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Una ragazza scomparsa, un vecchio caso irrisolto: torna in scena l’ex poliziotto in pensione Konráð

In un noir teso e sottile l’islandese Arnaldur Indriðason si addentra nel complesso rapporto fra uomini e donne, spesso contrassegnato dalla violenza


14/09/2020

di Catone Assori


Tredici anni spesi bene, narrativamente parlando, per l’islandese Arnaldur Indriðason, che raccontando le storie del suo personaggio di punta, il taciturno ispettore di polizia Erlendur Sveinsson, aveva fatto centro, conquistando dapprima la stima e l’affetto dei lettori europei per poi sbarcare vincente anche negli Stati Uniti. Già, Sveinsson, una figura dalla complessa e affascinante personalità che ci aveva fatto conoscere - nel suo romanzo d’esordio Synir Duftsins - quando ancora, come agente, si dedicava a minutaglie criminali (risse, furti e incidenti d’auto). Dimostrando subito di saperci fare, tanto è vero che avrebbe fatto carriera, finendo per occuparsi dei casi più complessi su piazza. 
Indriðason si diceva, nato a Reykjavík il 28 gennaio 1961 (città dove ha sempre vissuto e dove tuttora abita con la moglie e i tre figli), il quale - dopo essersi laureato in Storia - avrebbe lavorato (lui figlio d’arte: il padre è infatti lo scrittore e giornalista Indriði G. Þorsteinsson) per due anni nella redazione del Morgunblaðið, la maggior testata del suo Paese, per poi dedicarsi come freelance alla critica cinematografica. Sin quando decise di abbracciare la strada della narrativa, vincendo numerosi premi fra i quali il Glasnyckeln e il Gold Dagger. Guadagnandosi peraltro una buona fetta di lettori anche in Italia dove, sempre per i tipi della Guanda, è arrivato sugli scaffali con tutti i suoi romanzi. 
Ovvero Sotto la città (2005), La signora in verde (2006), La voce (2008), Un corpo nel lago (2009), Un grande gelo (2010), Un caso archiviato (2010), Un doppio sospetto (2011), Cielo Nero (2012), Le abitudini delle volpi (2013), Sfida cruciale (2013), Le Notti di Reykjavík (2014), Una traccia nel buio (2015), Un delitto da dimenticare (2016), Il commesso viaggiatore (2017), La ragazza della nave (2018), Quel che sa la notte (2019). E, ora, La ragazza del ponte (pagg. 346, euro 19,00, traduzione di Alessandro Storti), dove ridà voce al poliziotto in pensione Konráð, il personaggio che abbiamo imparato a conoscere nel suo precedente romanzo. 
Detto questo, spazio alla trama. “Un’anziana coppia è preoccupata per la nipote. Sanno che ultimamente Danní si è messa a frequentare brutti giri legati alla droga e non avendo sue notizie da qualche giorno temono le sia successo qualcosa di brutto. Per questo decidono di chiedere aiuto a Konráð. Il motivo? La nonna di Danní, che era un’amica di sua moglie, ha rivestito importanti incarichi pubblici e non vuole dare nell’occhio rivolgendosi alla polizia”. 
Konráð - come accennato - è un ex poliziotto in pensione, e a Reykjavík la sua fama lo precede: “il fiuto non gli manca, ma è anche distratto e svagato, in quanto da molti anni rimugina sulla sorte del padre, accoltellato nel 1963 da un assassino mai identificato. Questa volta, però, scavare nel passato e concentrarsi su dettagli all’apparenza insignificanti lo condurrà alla verità. La triste vicenda di una ragazzina annegata nel laghetto della Tjörnin quasi cinquant’anni prima potrebbe essere infatti la pista giusta da seguire per risolvere anche il caso di Danní, che nel frattempo viene ritrovata cadavere nell’appartamento del fidanzato”. Ma la morte di Danní è stata un incidente o qualcuno voleva farla tacere per sempre? 
“In un noir teso e sottile, Indriðason pone l’accento sul destino delle donne, che pagano il prezzo più alto per l’odio e la violenza degli uomini; e dimostra come anche il segreto più nascosto, sepolto sotto una coltre di inganni e di bugie, possa essere svelato”. 
Scrittore di livello, strada facendo Indriðason non ha disdegnato nemmeno la sceneggiatura, tanto da approdare nel 2008 sul grande schermo - in abbinata a Óskar Jónasson - con Reykjavík-Rotterdam, in seguito oggetto del remake Contraband. Un feeling peraltro ribadito dal film Mýrin, tratto dal suo omonimo romanzo, che in Italia è stato pubblicato come Sotto la città. Ma è soprattutto nella narrativa che ha saputo esprimersi al meglio, a fronte di trame accattivanti quanto ben orchestrate, tanto da fargli ricevere inaspettate benedizioni da parte della critica americana. Un paio di esempi? “Ha riempito il vuoto lasciato da Stieg Larsson” secondo Usa Today, mentre il Times lo ha etichettato come “la più bella penna sbocciata fra i narratori dei Paesi nordici”.

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