Share |

Una lettera ingiallita, un vecchio debito e in Vaticano si affilano le armi

Gleen Cooper torna sui nostri scaffali ed è subito bestseller. A sua volta Roberto Gandus si ripropone da solista mentre Costantino D’Orazio debutta con pennellate di cultura


27/11/2017

di Mauro Castelli


Gli autori che in Italia hanno venduto tre milioni di copie si contano sulle punte delle dita: fra questi lo statunitense Glenn Cooper, un personaggio dal variegato vissuto che, a distanza di un anno, torna sui nostri scaffali con Il debito (Nord, pagg. 418, euro 22,00, traduzione di Barbara Ronca), un romanzo che conferma, ancora una volta, la sua sorprendente capacità di trattare tematiche complesse, come quelle religiose, con un garbo per certi versi unico. Tanto da essere ben accolto in Vaticano, con un piacevole aneddoto al seguito. 
“ Nel mio primo periodo di ricerca sulla religione cattolica chiesi di incontrare un monsignore che mi poteva dare delle dritte su quel che volevo scrivere. Il quale monsignore, non avendo capito bene perché volessi incontrarlo, chiese al mio interprete: Ma si tratta di Dan Brown? Alla risposta negativa tirò un sospiro di sollievo e acconsentì…”. Così come spesso Cooper ama ricordare, ma ne abbiamo già parlato, di quando aveva stuzzicato un alto prelato sul ruolo delle suore all’interno delle mura vaticane ricevendone una risposta lapidaria quanto graffiante: “Ci servono per fare le fotocopie o per andare a prenderci il caffè…”. 
Curiosità a parte, questo autore non nasconde il suo debole dichiarato per l’Italia e, in particolare, per Roma. Affermando al riguardo: “L’avevo incominciata a conoscere quando, ancora molto giovane, mi occupavo di ricerca e sviluppo per una importante società farmaceutica del mio Paese. Successe che durante una cena di lavoro sotto il Cupolone un anziano signore mi prendesse da parte per impartirmi una rapida lezione su come si potevano fare affari in città, dove tutto è illegale ma tutto è legale. In quel momento non mi resi conto di cosa intendesse, ma in seguito mi sarei trovato ad affermare la stessa cosa ai miei nuovi colleghi. In ogni caso Roma mi intriga, tanto è vero che ho sfruttato tutti i miei momenti liberi per visitare le sue innumerevoli bellezze”. 
Fra queste i Musei Vaticani. “La prima volta mi limitai a tre ore di corsa per i corridoi nel tentativo di cogliere la gloriosa essenza di quell’incredibile luogo. E anche se le mie visite si sarebbero ripetute in questi spazi museali, fu quella iniziale, isterica, maratona a venirmi in mente quando mi sono messo a scrivere il mio ultimo romanzo, appunto Il debito, che è la storia di un papa che si trova a soppesare il valore di un tesoro rispetto a quello di alcune vite umane”. 
Ma torniamo alle note su questo autore, curiosamente subito amato in Italia anche se i suoi iniziali romanzi erano ambientati altrove. “Fu questa la molla che mi spinse a venire incontro ai lettori del Belpaese, sorretto peraltro sia dalla piacevolezza di fare il turista in quel di Roma sia dal fatto che in famiglia era arrivata una… presenza italiana. Fu così che nel 2011 ambientai nella città eterna Il marchio del diavolo, storia di una giovane archeologa della Sapienza vittima di un episodio di violenza. La qual cosa l’avrebbe portata a lasciare il mondo accademico e a diventare suora, per poi inventarsi detective e indagare su un complotto teso a decimare la Santa Sede durante un conclave papale”. 
Per la cronaca Glen Cooper è nato l’8 gennaio 1953 a White Plains, alla periferia di New York, dove è cresciuto e si è laureato con il massimo dei voti in Archeologia alla Harvard University, per poi portarsi a casa un dottorato in Medicina presso la Tufts University School con specializzazione in malattie infettive. Lui che strada facendo sarebbe diventato presidente e amministratore delegato della più importante industria di biotecnologie del Massachusetts (la Eli Lilly and Corp), oltre a porsi al servizio del Khao-I-Dang Refugee Camp in Thailandia come medico di emergenza, posizione sponsorizzata dall’International Rescue Committee, e presso l’Hôpital Albert Schweitzer ad Haiti. Lui che strada facendo si sarebbe proposto anche come sceneggiatore e produttore cinematografico con la Lascaux Pictures. 
E per quanto riguarda il suo debutto sugli scaffali? Risulta datato 2009, con Library of the Dead, edito in Italia come La biblioteca dei morti, ovviamente per i tipi della Nord, il suo editore italiano di riferimento. Un romanzo che doveva rappresentare un unicum, ma che in realtà avrebbe fatto da apripista ad altri tre (Il libro delle anime, Il tempo della verità e I custodi della biblioteca) con lo stesso protagonista, Will Piper, ora messo definitivamente a riposo. 
Tutti lavori, come i successivi (a tutt’oggi ne ha pubblicati tredici nel giro di otto primavere, visto che scrive “sette giorni su sette per dieci mesi all’anno”), di robusto successo e che sono stati tradotti in 31 lingue. Benché all’inizio - come lui stesso ha avuto modo di ribadire nei suoi incontri con il pubblico - fosse stato rifiutato da ben 65 agenzie, tanto da fargli dichiarare che “scovare un agente letterario era risultato più complicato che trovare un editore”.  
Ma di cosa si nutre il suo ultimo romanzo? Di una vicenda impregnata di quattrini e di misteri, dove incontriamo un docente di Storia della religione, Cal Donovan, alle prese con un immenso tesoro culturale: quello della Biblioteca vaticana e del relativo Archivio segreto, chilometri e chilometri di scaffali sui quali sono conservati centinaia di migliaia tra manoscritti, documenti antichi e reperti inestimabili. Un beneficio che gli è stato concesso da papa Celestino VI per ringraziarlo del ruolo cruciale avuto nel caso del sacerdote con le stigmate; un beneficio che sono peraltro in molti a invidiargli. 
Ovviamente, data la sua natura curiosa, Cal ne approfitta per svolgere delle ricerche su un oscuro cardinale italiano vissuto a metà dell’Ottocento, durante la prima guerra d’Indipendenza e i moti rivoluzionari. In tale ambito si imbatte in una lettera privata del 1848 nella quale si fa riferimento a un banchiere e all’urgenza di trasferirlo di nascosto fuori da Roma. E siccome nel corso dei suoi studi Cal ha imparato a fidarsi del proprio istinto, quella strana vicenda lo attira come una calamita, suggerendogli di approfondirla. Sarà così che, passo dopo passo, il nostro docente-detective finirà per scoprire, sfogliando pagine ingiallite dal tempo, l’esistenza di un ingente debito contratto dalla Chiesa con una banca posseduta da una famiglia ebrea e mai restituito. 
Di questa scoperta Cal (nato a Manhattan, dove ancora vive la madre Bess) informa il pontefice, il quale lo incarica, a sorpresa, di trovare le prove che quel debito è ancora valido. Ma quali sono le reali intenzioni di Celestino? Il docente se lo chiede e non è l’unico a porsi questa domanda. Di fatto alcuni membri della Curia ritengono che in gioco ci sia la sopravvivenza stessa della Chiesa, e sono pronti a tutto pur di fermare le sue ricerche e ostacolare i progetti segreti del papa. All’insegna di una guerra silenziosa che, all’interno del Vaticano, rappresenta una minaccia per tutti… 
In sintesi: come al solito ben scritto, questo romanzo colpisce per l’accuratezza delle ricerche; per la capacità di intrigare il lettore non concedendogli il vezzo della distrazione; per la capacità di imbastire un thriller storico, almeno in apparenza, maliziosamente semplice quando invece…. Insomma, un romanzo che merita di essere letto.

Voltiamo libro per incontrare nuovamente Roberto Gandus, lo scrittore torinese che dopo aver dato alle stampe un lavoro scritto a quattro mani con Pupi Avati - La casa delle signore buie, edito dalla Golem - torna a giocare da solista con Il sole freddo (Fratelli Frilli, pagg. 154, euro 11,90), ambientato nel 1972 nel capoluogo piemontese e incentrato su una indagine del commissario Diego Lemonier. Un testo non particolarmente impegnativo, in ogni caso di piacevole leggibilità a conferma delle qualità descrittive dell’autore. Il quale era approdato tardi al noir visto che la narrativa di settore - come tempo addietro aveva avuto modo di precisarci - non l’aveva mai frequentata troppo. In ogni caso ammettendo “un debole per Il giudice e il suo boia di Friedrich Dürrenmatt, oppure per Punto morto (Ore 10: calma piatta) e Il grande morso di Charles Williams, nonché per quel numero uno che è stato Georges Simenon”. 
Per la cronaca Gandus, un autore dal carattere non facile (“Sono pessimista, malinconico e a volte anche… disperato”), è nato a Torino il 4 febbraio 1941, con l’hobby al seguito del calcio giocato. Lui che dopo essersi dedicato alla professione di architetto per alcuni anni aveva deciso di intraprendere la strada del grande schermo (ferma restando una passione di vecchia data anche per la pittura e la scultura in legno), obiettivo che lo avrebbe portato a lavorare come sceneggiatore con registi importanti. Una cotta, quella per il cinema, che si era preso quando - repetita iuvant - ancora piccolissimo i genitori lo avevano portato a vedere La famiglia Sullivan. “Successe che rimanessi talmente impressionato da quelle immagini da volermi buttare dalla galleria per poter andare ad abbracciare i personaggi che si muovevano sullo schermo…”. 
Sulla scia di questo colpo di fulmine, strada facendo, Gandus avrebbe maturato il sogno di entrare nel mondo del cinema come regista, senza peraltro riuscirci. Dando per contro il meglio in programmi e drammi radiofonici che scriveva e dirigeva, “visto che non ci si doveva raffrontare con il problema dei costi”. Ma anche proponendosi sceneggiatore di livello a fronte di una ventina di pellicole all’attivo. Per poi, alla bella età di 72 anni, debuttare nella narrativa gialla, la qual cosa lo avrebbe portato a pubblicare Il Gyoko per Golem nonché L’ultima esecuzione e La sarta per Frilli, la casa editrice genovese con la quale è tornato ora sugli scaffali con Il sole era freddo
Ma di cosa parla la trama? Di una storia vera che prende spunto da un ennesimo omicidio in quel di Torino: così dopo la prostituta fatta fuori in piazza Carducci, l’anziana donna uccisa in Corso Casale e il panettiere di via Pozzo Strada freddato davanti al portone di casa, ecco che - come riportato da un articolo de La Stampa - fra i rovi del cimitero viene trovato il cadavere di un travestito. 
E che Gandus ami attingere dal sociale non deve stupire in quanto ha sempre ammesso grande interesse nel divagare sui fatti di cronaca, tanto più che la vicenda trattata in questo suo ultimo libro gli stava particolarmente a cuore. “Perché alcuni dei personaggi coinvolti in quell’anno, il 1972 appunto, avevo avuto modo di conoscerli, alla stregua dei luoghi dov’era avvenuto il fattaccio. Anche se la vicenda ha rappresentato soltanto lo spunto per dare voce al meccanismo narrativo del mio racconto”. 
A indagare su questo morboso episodio incontriamo un nuovo personaggio (“Nel quale in parte mi riconosco”), ovvero il commissario Diego Lemonier, nato a Napoli ma da sempre di stanza a Torino (dove abita da solo in un mini-appartamento), 55 anni ben portati, un paio di baffi a compensare la pronunciata calvizie. Con l’autore, memore della sua passione per il grande schermo, abile nel regalare inquadrature diversificate sia al personaggio che alla storia. 
Secondo logica il commissario, senza indizi a disposizione, si trova a brancolare nel buio. Con l’autore a… dargli una mano ricorrendo a un altro caso, quello che un mese prima, sulle rive del Po, aveva visto il misterioso ritrovamento del cadavere di un diciottenne con la testa affondata nell’acqua del fiume, ma con i polmoni intrisi di acqua di mare. Si tratta di Domenico Ferrero, figlio del proprietario del San Giors, storico ristorante cittadino. 
Lemonier, affiancato dal fido Gaudenzi, sa che non è sufficiente dipanare l’intreccio amoroso fra il giovane morto e i due camerieri, Daniel e Nuccia, per giungere alla soluzione del caso. Così s’interessa ai clienti del locale, riscontrando un sottile filo rosso che lo porta a “ficcare il naso” nell’antica Farmacia Mauriziana. A questo punto l’indagine si allarga a una serie di altri personaggi (Elena, Elia, Carlo, Bruna, Niki…) a loro volta legati da parecchie ombre. E a beneficiarne sembra essere proprio Roberto, voce narrante della storia, intenzionato a scrivere un romanzo su questa intricata vicenda. E quando “il travestito viene trovato morto nel cimitero comunale, Lemonier si rende conto che le cose non stanno proprio come a prima vista si potrebbe intuire”. Fermo restando che la verità ancora una volta sembra prendersi gioco di lui…

In chiusura di rubrica il primo romanzo - Ma liberaci dal male (Sperling & Kupfer, pagg. 300, euro 16,90) - del quarantatreenne romano Costantino D’Orazio, critico e saggista, che da oltre vent’anni racconta la storia dell’arte italiana anche in radio e in televisione. E che ora ha dato piacevole voce a un lavoro che si nutre di una storia impregnata di pennellate di cultura, forte di una mano calda capace di intrigare e di farsi leggere. Una penna che ha trovato spunto dal caso: “l’invito di Daniela Condò, appassionata e onnivora amante dell’arte in tutte le sue forme, alla presentazione dei lavori di restauro dell’Aula Gotica nel 2006” in quel di Roma. 
Quell’invito, a insaputa dell’interessata, si rivelò il seme prima piantato, poi accudito e fatto crescere grazie anche al sostegno di altre persone, pronte a regalare all’autore consigli e suggerimenti. E siccome “il mondo dell’arte è una risorsa inesauribile di storie - annota D’Orazio - credo che questo mio primo romanzo non sarà certo l’ultimo”. 
Risultato? Un lavoro dal titolo fortemente evocativo (legato alla nostra religione e, se vogliamo, al senso del peccato), che vede l’arte tingersi di suspense e che si rifà a personaggi ben caratterizzati, a fronte di una vicenda di finzione ambientata in uno dei luoghi più affascinanti e segreti di Roma, “dove il mistero accresce la magia della pittura”. Una storia “in cui esplorare l’arte equivale a esplorare la vita”. 
A tenere banco in questo libro, dove a ogni pagina ci si abbevera al carisma del suo autore, è una giovane donna, di nome Virginia (detta Vivi), che incontriamo a godersi le bellezze mozzafiato di Roma prima di entrare in un convento di clausura, spinta più che da una fede profonda dalla ricerca della serenità. In quanto - lei segnata da un ambiguo rapporto con il padre e dal suicidio della madre - in questo luogo così appartato ritiene che le brutture del mondo risultino soltanto un lontano ricordo. O, almeno, così crede.    
Sta di fatto che questa giovane postulante viene accolta nella piccola comunità monastica dei Santi Quattro Coronati, alle spalle del Colosseo, dove vive un gruppetto di suore Agostiniane, dedite alla preghiera, al silenzio e al lavoro manuale sotto la guida di una Madre Superiora gentile e garbata, purtroppo affiancata da una suora (Maria Elisabetta) che è tutto l’opposto: autoritaria, invidiosa e severa. A tenere la scena c’è anche un padre spirituale (don Bruno) che si presenta a Virginia in modo ambiguo. Da un lato incoraggiandola, dall’altro spaventandola. 
In tale contesto la nostra giovane cerca di adeguarsi ai rituali, alla preghiera e al silenzio del luogo. Ma è “un silenzio carico di tensione, dove risuonano, insistenti, pensieri e ricordi che sperava di essersi lasciati alle spalle insieme al suo passato. A fronte di una quiete apparente che amplifica la stonatura di certi dettagli intorno a lei: ferite sul corpo e nel viso delle suore, piccoli tic che loro cercano di nascondere, ma che non sfuggono al suo occhio vigile e inquieto. Così per sopravvivere fra queste nuove e indecifrabili compagne, Virginia - che non è veramente sorretta dalla vocazione - cerca conforto nell’arte, di cui è appassionata sin da bambina grazie ai racconti di suo padre”. E il suo monastero si proporrà ricco di sorprese, ma anche di misteri e colpi di scena a fronte di un inaspettato finale. 
Ma andiamo con ordine. Succede infatti che in questo luogo dedicato alla riflessione e alla preghiera la Superiora decida di utilizzare, in maniera sia pure limitata, un sito internet che affida a suor Elisabetta, in questo affiancata da Virginia. E succede anche che per mail arrivi la richiesta di un giovane studioso, Andrea, il quale intende trascorrere in convento un periodo di ritiro spirituale. E quando questo ricercatore arriva, eccolo coinvolgere Virginia nella ricerca di una stanza segreta, custodita gelosamente da secoli nell’angolo più oscuro dell’edificio. Guarda caso, in tale ambito, la storia attinge dal ritrovamento reale - avvenuto nel 1996, dentro la Aula Gotica da parte di esperti della Soprintendenza statale - di antichissimi affreschi di cui per secoli si erano perse le tracce. Un ritrovamento imprevedibile che avrebbe portato gli addetti ai lavori a rivedere la storia dell’arte del Duecento e il ruolo di Roma nella pittura medievale. 
Tornando al dunque, questa scoperta susciterà il sospetto e la reticenza di buona parte delle monache. Ma non per questo Virginia intende fermarsi, in quanto è convinta di poter trovare proprio lì le risposte a tutte le domande che sente pesare su quel luogo e sulla sua vita. “Come se il monastero proteggesse un enigma indicibile, il cuore del male...”. 
A conti fatti un buon lavoro, a conferma della mano calda di D’Orazio, già autore di diversi saggi di un certo peso (Caravaggio segreto, La Roma segreta del film La Grande Bellezza, Leonardo segreto, Raffaello segreto, Michelangelo - Io sono il fuoco). Lui che conduce la rubrica AR Frammenti d’Arte su Rai News 24 e il programma Bella davvero su Radio 2. Senza trascurare le collaborazioni con Geo & Geo su Rai 3 e la partecipazione alla trasmissione In viaggio con la zia, condotto da Syusy Blady su Rai 1.      

(riproduzione riservata)