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Una giovane spia al lavoro in quel di Londra al tempo della Brexit

Torna, con un graffiante lavoro, il re delle spy stories John le Carré. A sua volta Katarzyna Bonda racconta di uno strano carnefice mentre il penalista Ferdinand von Schirach…


03/12/2019

di Mauro Castelli


Signori, attenzione: il maestro delle spy stories, l’inglese John le Carré, è tornato sui nostri scaffali con il suo ventottesimo romanzo, La spia corre sul campo (Mondadori, pagg. 256, euro 20,00, traduzione di Elena Cappellini), un lavoro ancora una volta graffiante e al tempo stesso capace di abbinare umorismo e tensione. Lui davvero abile nel mettere in scena un feroce ritratto dell’Inghilterra dei nostri giorni alle prese con la Brexit della discordia. In altre parole ficcandosi “nei labirinti della giurisprudenza inglese per il puro piacere - ironizza - di farmi trarre in salvo da Philippe Sands, scrittore e consigliere della Regina”. 
Spy stories che, tradizionalmente, godono di grande popolarità fra il pubblico dei lettori, sono sfruttate piene mani dal grande e dal piccolo schermo, ma non attizzano più di tanto i critici, salvo rare eccezioni: è il caso appunto di John le Carré in abbinata a una manciata di altri autori, come Eric Ambler, Ian Fleming, Frederick Forsyth, Ken Follett, Robert Ludlum e, se vogliamo, anche John Grisham. 
Ma di cosa si nutre questo buon romanzo di le Carré, anche se il titolo italiano, onestamente, non gli rende giustizia, in quanto mutuato dall’originale in maniera semplicistica, in altre parole fuorviandone il senso? Di “un ritratto del nostro tempo, ora straziante, ora cupamente umoristico, raccontato - parola di editore - con una tensione irrefrenabile dal più grande cronista della nostra epoca”. 
A tenere la scena è Nat, una spia di lungo corso (è infatti un veterano del Secret Intelligent Service britannico), che a 47 anni - tornato a Londra - ritiene che la sua carriera di agente sotto copertura sia finita. Ma a causa della crescente minaccia russa, l’Agenzia ha un nuovo incarico per lui: prendere in mano il Rifugio, una defunta sottostazione del quartier generale londinese, che ha che fare con un gruppo improbabile di spie. L’unico elemento brillante della squadra è infatti la giovane Florence, incaricata di tenere d’occhio il Dipartimento per la Russia e un potente oligarca ucraino, invischiato in affari poco chiari. 
Nat non è solamente una spia, ma anche un appassionato giocatore di badminton e da qualche tempo il suo usuale avversario nelle partite del lunedì sera è un giovanotto che ha la metà dei suoi anni: l’introspettivo e solitario Ed Shannon. Il quale odia la Brexit, odia Trump e odia il suo lavoro presso un’agenzia di stampa. Ma sarà proprio lui, per uno strano scherzo del destino, a condurre Nat, Prue e Florence lungo il sentiero della rabbia politica che si impadronirà di loro. E a dare una mano a risolvere il caso. 
Ma chi è John le Carré, pseudonimo di David John Moore Cornwell, nato a Poole (una cittadina del Dorset) il 19 ottobre 1931? Uno scrittore con le mani in pasta, nel senso che è stato a sua volta un agente del Sercret Intelligence Service. Lui laureato in Letteratura tedesca, quindi docente per due anni al prestigioso Eton College di Oxford per poi diventare funzionario del Foreign Office, il ministero degli Esteri britannico. Lavorando inizialmente come Secondo segretario presso l’Ambasciata del Regno Unito a Bonn e successivamente al Consolato di Amburgo come Consigliere politico. E fu proprio in quel periodo che venne reclutato dall’Mi6. 
E per quanto riguarda la sua carriera di scrittore? Il suo debutto risale al 1961, quando era ancora un membro del Servizio, con Chiamata per il morto. Anche se la sua consacrazione definitiva sarebbe arrivata due anni più tardi con la pubblicazione de La spia che venne dal freddo: un romanzo legato, come molti altri suoi lavori, alla Guerra Fredda. La cui fine improvvisa con il crollo del Patto di Varsavia avrebbe messo in crisi tutto questo tipo di genere narrativo, non risparmiando neppure le Carré, per un certo periodo incapace di trovare una nuova vena creativa. Tuttavia nel 1996 e nel 2001, rispettivamente con Il sarto di Panama e con Il giardiniere tenace, sarebbe tornato ad assaporare le luci della ribalta. 
Detto questo ricordiamo che la sua breve carriera di… spia era stata interrotta da Kim Philby, un agente doppiogiochista al servizio del Kgb, che fece saltare la copertura di molti agenti britannici. Qualche anno più tardi il nostro autore avrebbe raccontato e analizzato con dovizia di particolari proprio il caso Philby ne La talpa, romanzo che occupa un posto centrale nelle sue opere. 
Niente altro se non ricordare che oggi John le Carré vive fra Londra e la Cornovaglia con Valerie Jane Eustace (alla quale è dedicato questo suo ultimo libro), una redattrice editoriale portata all’altare nel 1972 dalla quale ha avuto Nicholas, mentre altri tre figli (Simon, Stephen e Timothy) li aveva avuti dalla prima moglie, Alison Ann Veronica Sharp, sposata nel 1954 e dalla quale si era separato nel 1971. 


Voltiamo libro. È polacca (nel suo paese viene considerata come la risposta locale a quel geniaccio norvegese di Jo Nesbø), è una bionda statuaria di 42 anni con gli occhi azzurri (la qual cosa non guasta in termini di immagine e di comunicazione) e la sua penna magnetica ha un suo perché, tanto da essersi portata a casa, solo nel suo Paese, un venduto di quasi due milioni di copie. Un successo peraltro meritato, quello di Katarzyna Bonda, capace com’è di giocare alla pari con la narrativa che arriva dal Grande freddo: fra neve, gelo, strade misteriose, fatti inspiegabili, storie raccapriccianti. E poi, come se non bastasse, fiumi di vodka nei bicchieri di spie e criminali arrivati dall’Est. A fronte di trame di gratificante lettura, tanto da essersi guadagnata la stima del settimanale a stelle e strisce Newsweek, che l’ha incoronata come la “nuova regina della crime fiction europea”. 
Lei che dopo aver lavorato per alcuni anni come giornalista di nera avrebbe abbracciato con successo la strada della scrittura, firmando la serie vincente interpretata dalla trentaseienne Sasza Załuska, una ex poliziotta dai capelli rosso fuoco, esperta profiler nel campo degli identikit fisici e psicologici, con la quale si è portata a casa tutti i principali riconoscimenti nazionali. E appunto della serie dedicata a Sasza la casa editrice Piemme, dopo aver pubblicato Non esistono buone intenzioni e Nessuna morte è perfetta, propone ora Ognuno è carnefice (pagg. 548, euro 19,50, traduzione di Laura Rescio e Walter Da Soller), un adrenalinico thriller del 2016 - “nato a ritmo di rap, hard rock e musica alternativa in senso lato” - incentrato su una condivisibile considerazione: in questo mondo non tutte le vittime sono innocenti. Perché nessuno è buono o cattivo, vincitore o perdente: a volte sono infatti le circostanze a determinare il destino e a far scalcare il crinale che separa il bene dal male. 
Di fatto un thriller da “ore piccole”, condotto con mano salda dall’autrice che non manca, cuore di mamma, di ricordare l’apporto della figlia Nina nell’inventarsi gli pseudonimi di Neve e Ghiaccio: “Nella sua immaginazione erano una coppia di ladruncoli mancati. Mi sono solo permessa di modificare leggermente questa visione”. Mentre lo pseudonimo di uno dei protagonisti, Cuki, “è in memoria di un poliziotto di Varsavia, morto in servizio a soli trentatre anni tempo fa. E solo sua moglie Tamara e io sappiamo perché Sasza è costretta a corrergli dietro in tutte le scene”. Già, Sasza Zaluska. Per la quale nessun caso è solo bianco o nero. E anche una vittima può voltare pagina e diventare carnefice. 
Sta di fatto che in questo romanzo della Bonda troviano Sasza nuovamente accasata nella sua fredda Danzica, sul mar Baltico. “Essere di nuovo in Polonia, per lei, ha voluto dire tornare ai nodi irrisolti del proprio passato e finalmente provare a sbrogliarli. Adesso non beve più ed è decisa a rifarsi una vita con la figlia Karolina. Per questo è tornata a collaborare con la polizia come profiler e, in tale ruolo, viene chiamata a investigare su un misterioso caso che tiene bancvo a Łód´z, cittadina incastonata nel cuore della Polonia, un posto segreto e pieno di luoghi oscuri, nota anche come la città dei senzatetto. Una città dove si muore congelati d'inverno, o, ultimamente, bruciati vivi. C’è infatti un piromane all'opera per le strade e Sasza ha il compito di scovare chi è”. 
A darle una mano troviamo Robert Duchnowski, commissario capo della polizia, che da suo compagno di indagini è diventato anche suo compagno nella vita. “Sempre che Sasza riesca a sopportare un uomo al suo fianco”. Ma a tenere la scena ci sono anche altri protagonisti, tutti ben tratteggiati e con un loro ruolo (poliziotti, ballerine, modelle, artisti, insegnanti, avvocati, architetti…).   
Più in particolare, in corso di indagine, ci si renderà conto che nella vita del piromane c’è un retroterra malavitoso che risale a molti anni prima. Fermo restando che “la spiegazione del suo comportamento si annida tra le pieghe dell'animo umano, quelle in cui non bisognerebbe mai andare a guardare”. Perché a volte può essere il destino a metterci lo zampino… 
Che dire: tanto di cappello a questa autrice, abile come poche altre a muoversi nel mondo della criminalità femminile: non a caso un suo saggio, incentrato appunto sulle donne criminali, alcuni anni fa servì per la realizzazione di un documentario candidato all’Oscar. 


Il terzo e ultimo consiglio per gli acquisti (almeno per questa settimana) è legato alla penna del tedesco Ferdinand von Schirach, uno dei più noti scrittori contemporanei tradotto in 35 Paesi, del quale Neri Pozza ha dato alle stampe Castigo (pagg. 172, euro 17,00, traduzione di Riccardo Cravero e Irene Salvatori), un lavoro imbastito su una serie di interrogativi di non facile interpretazione: cos’è la verità? Cos’è la realtà? Come siamo arrivati a diventare ciò che siamo? Interrogativi peraltro legati alla professione dell’autore, avvocato penalista, nato a Monaco di Baviera nel 1964 e attualmente di stanza a Berlino. Che in questo suo ultimo libro (fra le sue opere edite da Longanesi ricordiamo Un colpo di vento, Il caso Collini e Tabù) ha voluto raccogliere dodici storie giudiziarie delle quali si è occupato in corso di carriera. 
Una carriera di successo (detto per inciso, si è divertito a scrivere anche l’opera teatrale Terror) che gli ha consentito di travasare sulla carta vicende che attraggono il lettore non solo perché portatrici del fascino del mostruoso, ma anche il richiamo della follia quotidiana. In altre parole dodici storie “di estrema finezza psicologica, che vedono in scena, attraverso una serie di personaggi sempre in bilico fra luci e ombre, la solitudine e l’estraniamento”. Storie di crimine, giustizia, moralità e castigo, peraltro “raccontate con una eleganza di stile senza pari”. 
Così incontriamo Schlesinger, che una volta era un bravo avvocato, inanellava successi professionali e si occupava di casi sempre più importanti. Sin quando, un giorno, aveva fatto assolvere un uomo accusato di maltrattamenti sui figli e la sua carriera era precipitata. E che ora potrebbe riscattarsi grazie al misterioso caso di una donna accusata di aver sparato al marito. 
Ma avremo a che fare anche con Meyerbeck, che una sera vede un servizio televisivo sulle bambole sessuali e decide di ordinarne una in Rete. Quando la bambola gli viene recapitata, le compra dei vestiti, impara a cucinare per non dover andare al ristorante lasciandola sola, guarda spesso film d’amore con lei e ogni lunedì le porta dei fiori. Una torbida ossessione destinata a consumarsi in tragedia. 
E che dire di Strelitz, che ha quaranta tre anni ed è condizionato dalla sua bassa statura? Per questo indossa scarpe speciali con il plantare, che lo fanno cinque centimetri più alto, e in soggiorno ha una collezione di biografie di piccoletti famosi: Napoleone, Cesare, Mussolini, il Marchese de Sade, Kant, Sartre, Capote, Karajan, Einstein. Poi, un giorno, viene arrestato per spaccio di cocaina, gli danno una cella singola e di colpo tutto cambia. 
Oppure avremo a che fare con “Puzzadipesce” - che si diceva avesse una chiave della scuola e di notte girasse per i corridoi a leccare gli armadietti di metallo degli scolari - oppure con una donna accusata di aver ucciso il marito, in un piccolo villaggio bavarese, a seguito di una pratica sessuale che prevedeva l’uso di una muta da sub. 
Detto questo spazio al privato di questo autore, il cui nonno, Baldur von Schirach, fu a capo della gioventù hitleriana nonché reggente di Vienna, peraltro condannato a vent’anni di reclusione per la sua partecipazione alla deportazione degli ebrei. Ferdinand, interpellato al riguardo, ha avuto modo di dichiarare a più riprese: “Non lo capisco. Tutto di lui mi è estraneo”. Così come ha preso le distanze dalla nonna Henriette la quale, anche dopo la guerra, rivendicava oggetti e opere d’arte trafugate dalle autorità a famiglie ebraiche: un comportamento che continua a “riempirlo di vergogna e di rabbia”. 
E per quanto riguarda la sua professione? Come penalista Von Schirach sostiene di dovere il suo successo a una certosina “scrupolosità, una certa conoscenza del codice penale, una buona dose di fortuna e a una profonda comprensione della natura umana”. Sta di fatto che degli oltre ottocento procedimenti penali, anche gravi, nei quali ha giocato un ruolo, nessuno si è concluso con un ergastolo.

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