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Una villa che diventa un set cinematografico, una donna massacrata, nessun segno di infrazione: ma cosa cercava l’assassino?

Ancora una volta la storica dell’arte Letizia Triches si propone vincente mettendo in pista il commissario Chantal Chiusano, alle prese con una serie di misteriosi intrighi di famiglia. E a raccontarci il perché e il percome di questo giallo-noir è la stessa autrice. Una donna speciale, come abbiamo avuto peraltro modo di scoprire…


16/12/2019

di Mauro Castelli


Per gli amanti del giallo-noir che non hanno ancora letto un libro della docente e storica dell’arte Letizia Triches (“Un cognome italianissimo, il mio, che si rifà ad antenati di origini bellunesi, dove esiste un paesino che si chiama appunto Triches, ovvero Tre case”) hanno perso certamente qualcosa. Fortuna vuole che il rimedio sia a portata di mano: l’uscita, per i tipi della Newton Compton, di Delitto a Villa Fedora (pagg. 348, euro 9,90), un romanzo questa volta incentrato - dopo quelli imbastiti sulla riuscita figura del restauratore fiorentino Giuliano Neri, un arguto detective, dotato di grande spirito di osservazione, che si trova a proprio agio sia davanti a un dipinto che davanti a una scena del crimine - sul commissario Chantal Chiusano, una cinquantenne originaria dell’isola d’Ischia - con un passato napoletano e un presente romano - che ha un suo perché. 
Ma come mai questa giravolta, dopo trent’anni di insegnamento nel campo dell’istruzione artistica, verso i racconti del mistero, dei segreti, delle vendette e dei morti ammazzati? La spiegazione è semplice e ci viene servita su un piatto d’argento dalla stessa autrice: “Uno degli aspetti più sorprendenti della storia dell’arte è che si propone alla stregua di un giallo, fermo restando che in ogni studioso si nasconde un detective in cerca di indizi. Ed è quest’ultimo aspetto che mi ha spinto a dedicarmi alla narrativa di settore”. Salvo poi precisare: “Se è vero, come è vero, che l’artista crea opere d’arte, l’omicida crea opere di morte. Ma si può accostare il genio creativo alla follia distruttiva? All’apparenza no, eppure anche quello dell’arte è un mondo inquieto, zeppo di ombre…”. 
Detto questo, come si propone questa intrigante signora, nata a Roma il 20 settembre 1949 (“Mio padre era il direttore generale del ministero dei Beni culturali, la qual cosa ha in parte pesato sulle mie scelte”), sposata con Fabrizio e madre di Valentina e Alessandro? Una donna curiosa, un po’ ipocondriaca, che in ogni caso tende a vedere il bicchiere mezzo pieno, che sa ascoltare e che ha un rapporto complicato con la mondanità. Lei pronta ad assicurare di non regalare nulla di personale ai suoi personaggi (“È rischioso, in quanto può portare all’autocompiacimento”), ferma restando la soddisfazione di aver dato voce a una protagonista ben caratterizzata, in quanto sorretta dalla conoscenza delle “dinamiche che fanno capo al gentil sesso”. 
E per quanto riguarda la sua scrittura? “La ritengo visiva, fluida, di facile accesso. In altre parole cerco di dare respiro ritmico alle parole, a fronte di un linguaggio che, almeno in apparenza, appare immediato. Inoltre, quasi senza darlo a vedere, regalo ai lettori più attenti anche briciole di richiami artistici”. 
Per la cronaca Letizia Triches si era laureata, “da secchiona e curiosa qual ero”, con tanto di lode e borsa di studio (oggi si chiamerebbe dottorato) a soli 23 anni in Lettere moderne presso l’Università La Sapienza. Lei che sin da bambina voleva fare la scrittrice; lei che strada facendo si era inventata un modo diverso di proporre le brochure che le venivano commissionate sulle mostre, mischiando la realtà delle opere esposte con un suo fantasioso racconto; lei che sino a “una certa età non aveva avuto lo spazio - per via dell’insegnamento e dello star dietro alla famiglia - per scrivere un romanzo”. Ma una volta più libera si sarebbe scatenata, “con sette romanzi pubblicati in dieci anni”. 
E ancora: una raffinata donna di cultura che ha pubblicato numerosi saggi sulle riviste Prometeo e Cahiers d’art; che ama i libri (“Sono una lettrice accanita”, con un debole dichiarato per Penelope Lively, John Banville e Ian McEwan, allargato all’italiano Giampaolo Simi. E, andando indietro nel tempo, anche per Daphne du Maurier e Somerset Moham); che sa apprezzare i quadri; che va matta per la musica (“È una parte importante della mia vita”) e per i film allargati a diversi generi, “purché di qualità”. Così la sua passione spazia da Freddie Mercury a Gustav Mahler, da Bruce Springsteen a Johannes Brahms, mentre sul grande schermo trovano spazio lavori come Labyrinth, Quarto potere, Million dollar baby, La tigre e il dragone, senza dimenticarci della sua “ammirazione sviscerata” per le pellicole di Alfred Hitchcock. 
Ferma restando una sua debolezza, e qui viene fuori la caratura femminile, per le pietre preziose: “Come una gazza - ha avuto modo di ironizzare - non resisto ai bagliori di uno smeraldo o di un’ametista. D’altra parte la luce fredda delle pietre preziose è magnetica e i loro colori stimolano associazioni, provocano effetti psichici, risvegliano emozioni primordiali. Anche se poi mi accontento di ammirarle come si farebbe con un dipinto”. 
Che altro? Di fatto un’intrigante giallista, un settore che l’aveva vista debuttare nel 2008 con Verde Napoletano, edito da Pendragon, casa editrice che due anni dopo le avrebbe pubblicato anche Giallo in Trastevere. Due romanzi nei quali compaiono alcuni personaggi, come la citata Chantal (“In Verde napoletano aveva un ruolo da comprimaria, ma - come se me lo sentissi - avevo lasciato un finale aperto, che ora ho sfruttato facendola diventare protagonista”) e il critico d’arte Pietracola, che sarebbero tornati a dialogare con i lettori anche nei libri successivi. 
A seguire, dopo quattro anni di “ripensamenti” (ma anche incassando con il racconto Pittore contro il Premio Chiara, sezione inediti, mentre con Tocco d’artista si sarebbe portata a casa il premio “Le Streghe di Montecchio”), Letizia Triches si sarebbe accasata presso la Newton Compton, con la quale avrebbe dato alle stampe, in rapida successione, Il giallo di Ponte Vecchio (per tre mesi nella top twenty della narrativa italiana), Quel brutto delitto di Campo de’ Fiori, 4 brutti delitti da risolvere, I delitti della laguna, Giallo all’ombra del vulcano e, fresco di stampa, Delitto a villa Fedora
E allora veniamo al dunque: di quali vicende si nutre questo suo ultimo lavoro, ancorato al concetto che “se giochi con il male hai già perso”? Di una saga familiare; di situazioni circoscritte e di personaggi legati fra loro (“A volte le figure che mi invento escono dalla carta per far parte dei miei sogni, come nel caso di Chantal”); di una protagonista che ha un bellissimo rapporto di lavoro, nel segno del rispetto, con un collega romano al cento per cento; di una ambientazione sotto il Cupolone fuori dagli schemi (dopo puntate allargate anche a Firenze, Catania e Napoli, “tutte città che conosco bene e peraltro legate al mondo dell’arte”) che risale all’ottobre del 1992. 
Come da trama arricchita, a Villa Fedora, nel quartiere Coppedè (il più eccentrico e stravagante della città, peraltro l’unico in stile Liberty, che “in realtà è soltanto un fazzoletto di terra che fa capo al quartiere Trieste, ma l’architetto che l’aveva progettato e costruito aveva imposto di chiamarlo con il suo cognome”), viene allestito il set cinematografico per girare un film sulla vita di Alberto Fusco - famoso scenografo, artista, collezionista di preziosi manufatti, libri, quadri, mobili e gioielli, nonché proprietario del sontuoso stabile - morto da diciotto anni. 
A tritolo di curiosità questo fascinoso personaggio aveva regalato alla bella villa il nome della moglie, Fedora appunto, madre dei loro tre figli. Purtroppo, come spesso succede, lo “stabile” (che ovviamente è stato affittato alla produzione per le riprese) è ancora in attesa di spartizione. Troppi, infatti, sono gli eredi, o pretendenti tali. Nel frattempo la nuora Liliana si occupa della sua gestione. 
Secondo logica narrativa, tutti i componenti della famiglia risultano coinvolti nella produzione cinematografica. Succede però che, nel tardo pomeriggio di un’umida giornata autunnale, Liliana, che sin da giovane era stata l’assistente di Alberto prima di sposarne il figlio, venga ritrovata dalla figlia Marta morta ammazzata. Peraltro massacrata con una ferocia inaudita. Inoltre alcune stanze della villa sono state messe a soqquadro. Per contro appare curioso che manchino segni di effrazione. Quali rapporti poteva allora avere con la donna l’assassino, e soprattutto cosa cercava? Inoltre, cosa può avere spinto l’omicida ad agire dopo tanti anni dalla morte di Alberto? 
Il commissario di polizia Chantal Chiusano, l’ispettore Ettore Ferri e il medico legale Giovanni Pozzi, vecchio amico di Chantal, sono chiamati a far luce sulla vicenda, che si rivela ben presto oscura e complicata. Perché gli intrighi familiari (tutti i protagonisti, chi più chi meno, risultano “potenzialmente sospetti”, in quanto nell’ambito parentale gli screzi, i rancori e le discrepanze risultano all’ordine del giorno) sono strettamente intrecciati al destino della splendida villa nel cuore di Roma... 
Già, Roma, che è nel cuore dell’autrice (“Oggi è ancora una bella donna - annota con amarezza - purtroppo vestita di stracci”). Una città che, attraverso la sua penna, si propone come un’ulteriore protagonista della storia. Perché Letizia Triches non manca di offrire al lettore una capitale diversa, gratificandola della vista dei quartieri meno frequentati e dei punti di osservazione meno noti. Evidenziandone, senza peraltro darlo a vedere, “le caratteristiche architettoniche, urbanistiche e sociologiche”. Come nel caso del Testaccio (dove Chantal abita), oppure di Centocelle, Prati, il Flaminio (“Dove attualmente vivo”), i Parioli, San Giovanni. 
E questo è quanto, anzi no. Anticipiamo infatti al lettore che la nostra penna è già al lavoro per dare voce al suo prossimo romanzo, sempre con la stessa protagonista (“Che di mio, lo ripeto, non ha praticamente nulla”), e a sua volta incentrato su un delitto romano. Una storia che, anticipiamo, toccherà da vicino il mondo della psichiatria.

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