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Una grande azienda: ascesa e declino dell'Ilva di Taranto

Lo storico Salvatore Romeo ripercorre una vicenda in cui storia economica e d’impresa, storia urbana e ambientale, storia politica e sociale si intrecciano facendo emergere il racconto di una città e del controverso rapporto con il suo stabilimento


01/04/2019

di Giambattista Pepi


L’Ilva, si sa, è sinonimo di acciaio. La sua storia è centenaria e ha avuto inizio ai primi del Novecento, quando è nata per iniziativa di industriali del settentrione d’Italia come Ilva. Nel periodo della Prima guerra mondiale per sfruttare le opportunità offerte dalle commesse belliche, l’Ilva si integrò a valle acquisendo aziende cantieristiche ed aeronautiche; questo richiese ingentissimi investimenti e conseguenti debiti, che, a guerra finita, misero l’Ilva in gravi difficoltà finanziarie. 
La denominazione Ilva fu ripresa nel 1988 quando Italsider e Finsider, aziende di proprietà dello Stato, furono messe in liquidazione e scomparvero. La società che aveva una serie di stabilimenti di produzione fu privatizzata. E come in altri casi, fu sottoposta al cosiddetto “spezzatino”, cioè venne smembrata: l’acciaieria di Piombino fu venduta al gruppo Lucchini di Brescia, mentre l’attività più significativa, il grande polo siderurgico di Taranto, passò nel 1995 al Gruppo industriale Riva. Quanto agli altri rami dell’azienda, Bagnoli venne chiuso e l’impianto di Cornigliano era già stato ceduto. 
L’operazione di cessione a privati dello storico complesso - un tempo colosso della siderurgia - ha destato polemiche e perplessità in particolare fra dirigenza industriale, amministratori pubblici e popolazioni delle aree in cui si trovavano gli insediamenti produttivi, zone fortemente minate dall’inquinamento industriale provocato dalla presenza di altiforni. 
Sottoposta all’amministrazione straordinaria dal 2015, l’Ilva il 1º novembre 2018 entra a far parte della multinazionale ArcelorMittal, nata nel 2006 dalla fusione della francese Arcelor e dell’inglese Mittal Steel, attraverso AM InvestcoItaly, un consorzio partecipato per il 94,4% da ArcelorMittal e per il 5,6% dal gruppo Intesa Sanpaolo (subentrato dopo l’uscita di Marcegaglia). 
Per un’impresa che ha sulle spalle, come ricordato, oltre un secolo di vicissitudini, nel bene come nel male, di cosa da raccontare ce ne sono sicuramente molte. 
Cade pertanto a fagiolo il libro L’acciaio in fumo (Donzelli, pagg. 295, euro 27,00) nel quale Salvatore Romeo ne ripercorre, la storia, ad un tempo, della più grande industria siderurgia italiana e della città di Taranto. Un rapporto controverso essendo stato caratterizzato fin dall’inizio da stagione nelle quali il consenso verso i benefici generati dalla presenza nel territorio della città jonica del più grande stabilimento siderurgico d’Europa è stato molto elevato, ed altre invece, in cui, come ad esempio negli ultimi anni travagliati, ha raggiunto il punto più basso. 
Il “caso” dell’Ilva naturalmente non è l’unico nel nostro Paese ad essere stato caratterizzato nel suo svolgersi da alti e bassi. Basti ricordare il rapporto – anche questo storico trattandosi di un insediamento industriale che risale ai primi del Novecento esattamente come quello dell’Ilva – tra Torino e la Fiat della famiglia Agnelli. O il rapporto tra le aziende del petrolchimico insediatesi nei territori del triangolo industriale Augusta – Priolo – Melilli (Siracusa) con la ex Rasiom della famiglia Moratti che fece da apripista nell’immediato dopoguerra realizzando un impianto industriale per la raffinazione del petrolio. 
A differenza, però, di altri libri di storia dedicati ad imprese industriali, qui si incastrano come in un mosaico bizantino più tessere di diversa provenienza. “Storia economica e storia d’impresa - scrive l’autore nell’introduzione - storia urbana e storia ambientale, storia politica e storia sociale si affiancano nel tentativo di offrire un affresco il più possibile ricco, che renda, almeno in parte, l’idea della complessità dei processi”. 
Dottore di ricerca in storia economica (ha curato tra l’altro la raccolta di scritti di Alessandro Leogrande su Taranto Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale edito da Feltrinelli nel 2018) l’autore parte da lontano: delinea il quadro della Taranto degli anni Cinquanta. Una città che, dopo la sconfitta bellica, aveva perso sostanzialmente la funzione storica che le era stata attribuita nell’Italia prerepubblicana. Cioè come nodo dell’apparato militare industriale italiano. 
Per superare l’emarginazione in cui si viene a trovare nel dopoguerra la città jonica, si decide di costruire il nuovo stabilimento siderurgico. Una decisione fondata sugli orientamenti della politica economica e industriale della classe dirigente che deve ricostruire un Paese uscito letteralmente distrutto dalla Seconda guerra mondiale. Da un lato, spiega lo storico, vi era “l’esigenza di ampliare la base produttiva del paese nel nuovo contesto di integrazione europea aperto dalla costituzione della Comunità economica del carbone e dell’acciaio (Ceca)” dall’altro “la volontà politica di influenzare le scelte industriali del sistema delle partecipazioni statali per orientarle verso la risoluzione di problemi di grande rilevanza sociale – su tutti, il superamento della struttura dualistica dell’economia nazionale”. Superare, cioè, il divario economico e sociale tra il Nord più sviluppato, aperto e integrato, e dunque più ricco ed il Mezzogiorno: sottosviluppato, chiuso e scarsamente integrato con le altre aree del paese e dell’Europa e, dunque, più povero. 
Purtroppo il progetto della nuova acciaieria venne reso funzionale alle strategie aziendali perseguite dal gruppo siderurgico pubblico Finsider. “Finsider - spiega Romeo nel terzo capitolo del volume - orienta le sue scelte sulla base delle necessità tecniche ed economiche del nuovo insediamento”. Ma così facendo esercita un potere di direzione che si articola su diversi aspetti della vita sociale finendo di fatto per sovrastare le autorità pubbliche. 
Le trasformazioni innescate dal suo insediamento hanno sollecitato una dialettica intensa: l’impatto economico e ambientale della fabbrica, il modello di sviluppo generato, la stessa organizzazione del lavoro sono stati messi in discussione da ampi strati della società tarantina che non volevano rinunciare all’industrializzazione ma volevano che venisse subordinata al soddisfacimento dei bisogni e delle esigenze del territorio. Successivamente il libro di Romeo si sofferma sul fatto che Taranto diventa una delle punte più avanzate del nuovo corso liberista verso cui le classi dirigenti si orientano dopo la crisi dell’impresa pubblica e la sconfitta del movimento operaio. 
L’avvento della famiglia Riva apre una cesura tra lo stabilimento e il contesto circostante. Ed è all’interno di questo quadro che esplode fragorosamente l’emergenza degli ultimi anni: si innesca un conflitto fra ambiente e lavoro, fra fabbrica e città. Un conflitto tuttora irrisolto nonostante debba ancora essere scritto il nuovo capitolo della lunga storia dell’Ilva: quello del piano di riassetto e rilancio di ArcelorMittal.

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