutamento inatteso... Ma una giornata drammatica, una giornata di morte, costringe il commissario a confrontarsi con non pochi misteri. E quando tutto pare avviarsi verso la soluzione, in un paese vicino a Firenze un altro omicidio getta il commissario nello sconforto. Non sa davvero se questa volta riuscirà a scoprire lo spietato assassino, che forse si cela dietro un macabro messaggio. 
Detto questo, una curiosità: scorrendo le pagine de Nel più bel sogno si incontra anche una figura reale, quella del cantante Don Backy. E il perché ce lo spiega lo stesso Vichi: “Lo avevo citato, un paio di anni fa, in un altro romanzo. Lui lo aveva scoperto e mi aveva cercato. Risultato? Siamo diventati amici e si troverà ancora, nel mio prossimo lavoro, a far compagnia alla mia storica coppia, quella composta da Rosa e Bordelli. A fronte di una storia ancora ambientata a Firenze, ma nel 1969, e legato a un caso rimasto ora volutamente irrisolto…”. 
Che dire: in primis non bisogna lasciarsi mettere in soggezione dalla lunghezza del testo, in quando la scrittura di Vichi scorre via che è un piacere; poi è tutto un gustarsi la trama che, piacevolmente cadenzata, non si rifà a trabocchetti eccessivamente fuorvianti; quindi i contenuti, che si snodano e si sviluppano in un’epoca più che calda, bollente: quella stessa che avrebbe segnato pesantemente il quotidiano degli italiani. Insomma, un romanzo da leggere con rispetto, come peraltro chiede ironicamente il suo autore, in quanto la sua stesura gli è costata molti mesi di lavoro ed è stata causa di notti insonni, di abbassamento della vista e di dolori alla schiena… 
Ferma restando una precisazione: “Il colonnello Arcieri, presente in questa e in altre storie, è il protagonista della serie di romanzi firmati da Leonardo Gori ed editi da Tea. In altre parole un caro amico, con il quale l’interscambio culturale è cosa nota”. E, a Vichi, Gori non manca di ribattere: “Con Marco abbiano molte cose in comune, anche se altre ci dividono. Per fortuna, guai se la pensassimo sempre allo stesso modo…”. 
E questo è quanto. Anzi no. In quanto meritano di essere ricordati due complimenti da portarsi dietro per tutta la vita: “Un giorno, per strada, mi ha fermato una donna per esternarmi la sua gratitudine con queste parole: grazie a lei mio marito si è messo a leggere. Prima non l’avevo mai visto con un libro in mano. E altrettanto appagante sarebbe stato un altro incontro casuale, sempre per strada, con un uomo che mi disse: erano vent’anni non riuscivo più a leggere, ma con lei ho ritrovato il gusto della lettura”. Cosa chiedere di più dalla vita di uno scrittore?

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