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Una vacanza che si trasforma in incubo e i tempi duri di Nestor Burma

Doppietta vincente di Fazi che porta in libreria la premiatissima tedesca Juli Zeh in abbinata a Léo Malet, l’indimenticato numero uno d’Oltralpe


26/08/2019

di Massimo Mistero


Continuano a tenere banco in libreria i colpi vincenti della casa editrice Fazi, sempre attenta a proposte di livello relative sia ad autori su piazza che recuperati dal limbo della storia. Fazi che ha dato alle stampe, dopo avercela fatta conoscere in Aquile e angeli, Gioco da ragazzi e Turbine, un’altra chicca firmata da Juli Zeh, un’autrice che vive e lavora a Lipsia come avvocato specializzato in diritto internazionale. Ovvero L’anno nuovo (pagg. 178, euro 18,50, traduzione di Madeira Giacci), romanzo balzato al vertice delle classifiche tedesche con duecentomila copie vendute. 
Nata a Bonn il 30 giugno 1974 Juli - figlia dell’ex direttore del Bundestag (il Parlamento federale tedesco) Wolfgang Zeh - dopo aver frequentato il liceo nella sua città, avrebbe studiato Legge prima nella cittadina bavarese di Passavia e poi a Lipsia, dove si sarebbe dedicata anche a corsi di Letteratura e Scrittura creativa presso il Deutsches Literaturinstitut Leipzig. 
Di fatto una donna impegnata che non disdegna di prendere posizione anche su questioni politiche (tematica che ogni tanto tiene banco pure nei suoi scritti), oltre a essersi data da fare come portavoce di una associazione in difesa dei diritti degli animali. Lei che aveva iniziato a scrivere i primi raccontini quando aveva solo sette anni, che aveva debuttato sugli scaffali nel 2001 con Adler und Engel (il citato Aquile e angeli nella versione italiana), per poi proporsi, strada facendo, come una fra le voci più autorevoli e potenti della nuova narrativa europea. Collezionista, peraltro, di una lunga serie di riconoscimenti, come il recentissimo quanto prestigioso Heinrich-Böll-Preis
Lei che ha scritto una decina di romanzi, che è stata tradotta in 35 Paesi, che ha forse raggiunto il vertice (non a caso viene ritenuta come “la legittima erede di Gunter Grass e Heinbrich Boll”) con il libro che stiamo proponendo, L’anno nuovo appunto, un thriller psicologico che gioca efficacemente a rimpiattino con l’analisi sociale, spalmato peraltro su diversi piani temporali e incentrato su una realtà stratificata. A fronte di una storia imbastita su un tranquillo viaggio di famiglia a Lanzarote, l’isola più selvaggia delle Canarie, che si trasforma in un incubo. Protagonista un uomo in crisi d’identità che nel bel mezzo di una vacanza si troverà la vita brutalmente sconvolta. 
L’uomo, che si chiama Henning, ha una quarantina d’anni ed è sposato con Theresa, dalla quale ha avuto due figli. Una famiglia come tante che sta trascorrendo le vacanze di Natale su un’isola sferzata dal vento, “un vento impetuoso che aiuta a spazzare via tutti i pensieri mentre il sole accecante allontana lo stress quotidiano”. 
Ma non per Henning, che comunque si ritiene una persona fortunata: in effetti vive in un bell’appartamento a Gottinga, città tedesca della Bassa Sassonia, lavora senza risparmiarsi presso una casa editrice e si dimostra padre e marito premuroso. Cosa chiedere di più dalla vita? Purtroppo, da alcuni mesi, soffre di attacchi di panico. Non è sereno, non riesce a dormire, stranamente gli capita di litigare con la moglie la quale non manca di pungolarlo, esortandolo a comportarsi da uomo. “Un uomo che si possa amare”. 
Quel che succede è presto detto. Il mattino del primo giorno dell’anno, durante un’escursione in bicicletta verso uno dei punti più alti a sud dell’isola, Femés, quel brutto malessere - mentre il nostro protagonista fra sudore e fatica ripensa alla sua vita - torna a fargli visita. A soccorrerlo è Lisa, un’artista sua connazionale che lo invita in casa offrendogli acqua e cibo. 
Dettaglio dopo dettaglio, l’abitazione della donna gli appare sempre più familiare, una strana sensazione di déjà-vu comincia a farsi strada nella sua mente e, quando Lisa gli mostra un pozzo nel giardino, quella che sembrava una strana suggestione si trasforma in certezza: in quella casa lui c’è già stato, tanto tempo fa. E poco alla volta tornano a galla i ricordi di un’esperienza terrificante vissuta fra quelle mura, un’esperienza che lo ha segnato per sempre. Trasformando il paradiso del suo presente in un inferno legato a un trauma infantile. 
Fermo restando un interrogativo: il nostro destino è già prestabilito o siamo noi a decidere del nostro futuro?  La risposta ai lettori. 


Detto di Juli Zeh, spazio a un mostro sacro della narrativa di settore, il rimpianto francese Léo Malet, che torna sui nostri scaffali (ed è l’ottava volta per i tipi della Fazi Darkside) con Nestor Burma e la bambola (pagg. 176, euro 15,00, traduzione di Federica Angelini), un lavoro che si propone come inedito per l’Italia e che era stato pubblicato per la prima volta nel 1971 a Parigi da Fleuve éditions. 
Léo Malet, si diceva, un maestro del noir conosciuto in mezzo mondo (ma la sua caratura letteraria gli sarebbe stata tributata soltanto da morto) per aver dato voce, fra l’altro, all’investigatore sciupafemmine Nestor Burma (nato, si racconta, come risposta al Maigret di Georges Simenon, con il risultato di proporsi come suo contraltare nonché come uno dei maggiori rappresentanti del poliziesco in lingua francese insieme ad André Hèléna). 
Un personaggio rude quanto ironico, che si muove con disinvoltura nei meandri del mistero, protagonista di oltre trenta romanzi (inclusa una interessante “serie nella serie” intitolata I nuovi misteri di Parigi) che l’autore aveva fatto debuttare nel 1943 in 120, rue de la Gare, a sua volta già edito da Fazi. 
Di fatto un detective cinico, irriverente quanto umano, contraddistinto dalla passione per le pipe taurine e una buona dose di scorrettezza politica, che ama giocare all’anarchico conservatore, “mostrando grande malizia nello scardinare il perbenismo borghese che, ieri come oggi, si nutriva e continua a nutrirsi di avidità, apparenze e ambizione”. 
Insomma, una prima guida diventata mito che, per un verso o per l’altro, avrebbe influenzato - tanto per citare - penne del calibro di Jean-Claude Izzo, Fred Vargas e Dominique Manotti e che in Nestor Burma e la bambola troviamo a vivacchiare in un momento difficile della sua vita: le casse della sua Agenzia Fiat Lux sono infatti drammaticamente vuote e la pioggia primaverile rende la città sempre più cupa. 
Cosa succede è presto detto: siamo nel 1971 e Burma assiste a un duplice omicidio mentre spia un uomo dalla finestra del suo villino in periferia, in quel di Boulogne. L’uomo in questione è un ex medico sospettato di aver praticato, tre anni prima, un aborto clandestino sulla diciottenne Yolande Bonamy provocandone la morte. Ad accusarlo i nonni della ragazza che, in mancanza di prove concrete, hanno affidato a Burma il compito di incastrare l’assassino rimasto impunito. 
Ma come fare a incastrarlo, visto che è stato brutalmente fatto fuori da un losco individuo dal volto deturpato, che subito prima aveva ucciso anche il poliziotto privato che aveva assunto come guardia del corpo? E come mai questo medico radiato dall’ordine, tale Mauffat (che si era macchiato di altri aborti finiti male, come quella praticato su una spogliarellista di nome Puppy Stella), custodiva nella propria cassaforte mazzette di banconote e bottiglie di benzina? 
Ancora una volta toccherà a Nestor - in una Parigi resa più libera nei costumi dal forte vento della contestazione giovanile del ’68 - risolvere l’intrigo, “muovendosi tra sicari prezzolati, locali a luci rosse, chanteuses decadute e “bambole”, reali o sognate… E sarà proprio una di queste bambole la chiave per decifrare il mistero”. 
Per la cronaca Malet era nato il 7 marzo 1909 a Montpellier per poi lasciare questo mondo il 3 marzo 1996 a Châtillon-sous-Bagneux. Figlio di Jean-Marie Gaston Malet, impiegato, e di Louise Nathalie Refreger, sarta, per colpa della tubercolosi perse il padre a due anni, due giorni dopo il fratellino di appena sei mesi e l’anno seguente anche la madre. Così, a occuparsi di lui, furono i nonni Omer Refreger, un bottaio amante dei libri, e Marie Refreger, guardiana in un parco avicolo. 
Irrequieto e con una forte propensione all’indipendenza - come abbiamo già riportato su queste colonne - il giovane Léo si trasferì a soli sedici anni a Parigi dove incontrò André Colomer, che lo introdusse negli ambienti anarchici, collaborando come freelance alle pubblicazioni del movimento. Ma per mantenersi avrebbe dovuto fare di tutto: dall’impiegato al manovale, dal gestore di un negozio d’abbigliamento alla comparsa cinematografica e persino lo strillone. Non bastasse, nel 1925 debuttò anche come chansonnier al cabaret La Vache enragée di Montmartre. Quindi, nel 1931, su invito di André Breton, si legò alla corrente surrealista, facendo amicizia con Dalí, Tanguy e Prévert, per poi essere espulso dal movimento nel 1949, non prima però di aver scritto alcune raccolte di poesie e di essersi sposato con Paulette Doucet, con la quale negli anni precedenti aveva fondato il Cabaret du poète pendu
Che altro? A tenere banco nella sua ricca vita anche un altro delicato passaggio. Il 25 maggio 1940 venne arrestato con l’accusa di far parte di un complotto trotskista e quindi internato in un campo di concentramento nazista, dove iniziò a scrivere polizieschi, ma anche romanzi di cappa e spada, firmandosi con svariati pseudonimi (Frank Harding, Léo Latimer, Omer Refreger, Lionel Doucet, Jean de Selneuves…).  E questo è quanto.

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