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Una meraviglia per gli occhi e una musica per il sapere: le ville e i giardini del nostro Rinascimento

Per i tipi della Rizzoli è arrivato nelle librerie un maxi-volume che, partendo dalle splendide fotografie di Dario Fusaro, si avvale di una dettagliata disamina storica firmata da Lucia Impelluso


26/09/2019

di Valentina Zirpoli


Se volete farvi o fare un regalo di indubbio valore culturale e visivo, l’occasione è ghiotta ed è rappresentata dall’uscita in libreria del volume, in formato maxi (cm. 25x31), Ville e giardini del Rinascimento (Rizzoli, pagg. 176, euro 39,90), “raccontato” dall’iconografa Lucia Impelluso e corredato dalle splendide fotografie di Dario Fusaro. Il quale Fusaro, in occasione degli scatti realizzati per questo libro, ha utilizzato per la prima volta un drone, la qual cosa gli ha consentito di poter inquadrare dall’alto, spesso in maniera inedita, le diverse strutture architettoniche e non. 
Come da titolo, in questo libro sono descritti e fotografati i nostri più raffinati edifici e i più bei giardini rinascimentali. Si tratta di vere e proprie opere d’arte all’italiana che ancora oggi conservano il fascino, il disegno e la struttura originari. Luoghi che hanno una storia datata quanto affascinante, condita di intrecci familiari, di nobili che elargiscono benemerenze e di mercanti che trasferiscono le loro attività. Tutti capaci, sullo sfondo di magniloquenti paesaggi, di coltivare la bellezza, l’equilibrio e la ricerca del sorprendente, ad esempio con l’invenzione di sistemi idraulici nascosti e complessi. Fermi restando gli accattivanti ninfei, le grotte, gli specchi, le siepi di bosso, i labirinti e persino i… mostri. 
Come annota Lucia Impelluso nell’introduzione, “il concetto di villa risale alla cultura romana antica e indica una serie di edifici isolati in campagna, destinati in parte alla residenza del proprietario (pars urbana) e in parte a servizi e attività produttive (pars rustica). Nel tempo la struttura delle fabbriche, all’inizio molto semplice, si sarebbe arricchita di spazi e impianti decorativi ricercati. 
Sta di fatto che, partendo da queste considerazioni di base, il racconto della Impelluso, che negli ultimi anni si è specializzata nello studio del significato e del simbolismo delle immagini (soprattutto in relazione al mondo della natura), si allarga a trecentosessanta gradi per dare voce a vicende di uomini e angoli di storia che hanno lasciato il segno nel nostro immaginario. Perle di bellezza e di valore supportate dal tempo e dalla mano (meglio dire il portafogli) dei mecenati che, via via, si sono dati da fare. 
Così ecco emergere storie, affascinanti e uniche, che catturano e intrigano alla stregua della bellezza delle strutture, dei relativi giardini e delle opere d’arte. A partire da quella di Villa Cicogna Mozzoni a Bisuschio (Varese), un fascinoso complesso che risale al Duecento, nel periodo in cui le famiglie dei Visconti e dei Della Torre si contendevano la signoria della città di Milano. Rivalità che sarebbe stata pagata dai Mozzoni, avendo fatto la scelta sbagliata, con l’esilio nelle loro terre di Varese dove erano presenti sin dal Dodicesimo secolo. 
Ed è in questo contesto che l’obiettivo di Fusaro si sposa con le raffinate quanto approfondite note storiche raccolte dalla Impelluso, che già nel 2004, con La natura e i suoi simboli, si era aggiudicata il Premio nazionale di Letteratura naturalistica Parco Macella, per poi proporsi vincitrice due anni dopo, con Giardini, orti e labirinti, del “Grinzane Giardini Botanici Hanbury”. Peraltro firmando altre perle, come Il ritratto e La natura morta (entrambi “scritti” con Matilde Battistini), Miti. Storie ed immagini degli dèi ed eroi dell'antichità, Francia (Prix Redouté 2007), Grande atlante dei giardini in Oriente e Occidente (con Filippo Pizzoni), Il libro dei simboli. Scoprire il significato delle opere d’arte (ancora con Matilde Battistini). 
Ma torniamo al dunque. Il secondo “appuntamento” che trova spazio in Ville e giardini del Risorgimento è quello con Villa Visconti Borromeo Litta a Lainate, una delle prime magioni che erano sorte intorno alla città di Milano, allora territorio essenzialmente agricolo, nel quattordicesimo secolo. “Una struttura a blocco, derivata dall’architettura del castello, con loggia e porticato sul fronte principale”. Una fabbrica utilizzata come casino di caccia, per il riposo, ma anche direttamente connessa con la conduzione dei fondi agricoli da parte dei Borromeo, mercanti e banchieri di origine toscana che si erano stabiliti a Milano verso la fine del Trecento e qui avevano fatto fortuna. Nel relativo giardino il ninfeo assume un’importanza fondamentale in quanto “fulcro visivo, spaziale e architettonico dell’intero sistema”, mentre l’effetto sorpresa è legato alla scoperta graduale di diversi ambienti nonché della decorazione delle grotte “che riportano al giardino di Pratolino, ma anche a quello di Boboli e di Castello”. 
A seguire il lettore si farà carico dell’incontro con la Villa dei Vescovi a Luvigliano, in quel di Padova, dove “l’antico si studia attraverso la storia, l’archeologia e la filosofia”. Sì, perché l’università di Padova, una delle più antiche d’Europa, “si rivela un importante punto di riferimento per la cultura umanistica”.  La costruzione risale al Rinascimento e si ispira a una domus romana. Si può quindi considerare il primo esempio del nuovo gusto per la riscoperta della classicità romana nell’entroterra della Serenissima. Più in particolare questa villa - che risulta di proprietà del Fai ed è stata dichiarata monumento nazionale - custodisce uno straordinario esempio di decorazione ad affresco ispirato all’arte romana antica, una tradizione che risale alla fine del Duecento. 
Altro appuntamento da non perdere quello con Villa della Torre, nel paese veronese di Fumane, che vede in scena i già citati Della Torre, i potenti della signoria di Milano che avevano sconfitto i Visconti e cacciato dalla città le famiglie che li sostenevano. Ma chi la fa, l’aspetti. In seguito sarebbero stati infatti a loro volta cacciati dai Visconti e la loro casata si sarebbe trasferita a Est, a Verona, per poi proseguire verso il Friuli, e più precisamente a Gorizia. Sta di fatto che questa villa si propone come una delle più interessanti del Cinquecento veneto. La pianta, imperniata su un cortile con peristilio, si rifà a sua volta alle antiche case romane. L’interno contiene quattro camini a mascherone i quali si inseriscono in un itinerario simbolico che abbraccia l'intero complesso. 
Il viaggio alla scoperta del bello prosegue con Villa Barbaro, a Maser (Treviso), il capolavoro - patrimonio dell’umanità - firmato da Andrea Palladio. Elegantemente incastonata su un lieve pendio fra le colline, questa magione deve la sua fama anche agli straordinari affreschi che ne decorano gli interni, opera di Paolo Veronese. Progettato a metà del Cinquecento, il complesso è frutto della collaborazione di Palladio con i suoi committenti, appunto Daniele e Marcantonio Barbaro, esponenti di una delle più antiche famiglie veneziane. Due nobili colti, dediti agli studi umanistici e di architettura antica. 
E che dire del Giardino Giusti a Verona? Si tratta di un angolo di verde all’italiana che induce alla lentezza e alla meditazione, pronto a incantare con lo “spettacolo sublime di arte e natura immobili in un’armonia senza tempo”.  Qui, all’ombra dei suoi alberi, hanno passeggiato illustri personaggi: da Goethe all'imperatore Giuseppe II, passando per Cosimo III de’ Medici, Mozart e lo zar Alessandro. La sua storia inizia nel Quattrocento quando la toscana famiglia Giusti si trasferì a Verona, stabilendo in quest’area la propria attività di tintura e cardatura della lana. Nella seconda metà del Cinquecento il conte Agostino Giusti fece risistemare i campi retrostanti il palazzo, ricreando un tipico giardino toscano rinascimentale. In altre parole seguendo la filosofia in voga all’epoca e che è alla base del Giardino di Boboli a Firenze. La scelta del disegno per il giardino dipese dalla particolare morfologia dell’area disponibile: una distesa di terreno pianeggiante, delimitata verso nord da una massiccia rupe che si inerpica sul Colle di San Pietro. 
A seguire oro e incenso per la Villa Imperiale di Pesaro, un luogo alle pendici del Monte San Bartolo strettamente connesso alle vicende politiche che nel corso del Rinascimento dilaniarono l’Italia, divisa in piccoli Stati. In quel contesto le “corti raffinate ed eleganti, ricche di arte e cultura, erano ambite prede delle grandi monarchie europee, ma anche dei suoi stessi duchi, signori e papi mossi da ambiziosi piani di potere e conquista”. 
Ricordiamo che questa Villa, immersa nel verde e ricca di magnifici affreschi, deve il suo nome a un avvenimento datato 1452, quando l’imperatore Federico III sostò in città e Alessandro Sforza, committente della villa, lo invitò a vedere il sito su cui intendeva erigere la sua residenza. E fu proprio l’imperatore a porre la prima pietra: da allora, appunto, la villa è nota come Imperiale. Per la cronaca la costruzione fu ultimata nel 1469, come ricorda l’iscrizione posta sul portale d’ingresso, affiancata dall’insegna dello scudo con le aquile imperiali. 
A questo punto facciano tappa a Bomarzo (Viterbo) dove “la geometria del giardino rinascimentale, con i suoi viali rettilinei, i disegni regolari e simmetrici di siepi accuratamente potate, svanisce per lasciare il posto alla natura disordinata di un bosco dove si manifestano singolari apparizioni: giganti in lotta, divinità fluviali e marine, figure terrifiche, amene e bizzarre che animano il paesaggio facendosi custodi di un messaggio mai svelato”. Insomma, un complesso monumentale naturale da non perdere, quello del Sacro Bosco (o Parco dei mostri), ornato da numerose sculture in basalto risalenti al sedicesimo secolo e ritraenti, appunto, animali mitologici, divinità e… mostri. 
Dulcis in fundo, restando in zona, il Castello Rispoli a Vignanello, il cui grande giardino rinascimentale è considerato fra i più famosi e belli d’Europa. Come annota Lucia Impelluso, Vignanello sorge su uno scuro sperone di roccia tufacea allungato, dove nell’835 si era stanziata una comunità di benedettini. Nel corso dei secoli vicende alterne videro la rocca passare di proprietà in proprietà, fra famiglie nobili e istituzioni religiose, sinché nel 1535 papa Clemente VII concesse Vignanello in feudo perpetuo a Beatrice Farnese, vedova di Antonio Baglioni e nipote del cardinale Alessandro Farnese, che di lì a pochi anni sarebbe stato eletto papa con il nome di Paolo III”. 
La trasformazione dell’antica rocca in castello avvenne nei primi anni Trenta del Cinquecento. Risultato? Un complesso “a pianta rettangolare, affiancato agli angoli da quattro torri con mura a scarpa e circondato da un fossato”. E, come si conviene a un castello degno di questo nome, l’accesso avviene attraverso un ponte levatoio. E per quanto riguarda il giardino? Una meraviglia della natura. Guardare le foto di Fusari per rendersene conto.

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