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Uno psicopatico assassino insanguina le vie di Barcellona

Le vittime? Donne non più giovanissime. Delle quali si fa portavoce Alicia Giménez-Bartlett, sostenitrice dell’amore anche in età avanzata


16/07/2018

di Massimo Mistero


La spagnola Alicia Giménez-Bartlett è di casa sui nostri scaffali, forte di un nutrito popolo di sostenitori sia fra il pubblico dei lettori che fra i critici: non per niente si è portata a casa diversi riconoscimenti, come il premio Piemonte Grinzane Cavour, il premio La Baccante nato nell’ambito del Women’s Fiction festival di Matera, il Fregene, il Raymond Chandler Award del Courmayeur Noir in Festival e altri ancora. Mentre, giocando in casa, si è aggiudicata i prestigiosi premi Nadal, Planeta e Pepe Carvalho. Lei che ha scritto ventidue romanzi, due saggi e diversi racconti; lei che è stata tradotta in una quindicina di lingue, supportata dalle serie poliziesca incentrata sull’ispettrice di polizia Petra Delicado. Serie approdata con successo anche sul piccolo schermo a fronte di tredici episodi, con una seconda tornata in via di realizzazione. 
Lei che ama ambientare i suoi romanzi nella periferia e nei sobborghi di una città (generalmente Barcellona), ossia nei luoghi meno sofisticati e più popolari; lei che, con una punta di snobismo, dichiara di documentarsi relativamente poco prima di cimentarsi nella stesura di un libro in quanto non vuole eccedere in dettagliate descrizioni dei luoghi che nella realtà potrebbero “fuorviare” il lettore. Semmai ama puntare sulla sua fervida fantasia per dare voce a scenari che non esistono. 
Insomma, un’autrice che non ha bisogno di presentazioni, in quanto da tempo sulla breccia della narrativa di genere, rapportandosi principalmente con ben orchestrati polizieschi-noir, supportati da dialoghi da commedia brillante, spruzzate di humour, personaggi spesso caratterizzati da malinconia e frustrazione, quasi sempre unici. Tutti, in ogni caso, a fare da corollario a quella prima donna che è Petra Delicado, l’affabile ispettrice della polizia di Barcellona con tanto di attributi al seguito (“Una donna comunque imperfetta, contraddittoria, per certi versi ribelle alle tematiche femministiche, dotata di un certo senso dell’umorismo”), nonché al suo assistente, il panciuto e tradizionalista Fermin Garzón, a sua volta uomo aspro e gentile al tempo stesso. 
Due protagonisti pronti a battibeccare su tutto e su tutti che vengono riproposti per l’undicesima volta ne Il mio caro killer (Sellerio, pagg. 472, euro 15,00, traduzione di Maria Nicola), un romanzo nel quale l’autrice mette in scena donne sole, ma non per questo rassegnate e quindi in cerca d’amore. Donne peraltro accoltellate in una Barcellona brutalmente noir. Con l’autrice pronta a riflettere sulla violenza di genere, una tematica che anche in Spagna “rappresenta una piaga terribile”. 
Detto questo spazio alla trama di Mio caro serial killer, un romanzo, imbastito su un delitto “mostruoso e miserabile” che metterà a dura prova l’intelligenza di Petra, alle prese con il passare degli anni e segnata da questo brutale fatto di sangue: ovvero l’accoltellamento di una signora sola, mai sposata, anonima portatrice di un piccolo lavoro e di una piccola vita. Sulla quale l’assassino ha infierito, lasciando peraltro sul suo corpo martoriato un messaggio di passione. Come dire che nella vita di quella povera zitella (un termine che fa imbestialire Petra) era entrato l’amore. Da qui il richiamo evidente a un femminicidio. 
La nostra poliziotta si metterà quindi a indagare nel tentativo di trovare indizi, in questo affiancata dall’inseparabile Fermín Garzón. Ma non sarà facile, perché questo assassino insignificante non lascia tracce. Inoltre, come se non bastasse, questo “rituale di sangue e di lettere d’amore si ripete pari pari ai danni di altre vittime”. Si allarga quindi l’ombra preoccupante del serial killer. E anche per compiacere la stampa alla nostra coppia verrà affiancato, “con funzione direttiva, un ispettore della Polizia autonoma della Catalogna, un giovane dal piglio moderno, rigido e pedante”. Tutto l’opposto dei nostri due sbirri, “abituati a farsi sorprendere dalle intuizioni, ad attardarsi tra birrette e tapas insaporite dal continuo battibecco”. 
Risultato? Le indagini proseguiranno all’insegna della tensione tra due generazioni e due modi opposti di investigare e di vedere la vita. “E forse questo allude, in termini di metafora, allo scontro attuale tra i due patriottismi iberici. Portando dentro al già bizzarro mondo metropolitano anche le agenzie per cuori solitari. Nulla di straordinario per Petra, che finisce sempre con l’immergersi dentro i misteri di una quotidianità zeppa di risvolti oscuri”. Ma stavolta, per sciogliere un’intricata matassa fatta di colpevoli che sembrano vittime e vittime che paiono colpevoli, i nostri due protagonisti “dovranno affidarsi a un’indagine logica, quasi da detective deduttivi e non da piedipiatti…”. Sì, perché Petra dovrà affrontare un assassino rabbioso e crudele, quasi certamente uno psicopatico. “E forse a causa dello stress, forse per l’amarezza della verità, la commedia tra lei e Fermín correrà più veloce del solito”. 
Detto del romanzo, altre note su Alicia Giménez-Bartlett, che recentemente ha avuto modo di avanzare il desiderio di mettere su carta un delitto perfetto, senza movente, senza una pista da seguire. E di sicuro, viste le sue qualità narrative, volendo ci riuscirà. Lei che è nata ad Almanza il 10 giugno 1951; che si è laureata in Letteratura e filologia moderna con un dottorato al seguito; che ha insegnato per 13 anni letteratura spagnola prima di dedicarsi unicamente alla scrittura; che nel 2011 ha vinto, come già ricordato, il Premio Nadal con un lavoro dedicato alla figura di Teresa Pla Meseguer, detta La Pastora, ermafrodito ed esponente della resistenza antifranchista (si tratta di Donde nadie te encuentre, ovvero Dove nessuno ti troverà secondo Sellerio). Lei che, infine, ama l’Italia, un Paese dove si sente un po’ a casa e dove è peraltro ricambiata da altrettanto affetto. E questo è quanto.

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