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Una vita in bilico: quella di Paolo Borrometi, giornalista scomodo (per la mafia)

Una storia, la sua, che sembra inventata e che si legge che è un piacere. Inducendo ad amare riflessioni sul coraggio e sulla determinazione di un giovane uomo che se non è diventato eroe è soltanto perché non lo hanno ammazzato (anche se l’intenzione c’era e, forse, c’è ancora)


04/02/2019

di Catone Assori


Le minacce e gli attentati, da parte della malavita organizzata ai danni dei giornalisti che hanno il coraggio di dire la verità, sono ormai diventate una costante. Lo scopo? Quello di mettere a tacere voci scomode, pronte a scoperchiare il pentolone delle malefatte, facendo nomi e cognomi di chi è implicato nel mondo del malaffare. E a farne le spese è il privato di alcune penne coraggiose, le cui denunce hanno permesso di mettere a nudo ruoli e rapporti della mafia con il mondo politico. 
Uno di questi è Paolo Borrometi, pubblicista dal 2013 e professionista dal gennaio 2017, che ha avuto il coraggio di continuare - nonostante il tiro al bersaglio cui è stato oggetto - sulla pericolosa strada intrapresa in Sicilia nel mettere il naso fra voti di scambio, amministratori disonesti, caporalato, verità nascoste e via dicendo. Il quale Borrometi, per non farsi mancare nulla, ha deciso di mettere nero su bianco la storia della sua ancor giovane vita in un lavoro di intrigante lettura dal titolo Un morto ogni tanto. La mia battaglia contro la mafia invisibile (Solferino, pagg. 264, euro 16,00). 
Già, Un morto ogni tanto, perché “ogni tanto, un murticeddu, vedi che serve! Per dare una calmata a tutti”. Nelle intercettazioni, infatti, l’ordine era stato chiaro. Cosa Nostra chiedeva di uccidere il giornalista che stava indagando sui suoi affari: ma questo non avrebbe fermato Paolo Borrometi, che sul suo sito indipendente di informazione e inchiesta La Spia.it avrebbe continuato a sparare a zero, a destra e a sinistra, ogni volta che in giro sentiva e sente puzza di marcio negli affari sporchi che fioriscono all’ombra di quelli legali. 
Per la cronaca il 10 aprile del 2018, in una ordinanza del Gip di Catania, era stato reso noto del  tentativo di attentato ai suoi danni. Attentato che avrebbe portato all’arresto di quattro persone e che doveva essere realizzato “dal clan Cappello di Catania su richiesta del clan Giuliano di Pachino”. 
Borrometi, si diceva. Nato a Modica, in provincia di Ragusa, il primo febbraio 1983, dopo essersi laureato in Giurisprudenza aveva iniziato a lavorare per il Giornale di Sicilia di Palermo, quindi avrebbe fondato nel settembre 2013 (due mesi dopo aver cominciato a collaborare con l’Agi, l’Agenzia Giornalistica Italia) il citato sito la Spia.it, dove una sua inchiesta avrebbe contribuito allo scioglimento, per infiltrazioni mafiose, del comune di Scicli, meglio conosciuto come il palcoscenico della fiction televisiva Il commissario Montalbano
Il tutto supportato da minacce da parte della criminalità organizzata della zona (le ultime sono di questi ultimi giorni, nonostante il trasferimento avvenuto tre anni fa, per ragioni di sicurezza, nella Capitale), che sarebbero sfociate in una aggressione da parte di uomini incappucciati, che gli avrebbe provocato una grave menomazione a una spalla, nonché nell’incendio della porta della casa nella quale viveva con i genitori. 
Ma torniamo al libro, che parte dall’infanzia di Paolo - vale a dire nel mese di maggio del 1993, quando un malintenzionato aveva iniziato a seguirlo su una Fiat Uno di colore scuro - per poi addentrarsi fra le pieghe del Sud profondo, “quello che guarda verso l’Africa e si sposa con le casse di pomodorini prodotti da circa tremila piccole e medie aziende”. Con le fimmine pagate molto meno degli uomini, uno sfruttamento portato avanti di pari passo con la tratta dei clandestini. Ma, questo, sarà soltanto l’inizio del racconto di una brutale escalation di fatti e fattacci. 
Un contesto che si nutre peraltro di una sferzante considerazione: “Questo Paese non ha bisogno di eroi, ma di cittadini che facciano il loro dovere. La legalità non è (infatti) un concetto astratto legato alla Giustizia o alla morale, è un percorso segnato da un costante impegno”. E se Borrometi eroe non lo è diventato è semplicemente per il fatto, duro da digerire, che non è stato ammazzato. Pur continuando, sotto scorta (che non è certo un bel vivere), a denunciare e ancora a denunciare, intrufolandosi nel marcio che si nasconde dietro un’apparente normalità. 
Ad esempio tirando in ballo, come già accennato, lo sfruttamento e la violenza che si nascondono dietro la filiera del pomodorino Pachino Igp, in tal modo facendo intendere che i mafiosi e i morti ammazzati esistono pure dall’altra parte dell’isola, e non solo a Palermo e dintorni (Corleone docet). E via via a parlare della compravendita di voti, del traffico di armi e droga, delle guerre tra i clan per il controllo del territorio: una piovra magari meno visibile, ma ugualmente insidiosa. Che ad esempio ha saputo allungare i suoi tentacoli sul centro di commercio ortofrutticolo di Vittoria, il più importante del Meridione, nonché sullo smaltimento della plastica utilizzata nelle serre. 
Altre sue inchieste hanno riguardato il commissariamento per mafia di Italgas (la prima azienda quotata in Borsa a essere stata oggetto di questo provvedimento da parte del Tribunale di Palermo), la presenza mafiosa nel sud-est siciliano di Cosa Nostra e le vie della droga che dal porto di Gioia Tauro arrivano sino alla provincia di Ragusa. 
Di fatto le vicende raccontate in questo libro “compongono il quadro, chiaro e allarmante, di una mafia sempre sottovalutata, quella appunto della Sicilia sud-orientale. Il tutto filtrato dallo sguardo, coraggioso e consapevole, di un giornalista in prima linea, costretto (come detto) a una vita sotto scorta. Lui che è stato oggetto anche di intimidazioni e minacce, del furto di documenti importanti per il suo lavoro, sino alla recente scoperta - ne abbiamo già parlato, ma repetita iuvant - di un attentato che avrebbe dovuto farlo saltare in aria con la sua scorta”. D’altra parte, come è noto, “i nemici dello Stato contano sul silenzio per assicurarsi l’impunità, e sono disposti a tutto per mettere a tacere chi rompe quel silenzio”. 
In buona sostanza il primo libro di Paolo Borrometi “è una denuncia senza appello su un fenomeno ritenuto in declino e in realtà più pervasivo di sempre, da combattere anzitutto attraverso la conoscenza del nemico. Perché il potere della mafia, come diceva Paolo Borsellino, è anche un fenomeno sociale, fatto di atteggiamenti e mentalità passive contro cui l’unico antidoto è l’esempio della resistenza e della lotta”. 
Ricordiamo infine che, per il suo impegno di denuncia, Borrometi (collaboratore anche di Tv2000, Libera, la Fondazione Caponnetto e la Cgil, oltre a essere presidente di Articolo 21) ha incassato attestati di solidarietà da parte delle più alte cariche dello Stato, in primis quello del presidente Sergio Mattarella, che lo ha incontrato al Quirinale e lo ha insignito motu proprio dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Lui che è stato anche ricevuto in udienza privata da papa Francesco, il quale gli ha voluto manifestare la sua solidarietà, assicurandogli il sostegno della preghiera. 
A conti fatti un uomo di grande coraggio, pronto ad assicurare di “non aver fatto nulla di particolarmente eroico se non il suo dovere di giornalista”. Ce ne fossero tanti come lui…

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