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Una promessa di matrimonio, un’aggressione, una donna scomparsa. E solo dopo dieci anni il passato tornerà a bussare alla porta

Arriva dalla Polonia una chicca narrativa firmata dal trentaquattrenne avvocato Remigiusz Mróz. Gli altri suggerimenti? Legati alle penne di François Morlupi e Simone van der Vlugt


31/05/2021

di MAURO CASTELLI


Il biglietto da visita è di quelli che invogliano alla lettura, tanto più se firmato da Tess Gerritsen, autrice di intriganti medical thriller nonché della serie poliziesca che vede protagoniste la detective Jane Rizzoli e il medico legale Maura Isles. Un’autrice forte di un venduto di oltre 25 milioni di copie in una quarantina di Paesi, che del polacco Remigiusz Mróz, autore de Il labirinto delle ombre (Nord, pagg. 400, euro 18,60, traduzione di Raffaella Belletti), ha avuto modo di annotare: “Prima c’è stato Stieg Larsson, poi Jo Nesbø e ora è il turno di un altro straordinario autore di crime. Ovvero Mróz, capace di regalare una nuova ondata di thriller vincenti. Semmai - ha tenuto a sottolineare - il vero mistero è come mai ci sia voluto così tanto agli americani per scoprirlo!”. 
In effetti questa chicca narrativa risale al 2017 e, come a volte accade anche a testi di un certo peso, ha impiegato parecchio tempo per fare breccia negli interessi delle case editrici, vuoi per la lingua desueta in cui è stato scritto, vuoi per mancanza di sponsor decisi a sostenerlo. Anche se ultimamente, dopo aver venduto quattro milioni di copie soltanto nel suo Paese, ha messo il turbo con diritti di traduzione venduti non solo in tutta Europa, ma anche in Cina e Giappone. 
Per la cronaca Remigiusz Mróz è nato a Opole nel 1987. Laureato in legge, da diversi anni affianca alla professione di avvocato una brillante carriera di scrittore dotato di uno straordinario talento. I suoi romanzi hanno infatti riscosso un clamoroso successo di critica e dipubblico, successo che lo ha portato a diventare uno degli autori più famosi in Polonia. Appunto con Il labirinto delle ombre, un thriller inquietante e coinvolgente, ben congegnato quanto imprevedibile. 
Un’idea narrativa che, a detta dell’autore, gli è stata suggerita dalle allarmanti statistiche legate sia alla scomparsa di persone in Polonia che, soprattutto, a quelle riguardanti la violenza domestica sulle donne, quantificate fra le settecentomila e il milione all’anno. “Mi chiesi infatti sino a che punto sarebbe stata disposta a spingersi una di loro se fosse stato in gioco non solo la sua vita, ma anche quella di suo figlio. E se la possibilità di salvarsi fosse stata assolutamente contraria alla morale. Immaginavo che la ricerca di una risposta sarebbe stata inquietante, e il lavoro sul libro non ha fatto che confermarmelo. Sinché a un certo punto ho capito che non potevo prevedere un lieto fine…”. 
Ma veniamo al dunque. “A volte hai la sensazione che la tua vita sia manovrata da qualcun altro. Qualcuno senza volto e senza nome. E a volte purtroppo hai ragione…”. Sono passati dieci anni da quella sera, eppure Damian non riesce a dimenticare. Un attimo prima, la sua adorata Ewa aveva accettato di sposarlo, l’attimo dopo erano stati aggrediti, lui era svenuto e, quando aveva ripreso i sensi, lei era svanita nel nulla. 
Da allora Damian ha vissuto di rimpianti. Ma tutto cambia quando un amico gli mostra una foto comparsa su Facebook, una foto che ritrae una ragazza uguale a Ewa tra il pubblico di un concerto. Sperando che si tratti proprio di lei, il nostro protagonista contatta subito l’ispettore che si era occupato del caso. Ma nel giro di poche ore quella fotografia, curiosamente, viene fatta sparire dal web e Damian trova il cadavere dell’amico riverso in una pozza di sangue. 
L’unica persona disposta ad aiutarlo sembra essere Kasandra, una donna enigmatica e dal passato misterioso, sposata da dieci anni col titolare di un’agenzia investigativa. È lei che lo convince che Ewa è viva e che quella foto rappresenta solo il primo anello di una catena di indizi per ritrovarla e per salvarla. Logico quindi che Damian non si tiri indietro, anche a costo di inoltrarsi in un labirinto di ombre in cui nulla è ciò che appare, in cui il confine tra verità e menzogna si fa sempre più sottile. E in cui qualcuno sta spiando e manovrando ogni sua mossa… 
Che dire? Un thriller duro quanto basta, che induce l’autore a una profonda riflessione. Peraltro inquadrata “nel contesto della violenza legata ai nostri comportamenti, su come reagiamo a certi avvenimenti e su quanto ci accade nella sfera pubblica. Fermo restando che la violenza fisica è preceduta da quella psichica, che in pratica riduce le donne a oggetto…”. 


Voltiamo libro dando voce all’italo-francese François Morlupi, nato a Roma nel 1983, città dove vive con la compagna Dominique nel quartiere di Monteverde e dove lavora in ambito informatico in una scuola transalpina. Specializzazione, c’è da ritenere, che lo ha portato a mettere in Rete i suoi primi due romanzi che, per mesi, sono stati ai vertici delle classifiche. Lavori intitolati Formule mortali e Il colbacco di Sofia, entrambi peraltro già nel mirino della Salani che ne sta (ri)comprando i diritti per rimetterli in gioco se le cose andranno per il verso giusto. 
Salani che lo ha infatti portato in libreria con l’atteso noir Come delfini tra pescecani. Un’indagine per i Cinque di Monteverde (pagg. 414, euro 16,00), un passaggio sul quale Morlupi ironizza alla sua maniera: “Sono passati tre anni fa quando avevo deciso di intraprendere il mio viaggio nella galassia della Scrittura. E oggi la mia astronave è sbarcata sul pianeta Salani, corpo celeste gigante dalle condizioni di vita ideali, dove spero di poterci vivere per un periodo lungo e fecondo”. 
A tenere la scena, in questo romanzo impregnato - per dirla alla Piergiorgio Pulixi - di “una miscela perfetta di umorismo, scorrevolezza e tensione narrativa”, è un bravo, anzi, un ottimo poliziotto. Anche se l’autore non manca di demolirne con graffiante sarcasmo lo stereotipo del supereroe. Regalando “un volto credibile a chi per mestiere affronta il crimine, alternando intuizioni fulminee a epiche figuracce”. 
Di fatto un personaggio fuori dalle righe, o forse non più di tanto, il commissario Ansaldi, che dopo ogni “fragorosa caduta riesce a rialzarsi”. Un modo nuovo, dal punto di vista narrativo, per offrire lo spaccato di vita e di lavoro che sta dietro il ruolo delle forze dell’ordine. In altre parole sverniciando con l’ironia e il sorriso le incrostazioni ormai consolidate nell’opinione popolare attraverso una inaspettata ventata di aria fresca. 
Morlupi, si diceva, nel cui privato di lettore tengono banco - a mo’ di ispirazione - una serie di libri firmati da numeri uno come Agatha Christie (L’assassino di Roger Ackroyd), Henning Mankell (L’uomo inquieto), Michel Bussi (Ninfee nere), Pierre Lemaitre (Alex) e Maurizio de Giovanni (Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi). Senza trascurare i lavori dell’islandese Arnaldur Indriðason, di Massimo Carlotto, Donato Carrisi e del greco Petros Markaris. 
Ma veniamo alla storia che stiamo proponendo, la cui ambientazione, come da sottotitolo, è quella di Monteverde, un elegante quartiere romano dove non succede mai nulla. Forse è per questo che al commissariato di zona sono stati assegnati cinque agenti per così dire “particolari”, coloro che avevano già tenuto banco - vale a la pena di ricordarlo - nei precedenti lavori pubblicati online. 
Ovvero il commissario Biagio Maria Ansaldi, che si racconta in prima persona; la vice-ispettrice Eugénie Loy, il suo braccio destro, che soffre di un disturbo antisociale della personalità che la rende apparentemente insensibile (una portatrice sana di disperazione, come la definiscono i colleghi, che però le riconoscono ottime doti investigative). Una ragazza introversa quanto empatica che ha superato la trentina, con un fiuto alla Sherlock Holmes e che ogni tanto si distrae trovando rifugio nella letteratura francese. 
E poi gli altri tre agenti scelti, per così dire un po’ più normali: il romanissimo Roberto Di Chiara, amante del calcetto, della pizza e del cinema coreano sottotitolato; William Leoncini, un poliziotto di colore con la passione del nazismo adottato da una coppia di italiani, appassionato di storia, oltre che un tombeur de femmes che ha trovato l’amore. Infine la bella e ambiziosa Eliana Alerami, fresca d’accademia, che abita ancora con i nonni e i genitori e che vuole a tutti i costi guadagnarsi i galloni di commissario. Senza peraltro trascurare Chagall, il cane del commissario, che non manca di aiutare il suo padrone a… pensare. 
Insomma uomini e donne, cane a parte, alle prese con le loro debolezze, ma capaci, insieme, di trasformarle in forza. “Tutti un po’ matti, ciascuno a modo suo, ma di fatto una bella squadra investigativa”. E a riconoscerlo è lo stesso Ansaldi. In altre parole si tratta di un “gruppo di delfini - a detta dell’autore - che insieme riescono a sopravvivere anche a un branco di pescecani”. 
Secondo logica narrativa, la sonnolenta routine del quartiere viene turbata, per usare un eufemismo, da una serie di omicidi mascherati da suicidi o incidenti casuali. E per Ansaldi, che in ogni caso è un ottimo poliziotto, saranno guai investigativi. Tanto più che soffre, da chissà quanto tempo, di ipocondria e di ansia, patologie che gli rendono complicate anche le attività più semplici, sia nella vita che nel lavoro. 
Tanto per cominciare, un venerdì pomeriggio, un ultraottantenne vedovo e solitario viene trovato senza vita nel proprio appartamento, con un cappio al collo. Si direbbe un semplice caso di suicidio. Ma qualcosa non quadra ad Ansaldi e ai suoi collaboratori, e quel piccolo dubbio si trasforma, nel volgere di pochi giorni, in una indagine che turberà non solo la quiete di Monteverde ma anche le stanze della politica. 
Il giudizio? Una storia raccontata in modo personale, dal taglio cinematografico (“I personaggi si prestano”), in ogni caso capace di conquistare l’attenzione del lettore, che non mancherà di affezionarsi ai suoi strampalati protagonisti. Sullo sfondo di una città diversa da quella raccontata sulle pagine di cronaca. “Più vivida, più oscura, più umana”. Ma a tratti anche più divertente. “Una città che non è né testimone né vittima, che interagisce nell’inchiesta”, e con la quale Morlupi ha un rapporto particolare, una specie di inferno e paradiso al tempo stesso. Tanto da precisare: “Da un lato ne riconosco l’infinita bellezza, così come mi saltano agli occhi i difetti, gli ingorghi, le buche, la sporcizia e il degrado che piano piano sta coinvolgendo sempre più il centro storico. Per non parlare della mentalità provinciale che non si addice certo al suo ruolo di capitale”. Parole chiare, non c’è che dire. E chi vuole intendere intenda. 


In chiusura di rubrica la storia di un amore proibito, un romanzo storico che un giallo in senso stretto non lo è anche se le variegate interazioni portano il lettore a far di conto con le ansie di una vita al limite, oltre che con i voltafaccia e le atmosfere cupe di una città come Amsterdam ai tempi di quel genio inaffidabile che fu Harmenszoon van Rijn, noto semplicemente come Rembrant. Risultato? Una fiction commovente ed emozionante al tempo stesso, che “illumina la vicenda scandalosa e tragica dell’amante meno conosciuta del grande pittore e incisore olandese, volutamente dimenticata dalle biografie ufficiali”. 
Cosa succede ne L’amante di Rembrandt (Piemme, pagg. 280, euro 18,90, traduzione di Laura Rescio) - frutto di un robusto lavoro di ricerca e di documentazione, spesso inedita, da parte della prolifica autrice del paese dei tulipani Simone van der Vlugt - è presto detto. 
È un giorno di luglio del 1650 quando Geertje Dircx viene prelevata per strada dalla polizia di Amsterdam, costretta a salire su una carrozza e portata nella prigione di Gouda. Nessun processo, nessuna possibilità di difendersi: Geertje, in quella prigione, resterà per molti anni. Dietro il suo arresto non c’è che lui. Il suo grande amore. Il pittore più famoso del suo tempo, che sulla tela riesce a dipingere come se Dio stesso illuminasse uomini e cose, stanze e volti. Di fatto l’uomo cui Geertje ha dedicato gli anni migliori della sua vita, pur in assenza di un matrimonio legittimo, è in realtà soltanto un “avido protettore della propria reputazione”. 
Un passo indietro. Arrivata in casa di Rembrandt come bambinaia dopo la morte della moglie Geertje, la nostra protagonista sarebbe infatti rimasta accanto a lui, intrecciando una lunghissima relazione clandestina. Finché nella vita di Rembrandt si era affacciata un’altra donna e per Geertje non c’era stato più posto. 
“Manipolatore, donnaiolo, freddo e calcolatore: il ritratto di Rembrandt che emerge da questo avvincente romanzo è nuovo quanto scandaloso, così come per la prima volta la figura di Geertje viene raccontata in tutta la tragica forza della sua lotta per la verità. Una verità che tuttora non è stata portata completamente alla luce, così come il misterioso, unico quadro che la ritrae. Peraltro mai ritrovato”. 
Per la cronaca Simone van der Vlugt (all’anagrafe Watertor) è nata il 15 dicembre 1966 nella olandese Hoorn e ha iniziato a scrivere ancora giovanissima inviando un manoscritto a un editore all’età di 13 anni. Per contro il suo primo libro pubblicato (The Amulet, un romanzo storico sulla persecuzione delle streghe e dedicato ai ragazzi) sarebbe stato scritto fra il 1994 e il 1995 mentre lavorava come segretaria in una banca. Un filone, quello dei libri per giovani adulti, che in seguito l’avrebbe vista sugli scaffali con altri dieci romanzi storici. 
Ma sarebbe stato soltanto nel 2004 che la Van der Vlugt - oggi di stanza ad Alkmaar con il marito e due figli - avrebbe pubblicato il suo primo thriller psicologico per adulti, The Reunion, seguito da altri sei polizieschi per così dire “indipendenti”. In seguito, a partire dal 2012, avrebbe dato alle stampe un’altra serie di polizieschi interpretati da Lois Elzinga e scritti con una disarmante quanto accattivante semplicità narrativa, senza mai cadere nella banalità. Tutti romanzi supportati da un notevole successo sia da parte della critica che da quello del pubblico dei lettori.

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