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Uno psicopatico terrorizza Londra in pieno lockdown, mentre nel Grande Freddo si consuma un vero e proprio dramma dietro una rassicurante facciata di vita familiare

A tenere la scena il profetico autore scozzese Peter May (con un thriller scritto 15 anni fa e pubblicato solo ora) in abbinata all’eclettico maestro norvegese del brivido - nonché musicista, attore ed ex calciatore - Jo Nesbø


07/12/2020

di MASSIMO MISTERO


A volte l’immaginazione precorre gli avvenimenti: è successo allo scozzese Peter May che quindici anni fa aveva scritto il romanzo che stiamo suggerendo ai lettori, ma che era stato giudicato dagli editori inverosimile per essere pubblicato. Tuttavia l’avvento della pandemia legata al Covid-19 ha fatto cambiare idea alle case editrici. Così Lockdown (Einaudi, pagg. 314, euro 18,00, traduzione di Alessandra Montrucchio e Carla Palmieri) non solo è stato dato alle stampe nel Regno Unito, ma in men che non si dica ha collezionato presenze in quattordici Paesi. A fronte peraltro di un ricco venduto, vuoi per l’attualità della tematica trattata - supportata da un robusto lavoro di documentazione - vuoi per la capacità di questa penna di imbastire graffianti storie all’insegna della suspense e della tensione. 
Un autore - nato a Glasgow il 20 novembre 1951, ma che da tempo vive in Francia - il quale, oltre a darsi da fare come giornalista a partire dai 19 anni, ha firmato numerose serie televisive a partire da quella tratta dal suo primo romanzo, The Reporter, scritto quando aveva 26 anni. Per poi pubblicarne altri quattordici, quattro dei quali già proposti dalla stessa Einaudi. Ovvero la trilogia composta da L’isola dei cacciatori di uccelli, L’uomo di Lewis e L’uomo degli scacchi, nonché Il sentiero. Un lavoro, quest’ultimo, incentrato su una tematica di stretta attualità: il legame tra i neonicotinoidi e il collasso delle colonie delle api. 
Ma veniamo al dunque, ovvero ai contenuti di Lockdown, una storia realistica - tanto di cappello, non c’è che dire - che sembra essere stata scritta ieri anziché tre lustri fa (“Era stato nel 2005 che avevo iniziato a fare ricerche per un crime ambientato durante una pandemia di influenza aviaria”); una storia ambientata in una Londra investita da una pandemia, con i negozi sbarrati, le strade deserte pattugliate dalla polizia che impone con la forza il coprifuoco, il primo ministro nell’ospedale di St. Thomas che lotta tra la vita e la morte... 
Ed è in questa città messa alle corde dal virus e alle prese con lo stato di emergenza (peraltro allargato all’intero Paese) che tutti gli sforzi sono concentrati nella costruzione di un ospedale che possa contenere migliaia di infetti. Ma quando tra le macerie del cantiere viene rinvenuto un borsone di pelle con le ossa di una bambina di origini cinesi, i lavori vengono interrotti e a occuparsi del caso viene chiamato Jack MacNeil, esperto e rude detective scozzese alle soglie della pensione. 
Nel frattempo, uno psicopatico sicario di nome Pinkie è stato contattato da un mandante segreto per occuparsi di recuperare la sacca con le ossa, sbarazzarsene ed eliminare tutti i testimoni. Inizierà così una corsa contro il tempo tra Pinkie e MacNeil, il cui epilogo rivelerà un’elaborata e scioccante cospirazione. 


Dopo aver parlato di Peter May, che dire di Jo Nesbø, maestro norvegese del brivido con ventiquattro romanzi all’attivo, che gli hanno fruttato un venduto di oltre quaranta milioni di copie? Quello già ribadito a più riprese: un numero uno del crime a livello mondiale che raramente sbaglia un colpo. A partire dalla lunga serie dedicata ad Harry Hole (Il pipistrello, Scarafaggi, Il pettirosso, Nemesi, La stella del diavolo, La ragazza senza volto, L’uomo di neve, Il leopardo, Lo spettro, Polizia, Sete, Il coltello), tutti pubblicati dalla Einaudi, il suo editore italiano di riferimento. 
Già, Harry Hole, un poliziotto rude e alcolizzato che non molla mai la presa, nemmeno quando si trova completamente alla deriva. Un tipaccio dai metodi bruschi, ma dal grande intuito, che occasionalmente fa anche uso di droga. Di fatto un pezzo di marcantonio alto un metro e 93, dotato di uno spiccato senso della giustizia, che ha peraltro seguito un corso speciale presso l’Fbi. La qual cosa, in diverse occasioni, gli è risultata utile… 
Ma stiamo divagando, e di questo ci scusiamo con i lettori, in quanto Il fratello (Einaudi, euro 22,00, traduzione di Eva Kampmann), un malloppone di 640 e passa pagine che si legge però che è un piacere, risulta orfano di Harry Hole. Ma ciò nulla toglie all’intrigante quanto brutale canovaccio. Che sin dalle prime pagine ci fa conoscere i due fratelli protagonisti della storia, alle prese con la morte (stupida, folle, disperata, violenta) del loro cane. Pagine che angosciano, e non soltanto chi ama gli animali. 
Detto questo spazio a briciole di trama di questo thriller, giocato su un interrogativo di fondo: sin dove sei disposto a spingerti per difendere tuo fratello? I due fratelli si chiamano Roy e Carl. Roy, il maggiore (anche se di un solo anno), si è preso in carico di dover difendere sempre e comunque Carl, a partire da quel brutto giorno in cui, ancora ragazzini (avevano sedici e quindici anni), successe quel che non doveva succedere… Ed era stato proprio in quella occasione, quando era morto il loro cane, che il padre aveva detto a Roy: Tu e io siamo uguali. Siamo più duri dei tipi come mamma e Carl. E perciò dobbiamo proteggerli. Sempre. Perché siamo una famiglia. E dobbiamo restare uniti perché non abbiamo nessun altro. Amici, fidanzate, vicini, compaesani, lo Stato. Non sono che un’illusione e non valgono un cazzo il giorno in cui ti ritrovi veramente nel bisogno. Allora saremo noi contro loro, Roy. Noi contro tutti quanti gli altri
Da allora sono passati vent’anni. Adesso Roy gestisce una stazione di servizio in un paesino fra le montagne, facendo una vita tranquilla e ritirata, mentre Carl se ne è andato da tempo in Minnesota dove è diventato imprenditore e da allora di lui non è arrivato che l’eco del suo successo. Ma ora che Carl è inaspettatamente tornato con il grandioso progetto di costruire un hotel e trasformare il paese in una località turistica, Roy si trova di nuovo a doverlo difendere dall’ostilità e dai sospetti degli altri. Insomma, come quando erano ragazzi, Roy - memore di quanto gli aveva detto suo padre - cerca di proteggere Carl, ma suo malgrado si ritrova risucchiato in un passato che sperava sepolto per sempre. 
In sintesi: un thriller incentrato “sulle menzogne, i segreti, i tradimenti nascosti dietro la rassicurante facciata della vita familiare”: un thriller che non può lasciare indifferenti, semmai indurre alla riflessione. In ogni caso da leggere. E forse anche da rileggere. 
Detto del libro, qualche nota sul privato di questo autore la cui inventiva spazia dal giallo alla letteratura per l’infanzia e ai saggi (per la verità ne ha scritto uno soltanto). Jo Nesbø è nato a Oslo il 29 marzo 1960 e, strada facendo, si è dimostrato un eclettico personaggio. Non a caso, prima di abbracciare a tempo pieno la scrittura, è stato giornalista free lance, broker in Borsa, attore, compositore, cantante e chitarrista dei Di Derre (una band con la quale ha inciso cinque album e con la quale risulta tuttora attivo), oltre che calciatore nella squadra di serie A del Molde. Una attitudine di famiglia, verrebbe da dire, visto che anche suo fratello Knut è stato a sua volta membro dei Di Derre, nonché un forte giocatore di calcio. 
Lui che sugli scaffali aveva debuttato nel 1997 con Flaggermusmannen (appunto Il pipistrello nella versione italiana), riscuotendo un immediato successo tanto da aggiudicarsi il Glass Key Award per il miglior romanzo giallo norvegese di quell’anno. Riconoscimento che sarebbe stato il primo di una lunga serie, fermo restando l’interesse del grande schermo per le sue storie, già tradotte in sette pellicole, nelle quali - tanto per non farsi mancare nulla - si è anche cimentato come attore, interprete di se stesso e co-sceneggiatore.

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