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Una riservata insegnante scomparsa nel nulla e il mistero è servito

Dalla penna di Domingo Villar, una delle voci più interessanti della narrativa spagnola, un noir carico di intrigante suspense


07/12/2020

di CATONE ASSORI


Scrive in gallego (una lingua romanza proveniente dal latino e dall’antico galaico-portoghese, nata nella parte ovest della provincia romana della Gallaecia, che comprendeva il territorio della Galizia attuale, nel nord del Portogallo, e dei limitrofi territori a Est) per poi tradurre in spagnolo; ama omaggiare chi insegna, chi fa le cose adagio e chi ama il mare; parallelamente si diverte a tratteggiare personaggi in parte tratti dalla realtà e in parte frutto della sua fantasia, proponendo le coste della sua Galizia come scenari di crimini efferati. 
E poi i tanti ringraziamenti. A partire dalla famiglia: sua madre, suo fratello Andrés, sua moglie Bea e i suoi figli Tomás e Mauro (cui se ne aggiunge un terzo di nome Antón) che hanno preso il posto di suo padre “come stoici ascoltatori, senza un rimprovero” delle sue letture ad alta voce. Delle quali - assicura - ne sente un gran bisogno. 
Domingo Villar si diceva - nato a Vigo, in Galizia, nel 1971, città nella quale è cresciuto prima di trasferirsi a Madrid dove attualmente vive - che ora torna nelle nostre librerie con L’ultimo traghetto (Ponte alle Grazie, pagg. 640, euro 18,50, traduzione di Silvia Sichel), frutto di un lavoro, “fatto e disfatto più volte, durato otto anni”, che gli ha regalato uno straordinario successo nel suo Paese, dove pure si era già guadagnato il rispetto del pubblico e dei critici con le altre due premiate indagini legate ù+Èpoiuytrewq         qwertyuiopè+ùlla figura dell’ispettore Leo Caldas (che dipende dal commissario Soto e risulta affiancato dal concreto assistente Rafael Estévez), ovvero Occhi di acqua del 2006 e La spiaggia degli affogati del 2009, rispettivamente arrivati sui nostri scaffali per i tipi di Ponte alle Grazie e Kowalski. 
Libri che, a dispetto di quanto scrive El Cultural, non appartengono, a nostro giudizio, alla stirpe narrativa di Manuel Vázquez Montalbán e Andrea Camilleri. Seppure portatori di una più che apprezzabile caratura e una freschezza fuori dal comune, oltre che di gradevole quanto robusto impatto. Ma si tratta, è bene precisare, di altro. 
Più in particolare, L’ultimo traghetto è incentrato su una storia che appassiona e intriga. Quella di Mónica Andrade, una donna di 35 anni sparita nel nulla da alcuni giorni. Dopo aver contattato amici e colleghi di lavoro il padre decide di recarsi dalla polizia per denunciarne la scomparsa. Non era mai successo, infatti, che la figlia, insegnante di ceramica, saltasse il pranzo domenicale in famiglia, soprattutto dopo che la madre era stata colpita da un grave ictus. 
Di fatto il caso non meriterebbe particolari attenzioni se non si trattasse della figlia di un celebre cardiochirurgo con cui mezza città (incluso il commissario Soto) pare sentirsi in debito. Così, sia pure senza eccessivi entusiasmi, Caldas ed Estevéz si recano per un sopralluogo nella casa della donna a Tíran, cittadina di pescatori al di là del canale di Vigo. Ma niente è fuori posto e non c’è alcun segno di effrazione o furto. Dalla casa sembrano infatti mancare soltanto uno zaino, qualche vestito e lo spazzolino da denti. La qual cosa lascia pensare che la donna si sia allontanata volontariamente. 
Ma Leo Caldas non è uno di quei poliziotti che si arrendono facilmente. Così, affiancato dal suo vice, dapprima con un certo distacco poi sempre più coinvolto, cerca di addentrarsi nella vita riservata della donna scomparsa, che si dipanava tra la Scuola di arti e mestieri dove insegnava e il villaggio isolato in cui si era ritirata a vivere: un mondo antico, collegato alla grande città da un traghetto che lei prendeva quotidianamente... Ma allora dove sarà finita Mónica Andrade? E per quale motivo è sparita? 
Questo il riassunto, in poche parole, di un malloppone di oltre seicento pagine (forse un po’ troppe, per la verità) che ovviamente non rende giustizia all’autore, il quale ha saputo raccontare la sua storia in un crescendo di intensità e a fronte di una robusta leggibilità. Regalando spessore e vita a una galleria di personaggi (dai due investigatori al clochard  Napoleón, da Andrés il Vaporoso al padre di Caldas, dal dottor Andrade all’insegnante di liuteria antica, da Walter l’inglese a Rosalìa Cruz e a Camilo, il vicino di casa di Mónica) ben inseriti in ambientazioni e contesti credibili, che resteranno nell’immaginario del lettore. E ognuno dei quali risulta parte integrante del meccanismo di un noir che tende a sposare il thriller. 
Il tutto a fronte di un intreccio narrativo di prim’ordine, supportato da dialoghi profondi quanto ben ragionati, nonché da variazioni sul tema che finiscono per far deragliare la lungimiranza anche del lettore più smaliziato. Salvo poi farlo partecipe di quanto è successo a due terzi della storia. Ma non per questo, bravura di Villar, si potrà abbassare il livello d’attenzione. Perché proprio le ultime, concitate pagine - ci sia concesso anticiparlo - porteranno Leo Caldas a scoprire chi è il Caimano, ovvero il detestabile ladro di bambini che…

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