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Una prigione psicologica al femminile. L'unico modo per uscirne? Il delitto, forse

La penna sapiente di Francesco Recami si addentra fra le pieghe di una avvolgente commedia nera. Mirino puntato anche su Vladimiro Bottone e Noah Hawley


28/04/2017

di Mauro Castelli


Forse ci aveva abituato troppo bene, Francesco Recami, con la quasi-saga dei romanzi legati alla “Casa di ringhiera”. Uno spazio vitale - come abbiamo già avuto modo di annotare - rappresentato da un luogo, narrativamente parlando, che consente a chi legge di sbirciare nei diversi appartamenti come se non esistessero le pareti, nonché di spettegolare, di farsi partecipe di intrighi e situazioni al limite. Sta di fatto che nel suo ultimo romanzo della serie, dal titolo Morte di un tappezziere, lasciava presagire che si fosse arrivati al capolinea, in quanto l’autore strizzava l’occhio al passaggio a miglior vita del suo protagonista principe, il pensionato Amedeo Consonni, l’ex tappezziere appassionato di omicidi e specializzato nel cacciarsi nei guai. «In realtà le cose non stanno proprio così - tiene invece a precisare l’autore - in quanto si è trattato di un escamotage, di un mettere i bastoni fra le ruote alle aspettative del lettore. Ed è quindi possibile, ci sto pensando seriamente, che la serie possa proseguire».
Recami, si diceva: una laurea in Filosofia antica e un carattere al seguito «fumino, seppure qualche volta pacioccone»; una passione dichiarata per autori come Balzac, Zola, Dürrenmatt e Simenon; un lavoro scivolato negli ultimi tempi dal ruolo di editor scientifico a quello di scrittore a tempo pieno o quasi. Di fatto una penna intrigante e di piacevole lettura («Al contrario di molti miei colleghi, da giovane non immaginavo nemmeno di mettermi a scrivere»), partita da testi divulgativi e guide di montagna («Ho avuto sempre una grande passione per le scalate - al che hanno forse contribuito le origini friulane della mia famiglia paterna - sin quando alcuni problemi alla schiena mi hanno costretto a lasciar perdere»). Lui che in seguito avrebbe dato voce a due romanzi per bambini, per poi approdare alla letteratura per adulti con L’errore di Platini nel 2006.
«In realtà questo libro - curiosamente ricorda - lo avevo scritto diciannove anni prima, intitolandolo La totale assenza di fondamento nei ragionamenti degli architetti. Titolo improponibile, me ne rendo conto. Logico quindi che a rispondermi picche fossero stati diversi editori. Sellerio compreso, che mi inviò una lettera nella quale si precisava che l’argomento trattato poteva interessare, ma che in quel momento non rientrava nei loro piani editoriali. Lo ritenni un rifiuto. Le cose, anche per via di una serie di fraintendimenti, non stavano invece così…».
In ogni caso, «soltanto dopo essere diventato un over cinquanta, mi sarei messo a scrivere seriamente». Dimostrando subito, lo diciamo noi, una inclinazione narrativa fuori dal comune, a fronte di storie impregnate di personaggi tratti ed elaborati dalla vita di tutti i giorni. E a quel punto sarebbe stato un susseguirsi di colpi vincenti con Sellerio, la sua casa editrice di riferimento, con la quale avrebbe dato alle stampe Il correttore di bozze, Il superstizioso, Il ragazzo che leggeva Maigret (Premio Scrittore toscano), Prenditi cura di me (Premio Castiglioncello e Premio Capalbio), Piccola enciclopedia delle ossessioni nonché i sei romanzi dedicati al piccolo teatro di crudele normalità legato alla citata “Casa di ringhiera”, dove ha contagiato il lettore con un susseguirsi di variegati intrecci criminosi (ma senza mai versare sangue cruento o altre angolature del genere).
Detto questo, su cosa sta ora puntando Recami (che vive a Firenze, città dove è nato il 20 luglio 1956, «lo stesso giorno e lo stesso mese - ironizza - che videro nascere e purtroppo anche morire, anche se su questa data ci sono divergenze, Francesco Petrarca») per consolidare il suo rapporto vincente con i lettori? Su un ciclo «spietato e agrodolce» dedicato ai più ricorrenti incubi sociali, a fronte di «una struttura narrativa a teatro boulevardier (quello del puro intrattenimento)», con lo scopo di divertire deformando i fatti della vita attraverso «la comicità dell’equivoco e il paradosso del rovesciamento dei ruoli fra il buono e il cattivo», fra l’uomo e la donna.
In altre parole mettendo in discussione il confine fra la normalità e l’anormalità della vita quotidiana. Che Recami continua a voler mettere alla berlina, pur in un ambito di odio-amore, montando ben orchestrati saltafossi narrativi. Che peraltro - come ci ha anticipato - terranno banco in altre quattro storie, «a fronte di una serialità che non è quella tipica, in quanto ogni puntata verterà su una diversa iperbole degli eccessi, dove tutto risulta inverosimile. Fermo restando che non cerco la metafora alla rovescia». In altre parole trattando personaggi e contesti alla sua maniera, aspra e cattiva quando basta. Mescolando con ironia vari generi letterari, oltre a giocare di fioretto - all’insegna del sarcasmo, del paradosso e delle paranoie piccolo-borghesi - sul malcostume che tiene banco nel nostro quotidiano.
Ed è appunto all’insegna di questo nuovo spirito narrativo che Recami ha dato alle stampe Commedia nera n. 1 (Sellerio, pagg. 210, euro 14,00), un canovaccio divertente quanto al limite, la cui narrazione si dipana attraverso bordate di esagerazioni verso l’inatteso finale. Esagerazioni che non rappresentano comunque per l’autore un punto di debolezza: «Sarebbe come se un venditore di auto non puntasse a millantare sui bassi consumi del mezzo». Semmai il punto di forza «è rappresentato dalla messa in scena, in un ambito di esagerazione, di soli personaggi negativi, di arroganti perdenti, per i quali risulta difficile parteggiare. D’altra parte, alla mia età, non voglio fare denunce, ma strappare al lettore quattro risate, sia pure a denti stretti». 
A tenere la scena in Commedia nera n. 1 sono Antonio Maria Cotroneo e Maria Antonietta Salvatores: lui un sarto introverso e sottomesso che ha ereditato dal padre il mestiere; lei un affermato commissario di Pubblica sicurezza, prorompente divoratrice di uomini oltre che donna politicamente scorretta. All’inizio il loro matrimonio tiene, ma è solo apparentemente felice. Vuoi per la mancanza di figli, vuoi per la scarsa virilità dell’uomo che non riesce a stare dietro ai famelici appetiti della moglie. Logico quindi che, strada facendo, il loro rapporto finisca per deteriorarsi. Così Maria Antonietta lo rimpiazza fra le lenzuola con agenti di polizia che non solo la sollazzano, ma arrivano a convivere sotto il suo stesso tetto.
Insomma, un ripetersi di ménages à trois nel cui ambito Antonio Maria è costretto a lasciare il suo lavoro per dedicarsi alla preparazione di manicaretti per la perfida moglie, che peraltro lo tratta alla stregua di uno zerbino: relegato nel ruolo di separato in casa, isolato dal mondo, privato del denaro e imbottito di psicofarmaci. Insomma, una specie di invisibile schiavo familiare. Tanto è vero che Maria Antonietta ogni tanto, di sera, racconta a lui e agli agenti che si alternano nel talamo i casi della giornata e i metodi poco ortodossi con i quali li risolve. Un’ulteriore umiliazione per questo pover’uomo, che viene anche confinato per giorni interi nello stanzino delle scope, a confrontarsi con l’asse da stiro, i detersivi e una musica incessante di canzoni anni ’80.
Incapace di chiedere aiuto, Antonio Maria medita su come poter mettere fine a quella vita d’inferno. Inizia così a progettare la fuga, ma visto che ogni goffo tentativo di evasione, al limite del comico e del rocambolesco, finisce nel nulla, a un certo punto decide di tagliare la testa al toro. In altre parole opta per l’uxoricidio. E in tale ottica inizia, ossessivamente, a cercare di sbarazzarsi della moglie inventandosi complicati e ingegnosi congegni. Che, nemmeno a dirlo, non avranno successo. Sin quando, visto che gli vanno tutte storte, Antonio Maria - per uscire dal suo personale inferno - giocherà la carta del suicidio, preparandosi con scrupolo al difficile passo. Ma anche in questo caso…
Che dire: un romanzo brillante, amaro quanto paradossale, nel quale Recami ci racconta in modo surreale cosa può riservare un soffocante rapporto coniugale a parti invertite. In altre parole, in tempi di femminicidi ricorrenti, l’autore dà voce a una donna violenta e spietata, pronta a dominare un maschio fragile e sottomesso. E lo fa giocando all’insegna dell’ironia su «un meccanismo narrativo alla Wile Coyote, il cartone animato ambientato nel Grand Canyon in cui il coyote Wile, ossessionato da Beep Beep, rimane vittima delle sue stesse trappole ideate per catturarlo».
Che altro? Come accennato ci troviamo di fronte a una nuova serie, il cui prossimo episodio sarà intitolato Commedia nera n. 2 - La clinica Riposo & Pace. Come dire uno di quei centri «dove i parenti accompagnano i familiari per… accorciare loro la vita». E visto che si riderà sulla morte, c’è da aspettarsene delle belle.

Voltiamo libro. Torna sugli scaffali una storia che vede nuovamente protagonista il commissario Fiorilli, che Vladimiro Bottone ci aveva fatto conoscere nel… 1841 quando, giovane alle prime armi, era in servizio a Vicarìa, uno dei quartieri più malfamati di Napoli, e non aveva ancora fatto l’abitudine al male. Eppure si era trovato a dover indagare sulla scomparsa di Antimo, un orfano rinchiuso nel cosiddetto Albergo dei Poveri (per la gente del posto anche Reclusorio o Serraglio), una specie di città nella città che ospitava, oltre ai bambini, pure vecchi e donne di malaffare. Un caso tragico e difficile che per Fiorilli si era trasformato in un’ossessione. Un romanzo peraltro ben gestito e “interpretato”. Con il quale l’autore aveva voluto regalare a Napoli - «La città dove sono nato nel 1957, anche se oggi vivo e lavoro a Torino» - il grande romanzo ottocentesco che non aveva mai avuto, pur essendo considerata in quel periodo come una delle grandi metropoli europee insieme a Londra, Parigi, Pietroburgo. E siccome evidentemente ci deve avere preso gusto, ecco riproporne le ambientazioni, l’umanità varia e disperata, in abbinata al contesto pericoloso e affascinante, ne Il giardino degli inglesi (Neri Pozza, pagg. 400, euro 18,00). Un lavoro ambientato nel 1842, quindi un anno dopo rispetto a Vicarìa, dove il contesto non risulta poi tanto dissimile da quello di oggi. Con la città segnata dal male, dalla violenza, dall’ingiustizia e anche dal tradimento. Tanto da far precisare all’autore: «In diverse zone di Napoli all’autorità dello Stato si sostituisce ancora, purtroppo, la legge non scritta del più forte. Una legge implacabile, che esegue con velocità, efficienza ed estrema durezza le proprie sentenze…». In buona sostanza un lavoro che si dipana fra il romanzo storico, il poliziesco e il noir, che si nutre di una scrittura piacevole quanto avvolgente, che si addentra nei cancri della corruzione del potere, ma anche facendo bandiera del senso del dovere e dell’onestà. «Consegnando al lettore - è stato scritto e condividiamo - il ritratto di una Napoli ottocentesca dalle tinte fosche, pericolosa e affascinante come la Londra di Dickens». Insomma, un libro che si fa leggere, che intriga e che induce alla riflessione. Detto questo, spazio alla sinossi. «Sopra l’Ospedale degli Incurabili il cielo è sulfureo come il Giorno del Giudizio la mattina in cui Gioacchino Fiorilli, commissario di primo rango presso il quartiere di San Lorenzo, apprende che il nome di Peter Darshwood è nell’elenco dei decessi delle ultime ore. Il giovane inglese era giunto da poco a Napoli per piangere la sorella Emma, scomparsa cinque mesi prima in circostanze altrettanto drammatiche. Nemmeno il tempo di ambientarsi in città che la morte, dopo una violenta aggressione, lo ha sorpreso in un vicolo buio. Napoli non ha avuto misericordia dei due giovani Darshwood, che vengono sepolti nel cimitero acattolico, quel cimitero degli inglesi tenuto come un giardino e che, dopo l’omicidio della bella Emma Darshwood, il commissario Fiorilli ha imparato a conoscere siepe per siepe, iscrizione per iscrizione. Intanto dell’uccisione di Emma, la bella insegnante di canto nell’orfanotrofio del Reale Albergo dei Poveri (o Serraglio che dir si voglia), è stato accusato il comandante della disciplina dell’istituto, Michele Florino, un uomo che tutti dicono fosse invaghito della giovane inglese tanto da non sopportarne il rifiuto». In realtà Emma era prossima a scoprire i raggiri, le infamie e finanche gli ammazzamenti consumati da chi aveva l’incarico di dirigere quella istituzione e ne aveva tradito gli scopi benemeriti. Il commissario Fiorilli, in tale logica, «non cessa quindi un istante di pensare che dietro al duplice omicidio si nasconda in qualche modo la mano dell’ex medico del Serraglio, Domenico De Consoli, un uomo avvenente e carismatico, ma anche sinistro e imperscrutabile. Il caso viene tuttavia chiuso quando la polizia rinviene gli effetti personali di Peter Darshwood nell’appartamento di un quartiere popolare napoletano». Per chi porta avanti le indagini, «Peter è stato infatti vittima di una rapina ed Emma di un innamorato deluso». Punto e basta. Ma Fiorilli, pur rendendosi conto che le cose non stanno esattamente così, avendo tutti contro ritiene di dover gettare la spugna. A fargli cambiare idea sarà l’arrivo a Napoli di un terzo Darshwood: il padre Edward, schiacciato dai rimorsi per la morte prematura dei figli, il quale è a conoscenza di “angolature” che potrebbero aiutare le indagini. Come l’esistenza di un fascio di lettere di Peter che…

Le ultime note risultano legate alla penna dello scrittore, sceneggiatore e produttore a stelle e strisce Noah Hawley, del quale la Einaudi propone il suo quinto romanzo, Prima di cadere (pagg. 464, euro 20,00, traduzione di Marco Rossari), arrivato sugli scaffali dopo La congiura dei lunghi, I matrimoni degli altri, The Punch e Un bravo padre. E con questo suo ultimo lavoro ha scalato i vertici delle classifiche di vendita del Los Angeles Times e del New York Times, ferma restando la più che positiva accoglienza da parte dei librai indipendenti. Un thriller di spessore benedetto, fra gli altri, da quel geniaccio di James Patterson («L’ho divorato in un giorno») per la sua coinvolgente leggibilità. Come da titolo, tutto succede prima (ma ovviamente ci sarà anche un lungo dopo) che un jet privato si inabissi al largo di New York. A tenere la scena, in una calda serata d’estate, sono i membri di due ricche famiglie newyorkesi e un pittore fallito (un invitato dell’ultimo momento nonché conoscenza casuale di una delle donne) che - sulla pista dell’aeroporto dell’isola di Martha’s Vineyard - salgono su un volo privato per tornare in città. Il loro doveva essere un breve viaggio, ma sedici minuti dopo il decollo l’aereo precipita nelle acque dell’oceano. A salvarsi la vita, miracolosamente, sono soltanto due passeggeri: Scott Burroughs, l’artista, e un bambino di quattro anni, che con la scomparsa dei genitori rimane l’unico erede di un impero economico. Di fatto l’ipotesi dell’incidente sembra fare acqua da tutte le parti in quanto le vittime, per un verso o per l’altro, erano tutte portatrici di molti segreti. Così, mentre i mezzi di comunicazione avanzano l’ipotesi del complotto, la polizia e i “servizi” si mettono a scavare nelle esistenze delle nove persone morte, fra passeggeri e membri dell’equipaggio. E il pittore, prima osannato come eroe per aver salvato a nuoto il bambino, si ritrova a essere un sospettato. E anche il prezioso legame che ha instaurato con il piccolo sopravvissuto comincia a venire corroso dalle insinuazioni. A riassumerla così la trama è ovviamente riduttiva, in quando l’autore si diverte a ricamare, fra presente e passato, sulle varie angolature di vita dei personaggi. Giocando di fioretto su realtà e finzione, cercando di fuorviare il lettore dalla verità vera. Mischiando furbescamente i vari passaggi delle indagini con le torbide storie dei passeggeri. E lo fa da sceneggiatore consumato (capace cioè di coniugare trame poliziesche con tematiche sociali), cambiando velocità e direzione senza lasciare nulla al caso. A volte persino esagerando. Detto del libro, note sull’autore. Nato a New York nel 1967, città dove peraltro è cresciuto, Noah (che ha anche firmato la pluripremiata saga televisiva Fargo) è figlio della scrittrice e attivista Louise Armstrong (che lo ha indirizzato sulla strada della scrittura in abbinata al fratello gemello Alexi, uno degli sceneggiatori della serie televisiva The Following nonché creatore di State of Affairs) e dell’uomo d’affari Tom Hawley. Lui che, dopo essersi laureato in Scienze politiche al Sarah Lawrence College nel 1989, ha lavorato per la Legal Aid Society, un ente attivo nella Grande Mela sui casi di abbandono e sugli abusi sui minori. Trasferitosi successivamente a San Francisco, si era dato da fare come assistente legale e programmatore informatico presso vari studi legali. Mentre oggi si dedica alla scrittura a tempo pieno e vive con la moglie e i due figli fra Austin, in Texas, e Los Angeles. E questo è quanto.

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