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Una vita diversa, quella di Antonio Canova, ripercorsa attraverso la confessione di una notte

Dalla penna di Gabriele Dadati il lucido ritratto di un irraggiungibile artista. Proposto all’insegna di una inaspettata confessione


11/06/2018

di Valentina Zirpoli


Un amore, quello di Gabriele Dadati per Antonio Canova, tutto sommato recente: risale infatti al 2005, quando iniziò a leggere e rileggere il panegirico ad Antonio Canova, “il più bel testo in lode dello scultore che sia mai stato scritto”, cui Pietro Giordani aveva lavorato fra il 1810 e il 1848, anno della sua morte. “Testo che avevo preso a oggetto della mia tesi di laurea. E se questo accadde - tiene a precisare - fu merito di Stefano Fugazza. Appunto per questo alla sua memoria ho voluto dedicare questo libro”. Ovvero L’ultima notte di Antonio Canova (Baldini+Castoldi, pagg. 342, euro 18,00), un lavoro che intriga e cattura e che ci fa scoprire molto su questo inarrivabile genio della scultura che era nato a Possagno, in provincia di Treviso, il primo novembre 1757 per poi morire a Venezia il 13 ottobre 1822. 
E appunto sulle sue ultime ore di vita (quelle che vanno da giovedì 10 ottobre alle sette e quarantatre di domenica 13 in una stanza al secondo piano di Palazzo Francesconi a Venezia) Dadati ha imbastito la storia di questo colosso del neoclassicismo, soprannominato il nuovo Fidia, regalando spunti di lettura inediti e curiosità che si rifanno a un attento lavoro di ricerca e di documentazione. Ovviamente giocando sulla fantasia, pur cercando di non discostarsi troppo da quello che realmente successe a questo genio dello scalpello. Che, in quanto tale, merita la presunzione della verità anche nel caso del dubbio. 
Risultato? Il profilo inedito di un uomo vulnerabile (sta per dire addio alla vita segnato da una grave malattia, in questo sostenuto dal fratellastro Giovan Battista Sartori); la confessione di un artista inarrivabile che, nei suoi ultimi passi, si propone estremamente umano, a fronte di un inaspettato ricordo che gli fa più paura dell’incombente morte. E un ultimo respiro che aleggia su tutto, in maniera lieve ma sconvolgente, macchiato com’è da un atroce senso di colpa del quale si sente quasi obbligato a parlare per andarsene in pace da questo mondo. Il tutto a fronte di una lettura che travolge, che non lascia spazio a pause o diversivi. 
“Ed è appunto la sua confessione - tiene a precisare Dadati - a sostanziare il romanzo, una confessione piena, che arriva dal cuore. Fermo restando che l’assoluzione cercata non è un atto formale, ma il voler ridare un senso alla sua vita. Con il cruccio di essere stato sterile, di non aver conosciuto l’amore…”. La qual cosa lo porta a ricordare un momento importante del suo percorso professionale, quando era stato chiamato alla corte di Fontainebleau per ritrarre Maria Luisa nelle vesti di Concordia, colei che rappresentava l’Austria come segno di pace e di sposa al tempo stesso. In tale ambito Canova si rese subito conto di essere al servizio di un altro genio, Napoleone Bonaparte. I due erano infatti gli indiscussi campioni del loro tempo: il primo l’artista eccelso, il secondo il numero uno fra i grandi politici. 
Due uomini molto diversi uno dall’altro, anche se accomunati da un unico file rouge: quello di essere rimasti orfani di padre ancor giovani e di non aver saputo essere padri a loro volta. Anche se poi Napoleone avrebbe rimediato poco prima di essere esiliato a Sant’Elena, dove suo figlio non l’avrebbe però più rivisto”. E in tale ottica, sottolinea l’autore, “mi è parso di intravedere nella figura dell’imperatore un grande tronco senza radici e senza semi. Un colosso poggiato sulla sabbia. Con la differenza che il suo impero verrà spazzato via dalla storia, mentre l’opera di Canova continuerà a brillare nei secoli”. 
Fermo restando che tra loro “il nucleo incandescente” era rappresentato proprio da Maria Luisa: “imperatrice poco più che bambina, pendolo segreto in movimento tra la seduzione del potere e la difesa di una purezza impossibile”. A conti fatti, nel suo lungo e appassionato racconto, “Canova rivela al fratello la miccia che ha incendiato e distrutto le loro vite. E trova, nella compassione dell’ascolto e nell’incontro del sogno, il vero seme della sua discendenza”. 
Detto questo, giusto per rinverdire vecchie nozioni, ricordiamo che Antonio Canova - figlio di Pietro, scalpellino di professione - aveva svolto il suo apprendistato a Venezia, dove aveva scolpito le sue prime opere con l’aiuto dell’amico-maestro Simone Meoni, per poi trasferirsi a Roma quando aveva soltanto 22 anni: una città che avrebbe rappresentato per lui un punto di riferimento e dalla quale non si sarebbe più mosso, eccezion fatta per i suoi frequenti viaggi all’estero. 
“Intimamente vicino alle teorie neoclassiche di Winckelmann e Mengs, Canova ebbe prestigiosi committenti, dagli Asburgo ai Borbone, dalla corte pontificia a Napoleone, sino ad arrivare alla nobiltà veneta, romana e russa”. Tra le sue opere più note ricordiamo, e non è dire cose nuove,  Amore e Psiche, Teseo sul Minotauro, Adone e Venere, Ebe, Le tre Grazie, il Monumento funerario a Maria Cristina d’Austria e Paolina Borghese
E per quanto riguarda Gabriele Datati, la cui fama - volendo ironizzare - è tutta ancora in divenire? Nato a Piacenza nel 1982, si propone penna garbata, editor, insegnante di scrittura, collaboratore di alcune testate giornalistiche, ma anche “un gran chiacchierone e un maniaco della rete”. Lui che aveva debuttato nel 2006 pubblicando Sorvegliato dai fantasmi, finalista come Libro dell’anno per Fahrenheit di Radio3 Rai. Quindi sarebbe stata la volta de Il libro nero del mondo seguito da Piccolo testamento (presentato al Premio Strega). Annotiamo infine che nel 2009 aveva rappresentato l’Italia nel progetto “Scritture Giovani” del Festivaletteratura di Mantova sulla nuova narrativa europea.

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