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Una ragazza scomparsa, una verità monca, un passato che ritorna

Dalla penna magica di B.A. Paris una storia che cattura e intriga. A seguire i tradimenti di Jennie Rooney e le ambiguità di Danilo Pennone


18/02/2019

di Mauro Castelli


Di lei un numero uno del calibro di Lee Child ha detto: “Se stiamo vivendo l’epoca d’oro della suspense è grazie ai romanzi di B.A. Paris”. Come, appunto, Non dimenticare (Nord, pagg. 364, euro 18,00, traduzione di Olivia Crosio), un lavoro che la conferma narratrice di razza dopo il successo incassato con La coppia perfetta e La moglie imperfetta, due thriller psicologici - in bilico fra l’apparenza e la sostanza nell’ambito di un rapporto matrimoniale - che hanno venduto oltre un milione di copie e sono stati tradotti in 37 Paesi. 
Non dimenticare è tuttavia un romanzo che si differenzia dai primi due, pur restando in ambito psicologico, per il fatto che non risulta imbastito sulla “donna vittima”. A tenere la scena è infatti Finn McQuaid, la cui fidanzata Layla è scomparsa dodici anni prima e non è mai stata trovata. Ovviamente Finn si è rifatto una nuova vita, sin quando il suo passato inizia a perseguitarlo... 
Per la cronaca la Paris (che ha presentato il suo libro, a inizio febbraio, sia a Milano che al festival Nebbiagialla di Suzzara, in provincia di Mantova) è nata e cresciuta in Inghilterra, per poi trasferirsi in Francia, dove ha lavorato per una importante banca d’investimento. Quindi si sarebbe messa a insegnare inglese in Inghilterra, sin quando, a un certo punto, ha deciso di voltare pagina e dedicarsi alla scrittura. “Una passione che mi sono sempre portata dietro, anche se mai praticata a tempo pieno sino a undici anni fa”. 
A fronte di un passaggio che lei stessa giustifica in questo modo: “Già da piccola ero una accanita lettrice dei libri di Enid Blyton prima e di Agatha Christie poi. Forse sono state loro a influenzarmi maggiormente, anche se strada facendo ho attraversato diversi generi, esclusi il fantasy e soprattutto l’horror. In quanto disdegno le scene cruente, così come non scriverei mai di omicidi e rapimenti che coinvolgano bambini. Semmai è il mistero in se stesso a intrigarmi, in abbinata alle relative reazioni emotive”. 
Tornando al dunque, come ha iniziato il suo passaggio alla narrativa gialla la nostra autrice? “Partecipando nel 2008, spinta da una delle mie figlie (ne ha avute cinque, ovvero Sophie, Chloe, Celine, Eloise e Margaux, a fronte di un matrimonio con Colum che dura da oltre 35 anni), a un concorso indetto da un giornale della domenica. Sino ad allora mi ero limitata a scrivere storie per bambini, complice la mia nidiata. Sta di fatto che, sulla scia creativa legata a quel romanzo, non mi sarei più fermata. Con una certezza al seguito: quando inizio a scrivere un libro ho già in mente, sia pure a grandi linee, cosa accade nella storia, ovvero come inizia e come finisce. Quello che invece succede nel durante me lo invento man mano. Giocando sulla fantasia e lasciandomi pertanto alle spalle il reale. E soprattutto cercando di tenere sulle spine i miei supporter, puntando su personaggi deboli e quindi facilmente manipolabili”. 
Detto questo spazio alla sinossi, che ruota attorno a una deposizione rilasciata dal citato Finn McQuaid alla polizia francese di Fonches. Con il protagonista, che si racconta in prima persona, a instillare nel lettore il tarlo del dubbio, assicurando di aver detto la verità sulla scomparsa della fidanzata Layla. Sì, ma non tutta la verità… 
Cos’era successo è presto detto. Con Layla si erano conosciuti da pochi mesi, ma impulsivi e innamorati come tutti i giovani, erano sicuri che non si sarebbero lasciati mai. Poi c’era stata quella vacanza in Francia. Purtroppo, durante il viaggio di ritorno, il fattaccio. Finn si era fermato in una stazione di servizio e, per qualche minuto, aveva lasciato Layla sola in macchina. Quando era tornato, lei era scomparsa. 
Da allora sono trascorsi dodici anni. “Finn oggi è un uomo diverso, più maturo e sicuro di sé. Sebbene il ricordo del suo primo amore non lo abbia mai abbandonato, si è costruito una nuova vita, trovando conforto tra le braccia di Ellen, che guarda caso è la sorella di Layla. Insieme, i due sono riusciti a esorcizzare il passato, si sono trasferiti fuori città e hanno anche deciso di sposarsi. Ma, all’improvviso, la serenità di Finn viene turbata da due episodi inquietanti. Prima la telefonata di un suo anziano ex vicino, il quale sostiene di aver visto una donna identica a Layla aggirarsi nel quartiere. Poi, la sera stessa, Ellen che stringe tra le mani la bambola più piccola di un set di matrioske, trovata sul marciapiede, davanti al vialetto d’ingresso della loro casa”. 
Già, le matrioske. “Quelle stesse - annota l’autrice - con le quali giocavano le mie figlie, le quali, come mi ero resa conto, rappresentavano una scelta perfetta per la mia storia a causa del loro simbolismo”. 
In effetti anche per Finn questo oggetto ha un significato preciso. “Possibile che Layla sia tornata? Possibile che la sua paura peggiore stia per diventare realtà? E il dubbio che qualcuno abbia scoperto il suo segreto si trasforma in ossessione quando lui stesso trova un’altra piccola bambola sul muretto di casa. E un’altra ancora, qualche giorno dopo, sul cofano della sua auto”. E questo è soltanto l’inizio…

Altra penna al femminile che graffia e lascia il segno è quella dell’inglese Jennie Rooney, nata a Liverpool nel 1980, una laurea conseguita all’università di Cambridge, lunghi trascorsi in Francia guadagnandosi da vivere insegnando inglese. Quindi il ritorno in Inghilterra, e più precisamente a Londra, per dedicarsi alla professione di avvocato. A seguire il debutto narrativo con La voce dei nostri silenzi, arrivato sugli scaffali italiani nel 2010 per i tipi della Piemme, che ora la ripropone con La ragazza del Kgb (pagg. 412, euro 18,90, traduzione di Velia Ferruari). 
Si tratta di un lavoro del 2013 - che sta per assurgere, da qui l’attualità, agli onori del grande schermo con Judi Dench nella parte della protagonista - basato sull’incredibile storia di Melita Stedman Norwood, la più longeva spia inglese al servizio del Kgb, che era stata scoperta soltanto nel 1999, quando il disertore Vasili Mitrokin rese pubbliche per la prima volta le sue attività illegali. Lei che, intervistata da un reporter del Times nel settembre di quello stesso anno, ebbe a ironizzare: “Oh, be’. Pensavo di farla franca”. 
Ed è appunto su questa figura leggendaria, scomparsa a 93 anni nel giugno 2005, che la Rooney ha imbastito “un’indimenticabile storia di spionaggio e amore” che non solo ci parla delle difficili scelte che si possono fare nel corso della vita, ma anche delle loro inevitabili conseguenze. 
Per la cronaca Hola, questo il suo nome in codice, fornì all’Urss, nel periodo compreso fra il 1937 e il 1972, i segreti nucleari di cui era venuta in possesso grazie al suo impiego presso la British Non-Ferrous Metals Research Association. Lei nota simpatizzante comunista che però, curiosamente, non venne mai perseguita dalla giustizia per quel che aveva fatto. 
Dalla realtà alla finzione, narrativamente parlando, il passo è breve. Così l’autrice ci fa conoscere la sua protagonista, Joan Stanley, quando in una fredda mattina di gennaio viene prelevata dalla sua piccola villetta alla periferia di Londra. Chi l’avrebbe mai detto che dietro quella facciata da mamma amorevole e nonna deliziosa, amante del giardinaggio e persino occasionale allieva del corso di pittura con l’acquerello, si nascondesse una spia? D’altra parte doveva aspettarselo. Perché, anche a ottantacinque anni, al passato non si sfugge. 
Lei che sino ad allora non era stata scoperta non tanto per la sua capacità di depistare e cancellare le proprie tracce, bensì per il fatto di essere stata sottovalutata in quanto donna. Lei che era stata inserita in un progetto segreto guidato dal professor Max Davis, guadagnandosene le simpatie e venendo a conoscenza di formule e progetti estremamente riservati. E l’essere stata per anni stata al soldo del Kgb le avrebbe reso facile il nuovo tradimento, informando il nemico sui progressi relativi alla “futura” bomba atomica. 
Ovviamente l’autrice, come da sinossi, ci porta - attraverso una serie di flashback - anche al passato. E in particolare al 1937 in quel di Cambridge, “una cittadina universitaria brulicante di idee”, dove Joan (una delle pochissime donne ammesse) può finalmente respirare a pieni polmoni l’aria della scienza e studiare come avrebbe sempre voluto. E quando conosce la passionale Sonya Galych e il suo affascinante cugino Leo, russi di origine ed entrambi contagiati dal virus del comunismo, sarebbe stato l’inizio di un viaggio che non avrebbe mai pensato di compiere. 
Già, Leo. Una figura che, c’è da ritenere, prende spunto dall’uomo (al cuore non si comanda) che era diventato il marito di Melita, Hilary Norwood, insegnante di famiglia russa e convinto comunista. Come sarebbe diventata lei stessa, peraltro. Tanto è vero che dai colpi bassi al suo Paese non avrebbe ottenuto, almeno a quanto la stessa Melita ebbe a dichiarare, alcun profitto materiale. E quando la nostra spia venne interrogata sui moventi delle proprie azioni, spiegò: “Feci quel che feci non per soldi, ma per aiutare a prevenire la disfatta di un nuovo sistema che aveva dato, a un costo elevato, cibo e cure a gente che non se li poteva permettere, una buona educazione e un servizio sanitario”. 
Il giudizio su questo libro? Una intrigante storia di spionaggio che prende in ostaggio uomini e donne sin dalle prime battute; che si nutre di personaggi ben tratteggiati quanto realistici; che dà voce a un contesto talmente ben descritto da far immedesimare i lettori in quel drammatico periodo. E non è da tutti.

Ultimo suggerimento per gli acquisti quello legato alla penna del romano Danilo Pennone, che torna sugli scaffali con una storia incentrata sulla brutta fine di un giovane (il cui cadavere viene ritrovato vicino alla riva di un lago), sulle ambiguità di alcuni personaggi (che tengono banco in un seminario) nonché sul ruolo di certe scomode verità (quelle che prima o poi tornano a galla in attesa di far pagare il conto). Ovvero Il cadavere del lago (Newton Compton, pagg. 276, euro 9,90), un noir che si nutre di spunti intriganti e ben raccontati, oltre che di venature incentrate sia sull’amarezza che su accenni di sorriso. 
Il tutto supportato da un coacervo di fastidiose realtà nel quale si dipanano le indagini del commissario Ventura, un sessantenne dai modi spicci quanto duri, musicista mancato (quanto gioca l’interesse dell’autore nei confronti delle sette note a dare respiro a questa angolatura?) e un privato decisamente avaro di soddisfazioni. Ferma restando una certa propensione ad alzare il gomito. Tipica di chi soffre di dolore e solitudine: non a caso lo incontriamo al funerale di sua figlia che, prima di togliersi la vita, aveva commesso un crimine. Questo dopo aver perso anche la moglie magistrato a causa di una vendetta. Mazzate che tuttavia non lo distolgono dai suoi doveri di poliziotto, rifugiandosi - in termini di affetti - soltanto nella cura di un cane che gli era rimasto in… eredità. 
Per la cronaca Danilo Pennone è nato a Roma il 14 luglio 1963, città dove si è laureato in Lettere e dove tuttora vive e insegna. Lui che si era imparentato con le librerie alla fine degli anni Ottanta, quando aveva dato alle stampe diversi saggi sulla mitologia celtica e non solo. Poi, nel 2008, il salto nella narrativa di settore con il romanzo Confessioni di una mente criminale, dal quale sarebbe stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale per la regia di Marcello Cotugno, rappresentato fra l’altro al Todi Arte Festival 2009, sotto la direzione artistica di Maurizio Costanzo, nonché nelle carceri romane di Regina Coeli e di Rebibbia, con il patrocinio del Garante dei Diritti dei detenuti del Lazio. 
Che altro? Il contributo alla realizzazione di tre Cd come coautore di musiche e testi; la messa in scena di una commedia musicale, Era l’estate dell’amore, della quale si era proposto autore sia del testo che delle musiche; il lavoro come assistente alla cattedra di Storia del cinema presso l’università La Sapienza della Capitale. 
Detto questo, briciole di trama de Il cadavere del lago, un thriller “che emoziona dall’inizio alla fine”, che si nutre di incastri ben congegnati, oltre che di frasi brevi che arrivano dritte al punto. Per non parlare della solida intelaiatura che regge la storia. 
A tenere la scena è il ritrovamento - in una giornata d’inverno fredda e piovosa - del corpo, seminudo e con evidenti segni di soffocamento, di un ragazzo. Unico appiglio per il riconoscimento un rosario: si tratta infatti di un seminarista irlandese, Eamon McCormac, che era sparito da due giorni senza che nessuno ne avesse denunciato la scomparsa. Sarà così che il commissario Ventura, messo sotto pressione dai suoi superiori e condizionato dalla “minaccia” del prepensionamento, si troverà a muoversi in un mare di pericolosi silenzi. Facendo peraltro spallucce alla burocrazia e affidandosi all’istinto. 
Così non gli ci vorrà molto - indagando a fondo sul Seminario Apostolico d’Irlanda, con sede a Castel Gandolfo (un’istituzione che accoglie futuri ecclesiastici appunto di nazionalità irlandese) - per rendersi conto che la condotta di McCormac era tutt’altro che irreprensibile, visto che frequentava un giro di prostituzione. E qui l’autore sembra rifarsi, sia pure prendendola alla lontana, con gli abusi che hanno “tormentato” il mondo ecclesiastico e troppo spesso sono stati messi ingiustamente a tacere. 
Tornando al dunque, i sospetti cadono su un giovane che lavorava proprio nella zona in cui è stato rinvenuto il cadavere e una serie di indizi sembrano confermare la sua colpevolezza. Ma Ventura (un personaggio reso peraltro accattivante proprio dalle sue imperfezioni) non intende chiudere il caso prima di essere venuto a capo del mistero che avvolge la vicenda. Perché la verità è molto più lontana di quanto potrebbe sembrare…

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