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Una serie di oscuri delitti, una setta misteriosa, un testamento scomparso

Dalla penna del siciliano Carmelo Nicolosi De Luca un thriller d’esordio che lascia il segno. Enigmatico, graffiante e minuziosamente costruito


16/10/2017

di Massimo Mistero


La mano calda del giornalista si sente e tiene banco come si conviene nel thriller La congiura dei monaci maledetti (Newton Compton, pagg. 372, euro 10,00). In altre parole il folgorante romanzo d’esordio nella narrativa di settore (“Enigmatico come Il nome della rosa di Umberto Eco e magnetico come La cattedrale del mare dello spagnolo Ildefonso Falcones, annota - sia pure con una punta di esagerazione - l’editore) di Carmelo Nicolosi De Luca, nato a Catania il 30 ottobre 1937 (ottant’anni portati con piglio giovanile e una freschezza mentale da far invidia) e attualmente di stanza a Palermo. Città dove - tradendo il suo ruolo di pensionato in quanto stare con le mani in mano non gli si confà - scrive per il Giornale di Sicilia, proponendosi come direttore di Az Salute, l’allegato gratuito al quotidiano (32 pagine a colori) in uscita l’ultimo mercoledì di ogni mese.
Carmelo Nicolosi De Luca si diceva (un doppio cognome che si rifà a quelli del padre e della madre, in quanto “su piazza esiste un altro Carmelo Nicolosi, a sua volta scrittore”), sposato da mezzo secolo con Serenella (il suo attento quanto severo censore, dalla quale ha avuto Luca e Paola), il cui avvicinamento alla narrativa gialla è avvenuto per caso.
“In effetti, pur avendo sempre avuto un debole per i polizieschi (oltre che per la Juventus, aggiungiamo noi, retaggio della passione paterna), non avrei mai immaginato di scriverne uno. Successe invece che una notte, io abituato ad avere la scorta di libri sul comodino visto che dormo poco, ne fossi rimasto orfano. Così mi alzai per andare a curiosare nella mia biblioteca di tremila volumi, in parte dislocati in garage per ovvi motivi logistici, imbattendomi in un libro ereditato dai miei che parlava di un abate del monastero San Marco di Firenze, appunto Gerolamo Savonarola. Ne rimasi affascinato, tanto da leggerlo in una sola notte. Convincendomi della forza del suo pensiero, che ritenevo dovesse essere riproposto. A quel punto decisi di andare a Firenze per documentarmi. In altre parole chiedendo aiuto, e lumi, ai frati di quel monastero. Tutto questo è successo un anno e mezzo fa”.
Ma sugli scaffali questo autore, dal carattere tranquillo e fatalista, ci era già arrivato una quarantina di anni fa, quando diede alle stampe Gli angeli non bevono whisky, seguito cinque anni dopo da Il 32 del mese di…, un lavoro dedicato al giornalismo e volto a dimostrare che la felicità non è di questa terra. E i personaggi di questi libri “li avrei rimessi in scena nel 2010, quando diedi alle stampe L’intrigo parallelo, un lavoro incentrato sulla Sicilia delle nebbie i cui diritti sono stati ora acquistati dalla Newton Compton”, seguito tre anni fa da L’Italia degli inganni, frutto di un attento lavoro di amalgama di appunti, testi di giornali e libri sulle cose che si sono volute minimizzare se non addirittura occultare nel nostro Paese.”Un libro di storia mai scritta sui depistaggi, le ingiustizie e quant’altro a partire dal 1961”. Parole pesanti, che graffiano, che affrontano il problema alla radice, che non danno nulla per scontato.     
Giornalista professionista dal 1968 - cultore di letteratura russa e spagnola, ma anche con un debole dichiarato per il franco-algerino Albert Camus - Carmelo Nicolosi De Luca aveva iniziato giovanissimo a darsi da fare per la carta stampata. “Successe che a 14 anni vedessi un film incentrato sul giornalismo d’inchiesta e ne rimanessi folgorato. Così decisi, sia pure ostacolato dalla mia famiglia, di percorrere questa strada. Sta di fatto che a 18 anni - ma senza abbandonare gli studi, che mi hanno portato a conseguire con buoni voti una laurea in Economia con indirizzo giuridico
 - andai a trovare un parente, che si chiamava Tito, in forza al Corriere di Sicilia (la più vecchia testata locale, che strada facendo avrebbe però chiuso i battenti). Ed essendo lui a capo delle Province iniziò a farmi fare servizi, per poi essere assunto a tempo pieno alcune stagioni dopo”.
In seguito il nostro autore avrebbe lavorato a lungo (23 anni non sono pochi) per il Corriere della Sera, testata per la quale ha curato inchieste e servizi in mezzo mondo: dall’Europa all’Africa, dal Medio Oriente all’Asia, dal Sudafrica alle Americhe, intervistando personaggi che hanno fatto la storia (come Nelson Mandela, “un uomo affabile e disponibile”), oppure seguendo eventi storici, come l’omicidio a Dallas del presidente americano Kennedy. Non bastasse, strada facendo, si sarebbe fatto carico anche di due direzioni: una relativa a un giornale di matrice democristiana e l’altra a una testata di Palermo che si chiamava Nord-Sud.
Ma veniamo al dunque. Ovvero a La congiura dei monaci maledetti, un thriller ambientato nel presente ma che si rifà al passato. Un escomatoge per dare voce a una storia che cattura e intriga, che mischia sapientemente storia e temi di attualità, frutto di un attento lavoro di ricerca per regalare credibilità al canovaccio. Un canovaccio che si rifà alla morte di Gerolamo Savonarola voluta da papa Clemente VI, il quale aveva minacciato gli uomini guida di Firenze di un editto volto a limitarne il commercio se non fossero stati presi drastici provvedimenti nei suoi confronti. E le famiglie nobili che avevano difeso lo scomodo frate ebbero la peggio e dovettero…  
Cosa succede invece nel presente è presto detto. Il proprietario di una libreria di Palermo che vende testi antichi viene brutalmente ucciso. L’arma? Un vecchio pugnale che pare risalire al Cinquecento. Dopo alcuni giorni, un altro cultore di libri d’epoca viene ammazzato a Firenze. Anche in questo caso l’arma usata dall’assassino è un pugnale uguale a quello del precedente delitto. Le indagini, presto avviate, portano a una scoperta sconcertante: l’esistenza di una setta, quella dei Frateschi, nata in Italia alla fine del Quattrocento e sopravvissuta fino ai giorni nostri.
I suoi adepti, fedeli all’insegnamento di Girolamo Savonarola (il famoso religioso, politico, predicatore nonché profeta di sciagure finito impiccato e bruciato sul rogo come eretico, scismatico nonché per aver predicato cose nuove), hanno cercato per secoli il testamento che il frate affidò ai suoi discepoli, prima di essere arrestato, perché lo occultassero e lo rendessero noto solo dopo la sua morte. Ma nessuno era mai riuscito a trovarlo. Sino ad ora.
Nel corso dei lavori di restauro nella basilica di San Domenico a Palermo, un muratore lo rinviene infatti in una scatola sigillata. Ma la sorte di questo pover’uomo è segnata: a sua volta finisce ammazzato da uno di quegli antichi pugnali. E il testo, nemmeno a dirlo, scompare. Quando la mano assassina arriva anche a Roma, servirà la collaborazione di un giovane monsignore del Vaticano per far luce sulla scia di sangue che pare non avere più fine. Ma chi si nasconde dietro questi omicidi? Chi muove i fili di questo intricato complotto che affonda le radici nel tempo?
Che dire: un romanzo enigmatico, graffiante e minuziosamente costruito; un lavoro così ben scritto da non dare l’impressione di essere frutto della penna di un debuttante, perché un conto è scrivere articoli, un altro è scrivere libri gialli. Il tutto supportato da una semplicità narrativa pronta a farsi carico di personaggi realistici quanto ben delineati, nei quali l’autore riesce maliziosamente a scandagliarne - quasi senza darlo a vedere - i tratti più profondi.
E, vista la buona accoglienza di questo romanzo, l’autore si sta già dando da fare per concedere il bis, rimettendo in pista - fra Palermo e il Portogallo - gli stessi investigatori: due personaggi acuti e intelligenti, “una accoppiata di livello che peraltro avevo rispolverato da L’intrigo parallelo”. Perché squadra vincente non si cambia. Sta di fatto che “sono arrivato a metà della storia. Dopo aver ricevuto, ci mancherebbe, il benestare di mia moglie, arrivato dopo la lettura dei primi tre capitoli…”.

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